C’è un filo rosso che attraversa tutta la carriera di Ursula von der Leyen: l’assenza di trasparenza. Non è un caso, ma un metodo. La presidente della Commissione europea governa Bruxelles come una monarchia personale, accentratore e blindata, dove le decisioni si prendono lontano dagli sguardi pubblici, nei corridoi chiusi e nei messaggi privati. La Commissione non è più il braccio esecutivo dell’Unione, ma un piccolo regno personale, e lei, la regina, vi regna sovrana grazie a una rete di potere che unisce tecnocrati, commissari e sostenitori fedeli al verbo globalista di Klaus Schwab e dei circoli di potere più riservati d’Europa.
Nonostante le mozioni di sfiducia, gli scandali e le accuse, Ursula resiste. Non perché sia innocente, ma perché controlla le fondamenta stesse del sistema, una rete fatta di lealtà, silenzi e favori.
Lo “Pfizergate” e gli SMS scomparsi
Lo scandalo più emblematico del suo regno resta il cosiddetto Pfizergate. Durante la pandemia, von der Leyen negoziò personalmente con il CEO di Pfizer, Albert Bourla, un colossale contratto per 900 milioni di dosi, con opzioni fino a 1,8 miliardi, per un valore stimato di oltre 35 miliardi di euro. Il problema è che queste trattative avvennero via SMS, al di fuori di qualsiasi procedura istituzionale, e quei messaggi – guarda caso – oggi non esistono più.
Giornalisti, parlamentari e cittadini europei hanno chiesto di vederli, ma la risposta della Commissione è stata surreale: “non li troviamo”. L’Ufficio europeo della Procura (EPPO) ha aperto un’inchiesta e la Corte di Giustizia europea ha già condannato Bruxelles per la sua gestione “insufficiente” e “non trasparente” del caso. In pratica, la Commissione europea, che pretende rigore e legalità da tutti, ha ammesso di non essere in grado di recuperare i messaggi più compromettenti della sua presidente.
Jet privati e ipocrisia verde
Altro capitolo grottesco della saga vonderleyeniana è quello dei voli privati. Mentre impone ai cittadini e alle imprese sacrifici colossali in nome della “transizione verde”, Ursula si muove da un Paese all’altro su jet di lusso, anche per tratte di appena 50 o 60 chilometri. Predica l’ecologismo da terra ma vola da imperatrice, incurante del costo e dell’impatto ambientale.
Un’indagine giornalistica ha rivelato che in due anni la presidente avrebbe utilizzato più di cinquanta voli charter, spesso per impegni di rappresentanza che avrebbero potuto essere raggiunti in treno o in auto. Persino alcuni eurodeputati ambientalisti hanno storto il naso, ma come sempre, la risposta è stata la stessa: “motivi di sicurezza e di agenda”. Una giustificazione che ormai suona come un mantra: quando il potere è in difficoltà, invoca la sicurezza.
I telefoni cancellati in Germania
Chi pensa che gli scandali siano nati a Bruxelles, sbaglia. Ursula von der Leyen era già sotto accusa in Germania, quando da ministra della Difesa aveva affidato contratti milionari a società di consulenza esterne in modo opaco e senza regolari gare d’appalto, il cosiddetto Berateraffäre. Quando il Bundestag chiese di accedere ai dati del suo telefono di lavoro, si scoprì che era stato completamente cancellato. Le motivazioni ufficiali? “Per motivi di sicurezza informatica”. Un déjà-vu inquietante che anticipava perfettamente lo schema oggi ripetuto a Bruxelles: cancellare, negare, minimizzare.
L’ombra del plagio e il metodo dell’impunità
Nemmeno il suo titolo accademico è immune da polemiche. Già nel 2015 l’università di Hannover aveva aperto un’indagine sulla sua tesi di dottorato, riscontrando oltre il 40% di pagine contenenti citazioni scorrette o veri e propri plagi. Eppure il titolo non le venne revocato, perché, dissero i commissari, “non c’era intenzione di ingannare”. Come dire: se rubi senza volerlo, sei scusato. È la filosofia della nuova élite europea, dove la buona fede serve a coprire ogni nefandezza, purché venga commessa nel nome della stabilità.
Il potere nei salotti del globalismo
A rendere tutto ancora più inquietante è il suo legame, tutt’altro che velato, con gli ambienti del World Economic Forum di Klaus Schwab, dove la von der Leyen è ospite e relatrice abituale. Lì, tra industriali, banchieri e “filantropi”, si discute del futuro del mondo, della digitalizzazione forzata e del controllo climatico globale. E lei, la presidente che dovrebbe rappresentare i cittadini europei, sembra invece rappresentare solo la visione dei “grandi architetti” del pianeta, i “muratori” di un’Europa tecnocratica e senz’anima.
Mozioni di sfiducia: la finta opposizione
Le mozioni di sfiducia che di tanto in tanto vengono presentate contro di lei servono solo a dare l’illusione di un Parlamento ancora vivo. In realtà, nessuno ha davvero la forza o il coraggio di sfidarla. L’EPP, il Partito Popolare Europeo di cui è espressione, le fa da scudo, e molti governi preferiscono una sovrana debole ma utile piuttosto che una crisi di potere incontrollabile. Le sue reti di fedelissimi nei ministeri, nelle agenzie e nei media europei garantiscono che, anche sotto tempesta, la barca non affondi.
La regina che non cade
Ursula von der Leyen non è semplicemente una presidente: è un sistema di potere, un metodo, una macchina di controllo. Ogni volta che uno scandalo rischia di travolgerla, lei reagisce con il silenzio, l’attesa, la negazione. Poi, quando le acque si calmano, torna più forte di prima. Le accuse di corruzione, di abuso, di ipocrisia, scivolano su di lei come pioggia su una corazza di teflon. Perché a Bruxelles, ormai, la responsabilità è un concetto superato: conta solo l’appartenenza al cerchio magico del potere.
Von der Leyen continuerà a regnare fino a quando nessuno avrà il coraggio di rompere il sistema che la sostiene. Ma quel giorno, inevitabilmente, arriverà. E quando cadrà, non sarà per una mozione di sfiducia: sarà perché gli europei, stanchi di essere sudditi, pretenderanno di tornare cittadini.

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