Per la prima volta nella sua storia, la Chiesa d’Inghilterra avrà un primate donna. Re Carlo III ha ufficialmente approvato la nomina di Sarah Mullally, 63 anni, attuale vescova di Londra, a futura arcivescova di Canterbury. Una “storica prima”, come la definiscono i media britannici. Ma più che di storia, qui si tratta di ideologia travestita da progresso spirituale.
La nomina della svolta… progressista
La presa di possesso avverrà nel marzo 2026, ma già da ora è chiaro che la scelta di Mullally rappresenta un passo ulteriore lungo la strada di una Chiesa anglicana sempre più piegata alle logiche del mondo. Non è solo questione di genere, ma di mentalità: Sarah Mullally incarna perfettamente quella trasformazione della Chiesa d’Inghilterra da istituzione religiosa a laboratorio socio-culturale in salsa liberal.
Prima infermiera oncologica, poi ordinata sacerdote nel 2001, Mullally è diventata nel 2018 la prima donna a guidare la diocesi di Londra. Un percorso che i giornali presentano come una scalata “meritocratica”, ma che in realtà si inserisce in una precisa agenda ecclesiale: normalizzare ciò che fino a pochi decenni fa era impensabile nella tradizione cristiana, ossia l’ordinazione episcopale femminile e la ridefinizione di ruoli spirituali millenari.
Un segnale al mondo, più che a Dio
Non sfugge a nessuno che questa nomina arrivi in un momento storico delicatissimo per la Comunione anglicana, spaccata tra un Nord globalizzato e progressista e un Sud del mondo ancora legato a posizioni tradizionali. In Africa e in Asia, moltissime diocesi non hanno mai accettato l’ordinazione episcopale delle donne, approvata in Inghilterra solo nel 2014, e guardano con crescente sospetto a Canterbury.
La nomina di Mullally rischia quindi di acuire le divisioni già esistenti: mentre Londra celebra la “parità di genere”, Nairobi e Kampala potrebbero prendere le distanze, rafforzando i movimenti scismatici già in corso, come il Global Anglican Future Conference (GAFCON), nato proprio per reagire alle derive teologiche e morali di Canterbury.
Simboli che parlano chiaro
Nel suo primo discorso da primate designata, Mullally ha parlato di “speranza”, “unità” e “amore universale”, citando la crisi climatica, la povertà, la guerra e le minoranze perseguitate. Parole che suonano bene, certo, ma che sembrano uscite più da un summit dell’ONU che da un pulpito cristiano. Il Vangelo è diventato un pretesto per parlare di agenda globalista, più che una guida per ricondurre le anime a Cristo.
Questo non sorprende: da anni gli arcivescovi di Canterbury privilegiano temi sociali e ambientali rispetto a quelli teologici e dottrinali, nel tentativo di rimanere “rilevanti” in una società scristianizzata. Ma così facendo, la Chiesa d’Inghilterra ha perso proprio ciò che la rendeva riconoscibile: la fedeltà alla propria radice cristiana, per rincorrere le mode del tempo.
Una spaccatura che ricorda quella originaria
Non dimentichiamo che la Chiesa anglicana è nata nel XVI secolo da una frattura — quella voluta da Enrico VIII — che aveva poco di spirituale e molto di politico. Oggi, cinque secoli dopo, siamo di fronte a un’altra frattura, non più tra Roma e Londra, ma tra Londra e il resto del mondo anglicano. Una divisione meno eclatante, ma potenzialmente più profonda, perché riguarda l’identità stessa della fede: che cosa significa essere Chiesa, e chi stabilisce le regole?
Con la nomina di Sarah Mullally, Canterbury manda un messaggio preciso: la tradizione può essere sacrificata sull’altare del consenso contemporaneo. E questo, per una comunione ecclesiale già fragile, potrebbe essere il colpo decisivo.

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