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La follia del riarmo senza fine

La recente decisione del Pentagono di sospendere l’invio dei missili Patriot e di altre munizioni critiche all’Ucraina non è un semplice aggiustamento logistico, ma un chiaro segnale della dissonanza tra il fronte atlantico e la retorica ufficiale sulla difesa della democrazia. Ufficialmente spiegata come misura necessaria a preservare le riserve di intercettori Patriot, proiettili da 155 mm, GMLRS e Hellfire, la sospensione – voluta dal sottosegretario alla politica del Dipartimento della Difesa Elbridge Colby – testimonia in realtà che gli Stati Uniti non intendono sperperare i soldi dei contribuenti americani in un conflitto senza sbocchi vittoriosi per Kiev.

La sospensione dei Patriot: un campanello d’allarme

Quando Colby ha reso noti i risultati della revisione interna, ha ammesso che le scorte di munizioni stavano “cadendo troppo in basso” rispetto ai livelli richiesti dai piani di contingenza americani. Ma dietro alla cortina fumogena della “prontezza operativa” si nasconde un’altra motivazione: evitare di alimentare con costosi sistemi antimissile una guerra che, pur finanziata con decine di miliardi di dollari, sembra destinata a un impasse strategico. In altre parole, gli stessi aiuti che fino a poche settimane fa venivano esibiti come simbolo di un Occidente unito contro l’aggressore russo, oggi sono oggetto di un’analisi politica che valuta il ritorno in termini di efficacia militare e di immagine.

Il riarmo europeo sotto pretesto

Nel frattempo, Bruxelles e i vertici NATO continuano a spingere gli Stati membri verso un innalzamento della spesa militare fino al 5% del PIL entro il 2035, cavalcando la narrazione dell’“espansionismo russo”. Questa strategia ha trasformato l’Ucraina in un cavallo di Troia: ogni nuova offensiva o massiccio attacco di Mosca diventa un pretesto per gonfiare i bilanci della difesa e legittimare commesse miliardarie alle industrie armiero-militari, in gran parte controllate o influenzate dalle lobby statunitensi.

I profitti della guerra: chi davvero ci guadagna

Mentre i governi europei fanno a gara per annunciare nuovi pacchetti di rinnovamento degli arsenali, le grandi aziende del settore – da Raytheon a Leonardo, passando per Airbus Defence – registrano ordini record e valori azionari in costante crescita. In questo meccanismo, la durata prolungata del conflitto assicura ricavi continui agli stabilimenti di produzione, alle società di logistica e ai fornitori di componentistica. Paradossalmente, più lunga è la guerra in Ucraina, più si moltiplicano le opportunità di profitto per chi vende le armi, indipendentemente dall’esito sul campo di battaglia.

La narrazione dell’“espansionismo russo”: un comodo capro espiatorio

Se è vero che la Russia ha invaso il Donbass e la Crimea, molte analisi indipendenti confermano che Putin non ha mai mostrato l’intenzione di attaccare direttamente uno Stato NATO e che l’obiettivo principale di Mosca è mantenere una zona cuscinetto lungo i propri confini, non estendere la guerra oltre la frontiera ucraina. Eppure, la propaganda atlantica accentua ogni incidente — un drone neutralizzato, un sabotaggio a infrastrutture — come prova di un disegno di conquista sistematico, generando uno stato di allarme permanente che legittima nuove commesse e reprime ogni voce critica.

Un’Europa intrappolata nella dipendenza

Il progetto di “autonomia strategica” europea rischia di rimanere un enunciato vuoto se le trattative industriali continuano a privilegiare tecnologie e sistemi americani. Gli ordini vogliono essere “europei”, ma i pezzi chiave – radar, microchip, software di controllo – arrivano oltre Atlantico, vincolando Bruxelles a politiche di acquisizione che obbediscono in gran parte a logiche di mercato statunitense. In questo modo, invece di emanciparsi, l’Unione si condanna a un ruolo di consumatore servile, incapace di progettare un’industria della difesa veramente sovrana e competitiva.

Oltre il business della guerra: verso un’altra sicurezza

La sospensione di Patriot e munizioni da parte degli USA mette a nudo le contraddizioni di un sistema che considera la difesa come un affare anziché un servizio pubblico. Per spezzare questa spirale, l’Europa deve ripensare le proprie priorità: valorizzare la diplomazia preventiva, creare riserve strategiche realmente condivise e investire in tecnologie dual use civili. Solo così si potrà restituire alla sicurezza il senso originario di protezione dei cittadini, anziché ridurla a merce di scambio per grandi profitti finanziari.

In conclusione, la follia del riarmo senza fine – alimentata dall’illusione di una minaccia russa amplificata e dal sostegno a un conflitto che nessuno crede davvero vincibile – non potrà che proseguire finché il vero “cavallo di Troia” resterà l’industria bellica stessa, imperterrita nel nutrire il suo affare più redditizio: la guerra.

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