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Lo sport dell’ipocrisia: il caso Israele

Lo sport dovrebbe essere uno degli ultimi luoghi rimasti in cui popoli diversi si incontrano senza bisogno di parlare la stessa lingua, senza portare in campo ideologie o rancori, ma solo la voglia di competere, vincere, o semplicemente esserci. È questa la retorica che da sempre accompagna Olimpiadi, Mondiali, grandi eventi. È anche la retorica che viene tradita puntualmente, ogni volta che si presenta la possibilità di usare il campo da gioco come strumento di pressione politica.

È successo di nuovo. Questa volta non si tratta di una curva estrema o di un gruppo di ultras, ma di allenatori di calcio italiani – guidati da Renzo Ulivieri – che chiedono l’esclusione di Israele dalle competizioni sportive internazionali. In nome dei “valori umani”, si dice. Una presa di posizione che, a una prima lettura, può sembrare nobile. Ma che a ben vedere si rivela profondamente incoerente e carica di un’ipocrisia selettiva che danneggia lo sport molto più di quanto finga di proteggerlo.

Il bersaglio facile e la morale a senso unico

Nel mondo ci sono decine di regimi autoritari, governi repressivi e Stati coinvolti in conflitti. Eppure, Israele è l’unico su cui si chiede di agire con fermezza nel contesto sportivo. Questo non accade perché sia l’unico colpevole, ma perché è il colpevole più comodo da attaccare, quello che garantisce consenso politico e attenzione mediatica senza costi reali.

La Cina mantiene da anni campi di rieducazione nello Xinjiang, dove milioni di uiguri vengono privati della libertà religiosa e culturale. Nessuno ha chiesto l’esclusione della delegazione cinese dalle Olimpiadi. L’Arabia Saudita giustizia oppositori politici, ma i suoi fondi continuano a comprare squadre europee senza suscitare scandalo. Il Qatar ha costruito i suoi Mondiali sul sacrificio di migliaia di lavoratori stranieri, ma ha incassato applausi e miliardi. Perché nessuno di questi Paesi viene messo al bando? Perché muovere accuse in quelle direzioni significa mettere a rischio relazioni diplomatiche, sponsorizzazioni, diritti televisivi, affari. Israele, invece, è esposto. Non gode delle stesse tutele. E quindi si attacca.

Se lo sport diventa un tribunale improvvisato

Se accettiamo che lo sport diventi un’arena di giudizio politico e morale, nessuna nazione potrà mai più sentirsi al sicuro. Gli Stati Uniti dovrebbero essere esclusi per l’invasione dell’Iraq. La Francia per il passato coloniale in Africa. L’Italia per le responsabilità sui migranti morti in mare. Ogni Paese ha i suoi fantasmi. Se questo criterio prende piede, nessuno potrà più partecipare. Lo sport non sarà più sport, ma un tribunale estemporaneo dove la colpa non viene stabilita da un processo, ma da un’opinione pubblica spesso condizionata dall’ideologia.

Si scenderebbe in campo non più per merito, ma per approvazione politica. Gli atleti non verrebbero giudicati per le loro performance, ma per la nazionalità che portano sul petto. E così facendo si distruggerebbe ciò che rende lo sport un linguaggio universale, un terreno comune, un luogo dove ogni differenza dovrebbe essere sospesa almeno per il tempo di una partita.

Punire chi non ha colpe

La richiesta di escludere Israele colpisce indiscriminatamente gli atleti, non i politici. Ragazzi e ragazze che si sono preparati per anni, che sognano una medaglia o semplicemente l’onore di rappresentare il proprio Paese. Togliere loro questa possibilità non è un atto di giustizia, ma una forma di vendetta cieca e strumentale. Nessuna guerra si fermerà per la squalifica di una nazionale. Nessuna pace verrà accelerata dalla rinuncia a una gara. Ma lo sport perderà la propria funzione più alta: quella di creare ponti dove gli altri costruiscono muri.

Non si tratta di difendere Israele a prescindere, ma di difendere un principio: lo sport deve restare neutrale. Altrimenti sarà travolto dalle stesse logiche che pretenderebbe di combattere. In questo clima, il messaggio che passa è che non conta cosa fai in campo, ma chi sei fuori. E chi sei, a livello geopolitico, spesso non dipende nemmeno da te.

Quando vince l’ipocrisia, perde lo sport

Chi oggi chiede l’esclusione di Israele con tanta solennità dovrebbe avere il coraggio di estendere lo stesso trattamento a tutti gli altri Paesi con zone d’ombra. Ma non lo farà, perché l’indignazione selettiva è più comoda, più spendibile, meno pericolosa. E così lo sport diventa ostaggio del conformismo morale. Viene svuotato del suo significato, trasformato in una scenografia per battaglie ideologiche.

In questo gioco perde Israele, ma perdiamo tutti: gli atleti, i tifosi, i valori autentici dello sport. Perde il senso di una competizione che dovrebbe guardare al talento, non ai passaporti. Perde la possibilità di costruire qualcosa che unisce, invece di continuare a cercare nuovi pretesti per dividere.

Quando lo sport si piega alla politica, l’ipocrisia prende il sopravvento. E quello che resta, non è più sport.

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Pubblicato inSport

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