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Accordo pandemico OMS, l’Italia si smarca

Il 20 maggio 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha approvato il primo “Accordo Pandemico Globale”, un testo giuridico internazionale pensato per rendere più efficace e coordinata la risposta a future emergenze sanitarie, dopo le difficoltà vissute durante la pandemia da COVID-19. L’Accordo è stato accolto favorevolmente da una larga maggioranza degli Stati membri, ma l’Italia, insieme ad altre dieci nazioni, ha scelto di astenersi.

Una scelta che ha suscitato critiche e interpretazioni contrapposte, ma che, letta con attenzione, rappresenta un atto di responsabilità democratica, cautela giuridica e difesa del principio di sovranità nazionale.

Quella dell’Italia non è stata un’uscita di scena, né una dichiarazione di sfiducia nei confronti dell’OMS. È stata una astensione costruttiva, un segnale politico e istituzionale rivolto a chiarire che la cooperazione internazionale è fondamentale, ma non può avvenire a scapito dell’autonomia legislativa e costituzionale degli Stati sovrani.

Sovranità sanitaria: un confine da non oltrepassare

L’Italia ha posto un punto fermo: la gestione della salute pubblica deve rimanere di competenza nazionale. Il testo dell’Accordo pandemico, pur affermando che l’OMS non potrà imporre direttamente misure vincolanti, prevede l’obbligo per gli Stati firmatari di adottare “azioni coordinate”, con margini interpretativi ambigui.

In altri termini, il timore — condiviso da diverse forze politiche e anche da giuristi — è che in nome di un’emergenza globale si possa arrivare, nel tempo, a comprimere spazi decisionali sovrani. Questo include l’adozione di restrizioni alla libertà di movimento, alla privacy, alla libera scelta terapeutica, oppure obblighi su campagne vaccinali o chiusure di attività, potenzialmente in contrasto con la Costituzione italiana.

La prudenza dell’Italia serve a riaffermare un principio fondamentale: le istituzioni internazionali devono rispettare i limiti e le prerogative degli ordinamenti costituzionali nazionali. La salute è un bene collettivo, ma ogni popolo ha il diritto di decidere, nel proprio Parlamento e nel proprio sistema democratico, quali misure adottare e in che modo.

Un’astensione che non è un rifiuto

Va chiarito: l’Italia non ha votato contro il Patto pandemico. L’astensione è, per definizione, una sospensione del giudizio, un’apertura a ulteriori negoziati, non una chiusura.

Il governo ha fatto sapere di condividere i principi generali dell’accordo: migliorare la trasparenza globale, rafforzare la sorveglianza epidemiologica, garantire un accesso equo ai farmaci e ai vaccini. Tuttavia, ha ritenuto che alcuni passaggi normativi siano ancora troppo generici o potenzialmente lesivi delle prerogative costituzionali.

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha dichiarato che l’Italia “ritiene essenziale che ogni futuro strumento di coordinamento globale venga attuato nel pieno rispetto delle libertà fondamentali, dei principi di proporzionalità e del controllo democratico”. In altre parole: si alla collaborazione, ma con solide garanzie giuridiche.

Diritti fondamentali e tutela dell’individuo

Uno dei punti che hanno spinto l’Italia all’astensione riguarda la tutela dei diritti individuali. Il Patto pandemico introduce meccanismi di allerta rapida e gestione centralizzata delle emergenze, ma resta vaga la distinzione tra “raccomandazioni” e “obblighi”. Questo apre a una potenziale espansione del potere dell’OMS nel dettare linee guida che, se adottate senza filtri nazionali, potrebbero avere impatti coercitivi su libertà fondamentali come: la libertà di movimento, il diritto all’istruzione, la libertà di impresa e l’integrità fisica (in caso di trattamenti sanitari obbligatori).

Il governo ha sottolineato che nessuna emergenza, per quanto grave, può giustificare la sospensione arbitraria dei diritti costituzionali. La storia recente della pandemia ha mostrato quanto sia facile — e pericoloso — scivolare in uno stato di emergenza permanente, con conseguenze sociali e democratiche profonde. L’astensione è quindi anche una forma di vigilanza preventiva a tutela della democrazia.

Dati, privacy e trasparenza

Un’altra criticità rilevata dall’Italia riguarda la gestione dei dati sanitari. L’Accordo prevede la condivisione internazionale di informazioni epidemiologiche, cliniche e logistiche. Ma non chiarisce in modo dettagliato le tutele in materia di protezione dei dati personali, né prevede sistemi di controllo indipendenti sul loro utilizzo.

In un’epoca in cui la raccolta di dati biometrici, genomici e sanitari è sempre più centrale, è fondamentale che ogni scambio di informazioni avvenga con trasparenza, garanzie giuridiche e rispetto del principio di minimizzazione. L’Italia ha chiesto di rafforzare le clausole di protezione dei dati, per evitare che meccanismi di sorveglianza sanitaria sfocino in forme di controllo sociale inaccettabili.

Opinioni a confronto: favorevoli e contrari

La decisione dell’Italia di astenersi ha diviso l’opinione pubblica, la stampa e il mondo scientifico. Tra i favorevoli, molti esperti di diritto costituzionale e analisti politici hanno accolto l’astensione come una scelta prudente e coerente con i principi democratici, sottolineando che l’OMS non è un’autorità sovranazionale vincolante e che nessuna emergenza dovrebbe portare alla compressione automatica dei diritti garantiti dalla Costituzione. Alcuni parlamentari della maggioranza l’hanno definita “una posizione di equilibrio che chiede trasparenza, senza isolarsi dal mondo”.

Tra i contrari, vi è invece chi ritiene che l’astensione rischi di indebolire la credibilità internazionale dell’Italia nei consessi multilaterali. Alcune associazioni mediche e ONG globali hanno espresso preoccupazione per quella che vedono come una mancanza di coraggio in una fase storica in cui la cooperazione sanitaria globale è più che mai necessaria. Secondo questa visione, l’astensione può essere percepita come un segnale di sfiducia verso le istituzioni internazionali, proprio in un’epoca in cui la condivisione di risorse e informazioni è vitale per prevenire nuove catastrofi sanitarie.

Tuttavia, il governo italiano ha chiarito che la sua posizione non è di chiusura, ma di vigilanza. Non un passo indietro sulla collaborazione, bensì una richiesta di chiarezza su regole, limiti e garanzie. Una differenza sottile ma fondamentale.

Prudenza, non negazionismo

L’astensione dell’Italia non va letta come un atto ideologico o una chiusura isolazionista. Al contrario, rappresenta un gesto di prudenza istituzionale, in un contesto dove la memoria della pandemia è ancora viva e le implicazioni di nuovi accordi sanitari sono enormi.

Aderire ciecamente sarebbe stato facile. Ma tutelare la democrazia, la libertà e il controllo parlamentare è spesso più difficile, e più coraggioso. La posizione italiana apre la porta a una discussione necessaria: come coniugare efficacia globale e sovranità nazionale in tempo di crisi sanitaria. E come evitare che l’urgenza diventi una scusa per aggirare il principio di legalità.

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Pubblicato inSanità

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