Vuoi che un tuo comizio sembri un successo? Che il tuo marchio appaia popolare? Vuoi dare l’impressione che una causa stia infiammando le piazze? Nessun problema: oggi esistono agenzie che vendono manifestanti, applausi, indignazione su misura. Basta pagare.
Una di queste è Crowds on Demand, società americana fondata da Adam Swart, che recluta e paga persone per partecipare a raduni, proteste e persino finte contestazioni, su richiesta di clienti politici o aziendali. Non è una teoria, è un modello di business. E sta riscrivendo le regole della partecipazione pubblica.
Benvenuti nell’era dei protestanti a pagamento e dei crisis actor integrati nel tessuto mediatico. Un’era in cui la percezione vale più della realtà, e l’opinione pubblica è costruita come uno spot pubblicitario.
Chi c’è davvero dietro una manifestazione?
Il cittadino medio guarda un servizio al telegiornale: una folla, slogan, cartelli. Automaticamente assume che ci sia un movimento reale dietro. Gente indignata, motivata, che ha lasciato casa e lavoro per farsi sentire. Ma oggi questa fiducia è da rimettere in discussione.
Swart è stato chiaro: «Compensiamo le persone per far conoscere le loro opinioni». Ma ha anche ammesso che spesso queste opinioni sono preconfezionate, spinte, o addirittura recitate. Si può pagare per riempire una piazza, per organizzare una finta contro-manifestazione, per far sembrare un’idea più popolare di quanto sia.
È il marketing che diventa attivismo. O meglio: l’attivismo che si trasforma in marketing. E così, la sincerità dell’impegno politico diventa indistinguibile dalla regia di una campagna pubblicitaria.
Dove finisce la realtà e dove inizia lo spettacolo
Il concetto di “crisis actor” nasce in ambiti innocui: esercitazioni di sicurezza, training medico, simulazioni di evacuazione. Attori che fingono di essere feriti o in panico per addestrare meglio i soccorritori. Ma col tempo, questo ruolo tecnico si è trasformato in un’arma narrativa.
Molti ricorderanno le accuse – sempre bollate come complottiste – secondo cui alcuni eventi traumatici (stragi, attentati, disastri) sarebbero stati parzialmente messi in scena, con attori utilizzati per amplificare la portata emotiva o per indirizzare la reazione pubblica. I media hanno sempre negato ogni fondamento a queste teorie. Eppure oggi, con la conferma dell’esistenza di agenzie come quella di Swart, la linea che separa la “conspiracy theory” dalla realtà commerciale si fa sottile.
Non serve più inventare tutto. Basta amplificare. Costruire consenso apparente. Imbottire le piazze di figuranti, per far sembrare che il popolo sia compatto, arrabbiato, motivato. Anche se non lo è.
Un servizio a pagamento… e a prova di telecamera
Nel sistema di Crowds on Demand, tutto è studiato: il numero di persone, il tono della manifestazione, il messaggio da veicolare. I partecipanti sono istruiti, coordinati, inquadrati per le riprese, spesso con materiale stampato dai clienti stessi.
Le tariffe? Diverse centinaia di dollari al giorno per i manifestanti. Le campagne su scala nazionale? Possono costare milioni. E non si tratta solo di piazze. Anche finti fan, finti contestatori, finti sostenitori per eventi sportivi, influencer, startup. Tutto acquistabile, tutto manipolabile.
La partecipazione come prodotto di consumo
Ciò che una volta era il cuore della democrazia – l’azione collettiva dal basso – oggi può essere costruito in laboratorio, venduto come un pacchetto brandizzato, e consumato passivamente dai cittadini tramite social e telegiornali.
In questo contesto, la partecipazione autentica perde peso. Perché la piazza reale viene messa in competizione con quella sceneggiata. E spesso, la seconda vince per potenza mediatica, per estetica, per visibilità.
E se fosse solo l’inizio?
Il caso Crowds on Demand è solo la punta dell’iceberg. Non sappiamo quante altre società simili operino senza pubblicità. Non sappiamo quante campagne “di successo” abbiano nascosto figuranti ben pagati dietro slogan di cartone.
Ma una cosa è chiara: chi per anni ha parlato di “crisis actor” e manipolazione pubblica non era solo paranoico. Stava cogliendo segnali reali di un meccanismo ormai pienamente integrato nella comunicazione politica.
La domanda ora non è più se questi attori esistano. Ma quanti di loro abbiamo visto senza riconoscerli.

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