In Italia non esistono solo le stagioni politiche. Esiste una stagione permanente del potere, quella che attraversa governi, emergenze e scandali senza mai davvero interrompersi. Cambiano i nomi dei ministri, cambiano le maggioranze, ma certi uomini restano lì, sempre a galla.
È dentro questo schema che si colloca la parabola di Domenico “Mimmo” Arcuri, passato con sorprendente disinvoltura dal cuore della gestione pandemica ai salotti ovattati della cultura ufficiale. Non per scelta limpida e condivisa, ma attraverso quella parola che in Italia suona sempre elegante e sempre sospetta: cooptazione.
E quando il potere si muove senza passare dal voto, è lì che bisogna fermarsi a guardare meglio.
Treccani, il tempio e il retroscena
La Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani non è una semplice casa editrice. È una delle colonne simboliche della cultura nazionale, una creatura nata nel Novecento per raccogliere e ordinare il sapere italiano.
Ma oggi, dietro la facciata nobile delle enciclopedie, si muove qualcosa di più terreno: un sistema di governance dove pubblico e privato si intrecciano, dove siedono grandi gruppi industriali, fondazioni bancarie e rappresentanze istituzionali. Non è un’accusa, è un dato.
Il problema nasce quando, dentro questo equilibrio già delicato, entra una figura non espressione diretta dei soci, ma inserita per “cooptazione”. Una figura che non rappresenta nessuno se non, di fatto, chi l’ha voluta.
E allora la domanda non è più culturale. Diventa politica: chi governa davvero la Treccani?
La cooptazione: parola elegante, sostanza opaca
“Consigliere cooptato” suona bene. Ha un’aria quasi accademica. Ma tradotto in italiano corrente significa una cosa molto semplice: sei dentro perché qualcuno ti ha fatto entrare. Non perché sei stato scelto dai soci. Non perché rappresenti interessi precisi.
Nel caso di Arcuri, questo meccanismo diventa ancora più delicato perché – secondo diverse ricostruzioni giornalistiche – non tutti i soci avrebbero condiviso la scelta. E qui si apre un nodo serio: può un’istituzione culturale di rilievo nazionale permettersi nomine divisive?
Perché la cultura dovrebbe unire, non creare frizioni interne. E invece ci si ritrova davanti a un inserimento che appare più come una forzatura di equilibrio che una sintesi condivisa.
Le relazioni che contano più delle regole
Dietro ogni cooptazione c’è sempre una regia. Nel caso specifico, il nome che circola è quello di Saverio Garofani, figura legata agli ambienti del Colle e indicata come sponsor della nomina. E sopra tutti, inevitabilmente, aleggia la figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nomina il vertice dell’istituto. Attenzione: non si tratta di accuse dirette, ma di dinamiche di potere. Quelle che in Italia funzionano da sempre.
Il punto è un altro: quando le relazioni personali diventano determinanti nelle nomine, il merito passa in secondo piano. E quando il merito arretra, la fiducia pubblica si sgretola.
Il compenso: quando la cultura diventa affare
Qui si entra nel cuore del problema.
Un compenso superiore ai 250.000 euro annui per un ruolo nel consiglio di amministrazione non è un dettaglio tecnico. È una scelta politica, economica e simbolica. Perché significa che quella posizione non è solo rappresentativa, ma ha un peso concreto, operativo, decisionale.
E se, come previsto, Arcuri venisse riconfermato per un triennio, il conto diventerebbe automatico: oltre 750.000 euro complessivi.
E allora torna la domanda, più scomoda di tutte: quale contributo giustifica una cifra simile? Non è populismo, è buon senso. In un Paese dove le istituzioni culturali spesso arrancano, dove biblioteche e archivi fanno i conti con bilanci ridotti, vedere cifre di questo tipo suscita inevitabilmente perplessità. E la percezione è quella di una cultura che, invece di essere servizio, diventa rendita.
L’ombra lunga della stagione Covid
Non si può capire la vicenda senza tornare indietro. Alla stagione più controversa degli ultimi decenni: la pandemia. Arcuri è stato uno degli uomini chiave di quella fase. Commissario straordinario, gestore di appalti miliardari, figura centrale nella macchina emergenziale. Una stagione che ha lasciato interrogativi, polemiche, indagini.
Non tutto si è tradotto in responsabilità giudiziarie, ma molto è rimasto sul piano politico e morale. E in democrazia, anche questo conta. Perché chi ha avuto un ruolo così esposto dovrebbe forse affrontare un passaggio inevitabile: rendere conto, spiegare, chiarire fino in fondo. Invece, si assiste a un fenomeno tipicamente italiano: la ricollocazione silenziosa.
La carriera che non conosce pause
Dopo Invitalia (di cui è amministratore delegato dal 2007 al 2022 per un compenso totale che sfiora i 12 milioni di euro), dopo il commissariamento, dopo le polemiche, la traiettoria non si è fermata. Si è trasformata. Formazione, consulenze, consigli di amministrazione. E poi Treccani.
Non una caduta, ma una traslazione laterale, verso ambiti meno esposti mediaticamente ma altrettanto influenti. È il segno di una rete che funziona. Sempre. Una rete che assorbe, protegge e redistribuisce.
E mentre il cittadino comune paga gli errori – veri o presunti – con conseguenze immediate, chi appartiene a certi circuiti trova sempre una nuova collocazione.
Il nodo vero: un sistema che si autoalimenta
Alla fine, il problema non è nemmeno Arcuri. Sarebbe troppo semplice ridurre tutto a un nome. Il punto è il sistema. Un sistema dove: le nomine non sempre passano dal consenso, i ruoli non sempre seguono il merito, le responsabilità raramente producono conseguenze.
E così si crea un circuito chiuso, dove gli stessi protagonisti si muovono da un incarico all’altro, senza mai uscire davvero dal perimetro del potere. È qui che nasce la frattura con il Paese reale. È qui che cresce la sfiducia.
Perché quando la cultura – che dovrebbe essere il luogo più libero e limpido – diventa terreno di queste dinamiche, allora qualcosa si è rotto davvero.

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