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Petrolio, benzina e mercati: il conto della guerra in Iran

Quando la guerra arriva fino al distributore

Ogni volta che nel mondo scoppia una guerra in una regione strategica per l’energia, la distanza geografica diventa improvvisamente un’illusione. Il fronte può trovarsi a migliaia di chilometri di distanza, ma le conseguenze arrivano dritte nelle tasche dei cittadini, spesso nel giro di pochi giorni. È un meccanismo ormai noto: la tensione geopolitica accende i mercati delle materie prime, il petrolio reagisce immediatamente, gli operatori finanziari si muovono in anticipo e alla fine il conto si materializza nel posto più concreto e quotidiano possibile, il distributore di carburante sotto casa.

La nuova guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele ha riattivato questo schema con impressionante rapidità. Il prezzo del greggio ha iniziato a salire quasi immediatamente e i mercati energetici hanno reagito con nervosismo crescente. In pochi giorni il petrolio ha registrato aumenti superiori al 10-12%, mentre il Brent ha superato la soglia degli 85 dollari al barile, con diversi analisti che non escludono uno scenario da 100 dollari o più se la crisi dovesse prolungarsi o allargarsi.

La ragione non è soltanto la guerra in sé, ma il luogo in cui essa si svolge. Il Golfo Persico rappresenta infatti uno dei principali snodi energetici del pianeta e da quelle acque passa una parte decisiva del petrolio mondiale. Quando quella regione entra in fibrillazione, l’intero sistema energetico globale diventa improvvisamente fragile.

In Italia gli effetti si vedono subito perché il prezzo finale dei carburanti è già molto elevato per ragioni fiscali. Oltre la metà del prezzo di benzina e diesel è costituito da tasse, un fattore che amplifica automaticamente qualsiasi aumento del petrolio sui mercati internazionali. Così anche piccoli scatti del greggio si trasformano rapidamente in rincari percepibili alla pompa.

Il risultato è un fenomeno ormai noto: quando sale il carburante, sale tutto. Trasporti, logistica, produzione industriale e beni alimentari iniziano a rincarare con un effetto domino che può trasformare una crisi geopolitica lontana in una nuova pressione sul costo della vita delle famiglie italiane.

Il colpo alla pompa: quanto sono aumentati i carburanti

L’impatto sui carburanti si è manifestato quasi immediatamente. Nel giro di pochi giorni le quotazioni alla pompa hanno registrato una nuova accelerazione, confermando quanto il mercato italiano sia sensibile alle tensioni internazionali.

Le rilevazioni più recenti indicano una benzina self service intorno a 1,78-1,79 euro al litro, mentre il diesel ha superato circa 1,84 euro al litro. Nei distributori con servizio assistito i prezzi risultano ancora più elevati: la benzina ha oltrepassato i 2,04 euro al litro e il diesel sfiora i 2,10 euro.

Solo poche settimane prima dello scoppio della crisi iraniana i valori erano sensibilmente più bassi. La benzina oscillava attorno a 1,69 euro al litro, mentre il diesel si manteneva intorno a 1,75 euro. In altre parole si è verificato un aumento medio tra i 6 e i 9 centesimi al litro, con picchi anche superiori in alcune aree del Paese.

Su scala individuale può sembrare un incremento modesto. Ma su scala nazionale assume dimensioni molto più rilevanti. Un pieno da 50 litri costa oggi tra 3 e 4 euro in più rispetto a poche settimane fa. Moltiplicando questa cifra per milioni di automobilisti e per l’intero sistema dei trasporti, si arriva rapidamente a centinaia di milioni di euro di spesa aggiuntiva ogni mese.

Le associazioni dei consumatori stimano che, tra carburanti e rincari indiretti su beni e servizi, una famiglia italiana potrebbe arrivare a spendere fino a 200-250 euro in più all’anno se i prezzi restassero su questi livelli.

Il vero nodo italiano: le tasse sul carburante

Se i rincari risultano così evidenti nel nostro Paese è anche per una ragione strutturale: la pressione fiscale sui carburanti è tra le più alte d’Europa.

Nel prezzo finale di un litro di benzina entrano infatti diversi elementi: il costo della materia prima, i margini industriali e commerciali e soprattutto la componente fiscale. Quest’ultima rappresenta la parte più consistente.

Le accise sulla benzina ammontano a circa 0,673 euro per litro, mentre su questa cifra si applica anche l’IVA del 22%, che viene calcolata non solo sul carburante ma anche sulle accise stesse. È un meccanismo fiscale particolare che di fatto crea una tassa sulla tassa.

Il risultato è che circa il 60% del prezzo della benzina è composto da imposte, mentre nel diesel la quota fiscale supera comunque il 55-57%. In pratica più di un euro su ogni litro di benzina finisce nelle casse dello Stato.

Questo sistema amplifica gli effetti delle crisi internazionali. Quando il petrolio aumenta anche solo del 10%, alla pompa l’incremento percepito diventa più evidente proprio a causa della struttura fiscale del prezzo.

Perché la guerra in Iran pesa più delle altre

Non tutte le guerre incidono allo stesso modo sui mercati energetici. Alcuni conflitti restano circoscritti e non influenzano significativamente le forniture globali. La crisi iraniana, invece, riguarda una delle aree più sensibili del pianeta dal punto di vista energetico.

Il Golfo Persico ospita alcuni dei maggiori produttori mondiali di petrolio. Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti rappresentano una quota enorme della produzione globale, mentre il Qatar è uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto.

Il nodo più delicato è però rappresentato dallo Stretto di Hormuz, una stretta via marittima larga poche decine di chilometri che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Attraverso questo passaggio transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a quasi il 20% dei consumi mondiali.

Se questo corridoio venisse bloccato o anche solo minacciato, l’intero sistema energetico mondiale entrerebbe immediatamente in crisi. Non è quindi sorprendente che ogni tensione militare nella regione produca un’immediata reazione nei prezzi del petrolio.

L’effetto domino sull’economia italiana

Il rincaro dei carburanti non riguarda soltanto gli automobilisti. Il carburante rappresenta una componente fondamentale dei costi di produzione e di distribuzione in quasi tutti i settori economici.

Il trasporto merci su gomma, che in Italia copre oltre l’80% della logistica nazionale, è particolarmente esposto all’aumento del diesel. Anche l’agricoltura utilizza grandi quantità di carburante per macchinari e trasporti, mentre l’industria dipende fortemente dalla logistica per l’approvvigionamento delle materie prime e la distribuzione dei prodotti.

Quando il prezzo dell’energia aumenta, tutti questi costi vengono progressivamente trasferiti sui prezzi finali. È così che l’aumento del petrolio si trasforma in inflazione.

Alcune analisi internazionali stimano che, se il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi sopra gli 85-90 dollari al barile, l’inflazione globale potrebbe aumentare fino allo 0,8%. Per economie già fragili come quelle europee questo rappresenterebbe un nuovo fattore di pressione sui bilanci delle famiglie.

I provvedimenti allo studio del governo

Di fronte a questi rincari il governo italiano sta valutando diverse contromisure. L’obiettivo è limitare l’impatto immediato sui consumatori senza compromettere i conti pubblici.

Una delle ipotesi più discusse riguarda la riduzione temporanea delle accise, già utilizzata durante la crisi energetica del 2022. Tagliare anche solo 20 centesimi al litro può produrre un effetto immediato sul prezzo finale, anche se comporta una riduzione delle entrate fiscali.

Un’altra proposta è quella delle accise mobili, un sistema che permetterebbe di ridurre automaticamente la tassazione quando il prezzo del petrolio supera determinate soglie.

Si discute inoltre della possibilità di utilizzare l’extra gettito IVA generato dai rincari energetici per finanziare interventi di compensazione a favore di famiglie e imprese.

Si tratta però di misure temporanee. Finché il mercato energetico resterà esposto alle tensioni geopolitiche, il rischio di nuovi rincari resterà sempre presente.

Borse in fibrillazione: i titoli più “ballerini”

La guerra non agita soltanto i mercati energetici ma anche le Borse internazionali. Ogni crisi geopolitica provoca un aumento della volatilità finanziaria e spinge gli investitori a rivedere rapidamente le proprie strategie.

Tra i settori più sensibili c’è naturalmente quello energetico. Le compagnie petrolifere e del gas tendono spesso a beneficiare dell’aumento del greggio, perché prezzi più elevati significano ricavi maggiori.

Situazione opposta per i trasporti e le compagnie aeree. Il carburante rappresenta fino al 30% dei costi operativi di una compagnia aerea, quindi ogni aumento del petrolio riduce immediatamente i margini di profitto.

Anche la logistica e l’industria pesante diventano più vulnerabili quando l’energia si impenna. Per questo motivo le azioni di questi settori risultano spesso tra le più volatili nei periodi di tensione internazionale.

Quando tornerà la normalità

Stabilire quando i prezzi torneranno a livelli più bassi è estremamente difficile. Tutto dipende dall’evoluzione del conflitto e dalla stabilità delle rotte energetiche del Golfo Persico.

Se la tensione nello Stretto di Hormuz dovesse rientrare rapidamente, i mercati potrebbero normalizzarsi nel giro di poche settimane. In questo caso il petrolio potrebbe tornare sotto gli 80 dollari al barile, con un graduale calo dei prezzi dei carburanti.

Se invece il conflitto dovesse intensificarsi o coinvolgere altri Paesi della regione, lo scenario cambierebbe radicalmente. Diversi analisti ritengono possibile un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile, con conseguenze durature su inflazione, trasporti e crescita economica.

La storia energetica degli ultimi decenni lo dimostra chiaramente: quando il Medio Oriente entra in guerra, l’energia diventa più cara per tutto il pianeta. E la prima avvisaglia, quasi sempre, compare nello stesso luogo quotidiano e familiare: il display luminoso di un distributore di benzina.

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Pubblicato inCrisi internazionali

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