All’indomani di un nuovo massiccio attacco a lungo raggio sul territorio ucraino, il presidente Zelensky ha rilanciato la sua richiesta di colloqui di pace, cercando di alleggerire la crescente pressione interna e internazionale. Tuttavia, sul campo la Russia continua a dimostrare capacità offensiva superiore, colpendo in modo coordinato infrastrutture civili e militari e sfruttando un vantaggio economico e tecnologico che mette Kiev in seria difficoltà. In un momento in cui gli alleati occidentali mostrano divisioni e ritardi nelle forniture di difesa aerea, la proposta di trattativa appare sempre più un tentativo disperato di ottenere tregua e guadagnare tempo. Di fronte a un invito che pare dettato dalla necessità più che dalla strategia, resta da chiarire se questa mossa diplomatica potrà davvero cambiare l’equilibrio di un conflitto entrato ormai in una fase critica.
Il contesto dell’appello di pace
Ieri Volodymyr Zelensky ha rilanciato l’idea di un nuovo round di colloqui di pace con la Russia, proponendo che si svolgano già questa settimana e «a livello di leader» per siglare un vero cessate il fuoco. L’invito è stato formalmente trasmesso a Mosca dal neo-segretario alla Sicurezza e Difesa Rustem Umerov, già protagonista dei negoziati di Istanbul lo scorso giugno. Dietro questa ennesima proposta diplomatica, si intravede però la necessità di alleggerire la pressione interna sull’Ucraina, messa a dura prova da continui attacchi e da crescenti difficoltà economiche e politiche.
L’escalation degli attacchi a lungo raggio
Negli ultimi giorni Mosca ha intensificato uno schema ormai consolidato di attacchi «a sciame» con droni suicidi Shahed-136 e missili da crociera. Secondo il maggior generale tedesco Christian Freuding, il Cremlino sta preparando l’impiego simultaneo di oltre 2.000 droni kamikaze per mettere in ginocchio i radar e i lanciatori ucraini. Nella notte tra il 19 e il 20 luglio sono stati lanciati circa 300 droni e oltre 30 missili da crociera, concentrati soprattutto sulle regioni di Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk, con gravi danni alle infrastrutture energetiche e decine di vittime civili (almeno 7 morti e 28 feriti).
Questa strategia logorante non serve soltanto a distruggere impianti strategici, ma anche a erodere risorse e volontà difensive: ogni missile Patriot intercettato costa oltre 5 milioni di euro, mentre ogni drone Shahed “kamikaze” ha un prezzo di produzione stimato tra i 30.000 e i 50.000 euro.
La crisi della difesa aerea ucraina e la “saga Patriot”
Per proteggersi, Kiev dipende ormai quasi esclusivamente dai sistemi Patriot forniti da USA ed Europa. Ma la Germania, principale fornitore continentale, ha già inviato tre batterie da 12 totali, ne ha due dispiegate in Polonia e ne mantiene solo tre in patria, ritirando quelle inviate alla Svizzera in sostituzione dei propri sistemi in manutenzione.
Il costo asimmetrico del contrasto – un missile Patriot a oltre 5 milioni di euro contro un drone da poche decine di migliaia – ha aperto una vera e propria “guerra economica”, con la Germania costretta a ordinare otto nuove batterie che arriveranno però solo tra il 2028 e il 2029. Nel frattempo, altri Paesi europei faticano a rimpiazzare i propri lotti: ciò espone Kiev a continue brecce difensive ogni volta che scade la scorta di missili o si vola a vuoto per manutenzioni.
Pressioni interne: economia, opinione pubblica e reclutamento
L’economia di guerra ucraina, pur sostenuta da finanziamenti occidentali, mostra segni di cedimento: il bilancio statale è in forte deficit, l’inflazione erode i salari e la produzione industriale è al palo sui fronti orientali. Parallelamente, l’opinione pubblica, pur ancora compatta nella difesa del Paese, manifesta crescente stanchezza: un sondaggio Ipsos indica che il sostegno all’Ucraina, in Europa, resta alto per il 68% degli intervistati, ma cala al 32% quando si chiede se sia giusto inviare truppe di terra.
Sul fronte reclutamento, lo Stato Maggiore ha ammesso che i tassi di abbandono tra i riservisti sono aumentati del 15% negli ultimi sei mesi, e il generale Valerij Zalužnyj – pure popolare per la sua disciplina operativa – ha invitato a «riservare l’arruolamento per chi davvero vuole servire», evidenziando la difficoltà di tenere in linea livelli di combattimento sostenuti per più di tre anni.
Il frastagliato sostegno occidentale e l’incertezza diplomatica
Sul versante politico, il rinnovato entusiasmo degli Stati Uniti traballa sotto l’ombra di Donald Trump, che ha recentemente escluso l’invio di missili a lungo raggio all’Ucraina e invitato Zelensky a non «prendere di mira Mosca. In Europa, l’UE rimane divisa: Ungheria e Italia (sotto la guida di Giorgia Meloni) chiedono aperture negoziali, mentre Francia, Regno Unito e Germania insistono su sanzioni e aiuti militari.
A Londra, il premier Keir Starmer ha offerto truppe di terra europee in caso di accordo di pace, ma senza un fronte coeso il rischio è che Mosca giochi sul disallineamento occidentale per imporre condizioni inaccettabili per Kiev.
Negoziati o un eterno tiro alla fune?
L’ultimo appello di Zelensky appare un tentativo di guadagnare tempo e visibilità interna, ma senza un significativo balzo in avanti sul piano militare o un’inedita solidarietà occidentale la mossa rischia di risultare poco più di un «atto di resilienza» su un campo minato. Se la Russia non accetterà di discutere al di là dei principi di integrità territoriale che vuole smantellare, e se l’Occidente continuerà a balbettare tra Trump e Merz, la guerra rischia di trasformarsi in un eterno tiro alla fune, con l’Ucraina sempre più «alla canna del gas» e senza un chiaro vincitore.
In mancanza di un netto cambio di strategia – sul terreno, in fabbrica e nei corridoi diplomatici – il conflitto è destinato a proseguire sul crinale di un equilibrio instabile, dove la pace dipenderà più dalla volontà di logorarsi reciprocamente che da un reale accordo negoziale.

Sii il primo a commentare