La Francia di oggi è l’emblema di un paradosso tutto contemporaneo: un presidente che parla come uno statista globale e uno Stato che non riesce ad approvare il bilancio senza ricorrere a trucchi costituzionali. Mentre Emmanuel Macron continua a raccontare storie di grandezza europea e leadership internazionale, a Parigi il governo inciampa, si arrangia, cerca alleanze fragili. Il risultato è un esecutivo quasi senza maggioranza, costretto a imporre per decreto ciò che non riesce a far votare in Parlamento, con il primo ministro Sébastien Lecornu costretto ad aggirare la dialettica democratica pur di evitare il collasso politico. Questo non è semplice stallo: è una crisi di credibilità, di legittimità e di rispetto delle regole basilari della democrazia.
Un potere che non governa
La Francia che ama parlare di sovranità e di futuro si trova impantanata nel presente: il bilancio nazionale per il 2026 è stato fatto passare senza votazione in aula invocando l’articolo 49.3 della Costituzione — ossia bypassando il Parlamento — dopo mesi di immobilismo e negoziazioni estenuanti in un’Assemblea Nazionale spaccata e instabile.
Sono mesi che il governo annunciava di voler coinvolgere i partiti, di voler mediare, di voler costruire consenso. Alla fine, però, ha deciso di imporre il bilancio con una forzatura istituzionale, proprio mentre i partiti tradizionali non riuscivano nemmeno a formare una maggioranza solida.
Il bilancio imposto a forza
L’uso del 49.3 non è un espediente da poco: è la mossa di chi non ha i numeri per governare ma non vuole cedere. Dopo un braccio di ferro durato tre mesi, Lecornu ha scelto di far passare le entrate, le spese e poi l’intero testo di legge senza voto parlamentare, spinto anche dal timore di una mozione di sfiducia che rischierebbe di far cadere il governo.
Le concessioni strappate ai socialisti — aumento dei bonus per alcune famiglie, spesa pubblica più alta, nuove sovrattasse alle grandi imprese — non sono il segno di una politica forte, ma l’ultimo tentativo di assicurarsi un’esistenza artificiale al governo.
Un governo appeso ai trucchi
Non è che la situazione sia migliorata. Il governo è di fatto in minoranza parlamentare, continua a sopravvivere grazie ad alleanze fragili e a compromessi che non convincono nessuno, e persino le istituzioni finanziarie internazionali guardano a Parigi con crescente preoccupazione per la stabilità dei conti pubblici.
Quel che doveva essere uno Stato solido e influente è diventato l’immagine plastica di una Repubblica che non sa dove stia andando, incapace di presentare un bilancio approvato con un voto vero — e che ora ricorre a scorciatoie costituzionali per uscire dal vicolo cieco.
Retorica e realtà
Parlare di progetti europei, di difesa comune o di leadership internazionale quando non si è nemmeno capaci di sostenere il proprio consiglio dei ministri in Parlamento è pura poesia. È leadership da cartolina, non è governo. È come arrivare tardi al banchetto e poi spiegare a tutti come lo avresti cucinato tu.
Fine dei giochi
La Francia non ha bisogno di equilibrio artificiale: ha bisogno di politica reale, di decisioni con numeri chiari e di responsabilità davanti a chi la governa. Ricorrere a trucchi costituzionali e a compromessi effimeri è il segno di una classe dirigente allo sbando. Macron e Lecornu hanno scelto la scorciatoia, ma la storia e i mercati — e soprattutto i cittadini — non perdonano le illusioni.

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