C’era una volta la “flotilla”. Parola romantica, un po’ da brigantino ottocentesco, un po’ da Ong con chitarra e kefiah. Adesso, però, la flotilla è diventata convoy. Più solenne, più organizzata, più globale. E – sorpresa – con partenze anche dall’Italia, direzione Malecón dell’Avana, 21 marzo.
Il copione è noto: quando i governi stringono il cappio, la società civile scioglie gli ormeggi. È già successo con la Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza; ora si replica con il “Nuestra America Convoy” per Cuba. Cambia il mare, resta la narrazione: rompere l’assedio.
L’assedio, il parallelo, la scenografia
A dettare la linea è David Adler, coordinatore di Progressive International, che nei giorni scorsi ha paragonato la stretta americana su Cuba a quella israeliana su Gaza. Secondo lui, quando i governi infliggono “punizioni collettive”, tocca alla gente comune intervenire.
Parole forti, analogie ancora più forti. Sullo sfondo, endorsement di peso nel circuito progressista internazionale: Yannis Varoufakis, Jeremy Corbyn, Ada Colau, sindacati globali, attivisti, persino un messaggio di sostegno di Greta Thunberg.
Il tutto condito da un lessico che evoca la “dottrina Monroe”, il “cortile di casa” americano, la sovranità calpestata. È una mobilitazione plurale, ben costruita, con un impianto comunicativo studiato al millimetro.
Da Torino a L’Avana: il biglietto della solidarietà
E qui entra in scena l’Italia. A organizzare la partenza è Nicola Favaro, torinese, portavoce di Let Cuba Breathe/European Convoy. Un aereo dovrebbe decollare da Roma il 17 marzo, con scalo a Milano, per rientrare il 26. Duecento posti circa. Quota di partecipazione: poco sopra i mille euro, salvo donazioni che possano abbassare il prezzo.
Non solo passeggeri, ma anche medicinali, attrezzature mediche, aiuti umanitari. Il petrolio, quello no: troppo delicato, troppo strategico, troppo sanzionabile.
Favaro ha collaborato con Aicec, impegnata da anni in progetti di cooperazione con L’Avana, dal caffè al cacao, fino al fotovoltaico e ai crediti di carbonio. Una rete che unisce idealismo, cooperazione economica e attivismo politico.
E qui la domanda sorge spontanea: siamo davanti a un’operazione umanitaria o a una mossa geopolitica travestita da aiuto civile? La risposta, come sempre, sta nel mezzo. Ma il mezzo, spesso, è la parte più scivolosa.
Trump, Maduro e il nodo del petrolio
La stretta americana si è fatta più dura dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Con il taglio delle forniture venezuelane e la cattura di Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti, Cuba si è ritrovata senza carburante sufficiente per far girare ospedali, trasporti, centrali elettriche.
Lo stesso Trump, sul suo social Truth, è stato diretto: niente più petrolio né soldi a Cuba, meglio fare un accordo prima che sia troppo tardi. Maiuscole comprese.
Secondo rapporti dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, le restrizioni incidono su terapia intensiva, produzione di vaccini, farmaci sensibili alla temperatura. Una situazione che, al netto delle responsabilità del regime cubano, appare drammatica per la popolazione.
E tuttavia, anche qui, conviene non perdere la bussola: l’embargo dura dal 1959, con fasi alterne. Cuba non è diventata ieri un’economia pianificata, né ieri ha scoperto inefficienze croniche, doppie valute, apparati mastodontici e libertà limitate.
Flotilla o Convoy? Anche le parole pesano
Il passaggio da “flotilla” a “convoy” non è solo semantico. Le barche per Gaza venivano comprate quasi “a perdere”, destinate con ogni probabilità al sequestro. Verso Cuba, invece, in teoria nessuna marina militare dovrebbe bloccare gli aiuti. Eppure gli armatori temono le sanzioni statunitensi. Risultato: meglio noleggiare, meglio coordinare, meglio strutturare.
Convoy suona più grande, più organizzato, più internazionale. È un salto di scala e di ambizione. Non più un gesto simbolico, ma una dimostrazione politica.
Il 21 marzo, se tutto andrà come previsto, dal Malecón usciranno barche cubane – a vela, si dice – per accogliere la flotta della solidarietà. Un’immagine potente, quasi cinematografica.
Solidarietà o teatro geopolitico?
Il punto non è negare la sofferenza dei cubani. Le cronache parlano di blackout, ospedali al collasso, carburante razionato, Internet intermittente. Il punto è un altro: ogni operazione umanitaria in contesti simili è inevitabilmente politica.
Chi sostiene il Convoy lo presenta come un atto di resistenza civile contro un assedio ingiusto. Chi lo critica lo vede come l’ennesima passerella ideologica contro Washington, con scarsa attenzione alle responsabilità interne del regime.
E poi c’è l’elefante nella stanza: le voci di un possibile cambio di leadership sull’isola, magari “morbido”, magari accompagnato da un riavvicinamento agli Stati Uniti, con un ritorno a un modello turistico stile anni di Fulgencio Batista. In questo scenario si muove anche Marco Rubio, figlio di emigrati cubani, deciso a non fare sconti.
Il mare, le bandiere, le illusioni
Le navi partono, gli aerei decollano, le bandiere sventolano. La storia insegna che i mari sono pieni di simboli e di illusioni. La solidarietà è cosa nobile; ma quando incrocia geopolitica, sanzioni, equilibri regionali e rivalità ideologiche, diventa un campo minato.
La “flotilla” che si fa “convoy” è il segno dei tempi: più coordinata, più mediatica, più globale. Resta da capire se riuscirà davvero a “rompere l’assedio” o se finirà per alimentare l’ennesima battaglia narrativa tra Washington e L’Avana.
Il Malecón aspetta. Il mare, come sempre, non prende posizione. Gli uomini sì.

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