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Gli statisti perduti

Lo statista non è il politico che vince un talk show. È quello che sa perdere consenso oggi per salvare una nazione domani. La definizione della Treccani parla di una persona dotata di “profonda esperienza, teorica e pratica, dell’arte di governare uno Stato”. Ed è proprio qui che emerge il vuoto contemporaneo. Oggi abbondano comunicatori, influencer politici, gestori di emergenze mediatiche. Scarseggiano invece uomini e donne capaci di visione storica, cultura, coraggio e senso del destino nazionale.

Per capire quanto il livello si sia abbassato basta guardarsi indietro. Non per nostalgia sterile, ma per onestà intellettuale. Perché il Novecento e la Prima Repubblica italiana, con tutti i loro limiti, produssero una classe dirigente di ben altro spessore.

Dai padri della ricostruzione ai leader della Guerra Fredda

Nel secondo dopoguerra emersero figure che avevano conosciuto davvero il peso della storia. Guerra, dittature, povertà, ricostruzione, terrorismo. Non erano politici cresciuti nei salotti televisivi, ma uomini temprati da eventi enormi.

In Italia il primo grande nome è quello di Alcide De Gasperi, padre della Repubblica e protagonista della ricostruzione nazionale dopo il fascismo e la guerra. Fu lui a collocare l’Italia nell’orbita occidentale e atlantica, avviando il percorso europeo del Paese. Uomo sobrio, cattolico, rigoroso, aveva il senso dello Stato prima ancora che del partito.

Nello stesso periodo si mossero figure come Pietro Nenni, storico leader socialista, e Amintore Fanfani, una delle menti più brillanti della Democrazia Cristiana, più volte presidente del Consiglio e protagonista assoluto della vita politica italiana per decenni.

Sul piano internazionale si stagliavano giganti come Winston Churchill, simbolo della resistenza britannica contro il nazismo, uomo di cultura immensa oltre che di straordinaria leadership politica. Non era solo un premier: era storico, scrittore, militare, premio Nobel per la Letteratura.

La Francia ebbe invece Charles de Gaulle, generale e fondatore della Quinta Repubblica, convinto che la nazione fosse una realtà storica e spirituale prima ancora che amministrativa.

Negli Stati Uniti dominava la scena Franklin Delano Roosevelt, presidente durante la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale, capace di guidare il Paese in una delle fasi più drammatiche della storia contemporanea.

In Germania Ovest, invece, la ricostruzione fu guidata da Konrad Adenauer, primo cancelliere federale e architetto della rinascita tedesca nel dopoguerra.

Gli anni Sessanta e Settanta: politica come destino

Negli anni Sessanta e Settanta la politica italiana raggiunse forse il suo massimo livello di intensità intellettuale e drammatica.

Emersero figure come Aldo Moro, statista raffinato e complesso, fautore del dialogo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. La sua tragica fine per mano delle Brigate Rosse nel 1978 rappresentò uno spartiacque storico e simbolico.

Accanto a lui agiva Giulio Andreotti, abilissimo interprete degli equilibri italiani e internazionali della Guerra Fredda, uomo di potere dalla memoria storica sterminata.

Dall’altra parte della barricata politica si impose Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, protagonista del compromesso storico e figura percepita da molti come moralmente rigorosa.

Nello stesso periodo operarono anche Ugo La Malfa, esponente di un liberalismo rigoroso e austero, e Giorgio Almirante, leader storico della destra missina, capace comunque di formare una classe dirigente politica strutturata.

Sul piano internazionale emergevano figure come John Fitzgerald Kennedy, simbolo dell’America giovane e dinamica degli anni Sessanta, e più tardi Golda Meir, protagonista della difficile stagione israeliana segnata dalla guerra del Kippur.

Gli anni Ottanta: gli ultimi leader forti

Gli anni Ottanta furono probabilmente l’ultima stagione occidentale dominata da personalità politiche realmente carismatiche e strutturate.

In Italia spiccò Bettino Craxi, leader socialista e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Decisionista, ambizioso, capace di muoversi sul piano internazionale con grande autonomia, fu il protagonista della crisi di Sigonella e di una stagione di forte protagonismo italiano.

Accanto a lui vi fu Giovanni Spadolini, storico e intellettuale raffinato, primo presidente del Consiglio laico della Repubblica.

Nel Regno Unito dominava la scena Margaret Thatcher, la “Lady di ferro”, che trasformò radicalmente la Gran Bretagna sul piano economico e politico.

Negli Stati Uniti emergeva Ronald Reagan, protagonista del rilancio americano e del confronto finale con l’Unione Sovietica.

In Francia governava François Mitterrand, uomo di grande cultura politica e raffinato interprete degli equilibri europei.

Nel blocco sovietico apparve infine Michail Gorbaciov, che con perestrojka e glasnost aprì la strada al crollo dell’Urss e alla fine della Guerra Fredda.

Dalla Seconda Repubblica alla politica-spettacolo

Con gli anni Novanta cambia tutto. Cadono i partiti storici, arriva Tangentopoli e la politica entra nell’era della televisione permanente.

Il protagonista assoluto di quella stagione fu Silvio Berlusconi, imprenditore, leader mediatico e fondatore di un nuovo centrodestra. Fu il primo grande politico pienamente immerso nella società dell’immagine, ma possedeva ancora una visione strategica e una forte leadership personale.

Accanto a lui si impose Gianfranco Fini, che traghettò la destra post-missina verso il governo nazionale, tentando di costruire una destra conservatrice moderna.

In Germania emergeva Helmut Kohl, cancelliere della riunificazione tedesca e uno dei principali artefici dell’Europa contemporanea.

Più tardi sarebbe arrivata Angela Merkel, simbolo della stabilità tedesca ed europea per sedici anni.

Nel frattempo anche figure come Rosy Bindi, proveniente dal cattolicesimo democratico, rappresentavano ancora l’eredità di una scuola politica strutturata e radicata nei territori e nell’associazionismo.

Perché gli statisti sembrano spariti

Per capire perché oggi sembrino scomparsi gli statisti bisogna prima capire che cosa sia cambiato attorno alla politica. Perché il problema non riguarda soltanto gli uomini, ma il mondo che li produce.

La prima grande trasformazione è stata la morte delle ideologie storiche e delle culture politiche organizzate. Nel Novecento un leader cresceva dentro una comunità politica strutturata. La Democrazia Cristiana aveva scuole di formazione, sezioni territoriali, correnti culturali, riviste, università cattoliche di riferimento. Il Partito Comunista possedeva un apparato capillare, case del popolo, intellettuali, sindacati, giornali, disciplina interna. Persino il Movimento Sociale Italiano, pur marginalizzato, formava i propri quadri attraverso militanza e identità.

Quel mondo obbligava chi voleva emergere a studiare, parlare in pubblico, affrontare dibattiti veri, costruirsi una cultura storica e politica. Un dirigente non nasceva in sei mesi. Servivano anni, talvolta decenni. Oggi invece la politica è diventata rapidissima, liquida, istantanea. Un video virale può creare un leader nel giro di poche settimane. E un leader nato così spesso avrà inevitabilmente la profondità di ciò che nasce in fretta: poca.

A questo si aggiunge la trasformazione della comunicazione. Un tempo il politico parlava attraverso congressi, interviste, giornali, comizi, sedi di partito. Oggi vive dentro un flusso continuo di immagini, slogan, reazioni immediate e polemiche quotidiane. Il problema è che la comunicazione contemporanea premia l’emozione, non la riflessione. Vince chi colpisce, non chi approfondisce. Vince chi semplifica, non chi ragiona.

Così il politico contemporaneo finisce quasi inevitabilmente schiacciato sul presente. Non governa il tempo: lo subisce. Lo statista, invece, ha bisogno di lentezza, prospettiva, capacità di guardare oltre il consenso immediato. Deve poter dire anche cose impopolari. Ma oggi un leader vive sotto il ricatto permanente dei sondaggi, dei social network e della pressione mediatica continua.

Un altro elemento decisivo è il progressivo svuotamento della sovranità nazionale. Gli statisti del Novecento operavano in Stati che, pur con tutti i limiti dell’epoca, conservavano margini enormi di decisione. Oggi molte scelte economiche, monetarie, industriali e perfino geopolitiche vengono influenzate o vincolate da organismi sovranazionali, mercati finanziari, burocrazie internazionali, alleanze multilaterali e dinamiche globali.

Questo non significa che i governi non contino più nulla, ma certamente contano meno rispetto al passato. E quando il margine decisionale si restringe, anche la politica tende a trasformarsi da guida storica a semplice amministrazione dell’esistente. Lo statista nasce quando esiste ancora la possibilità concreta di cambiare il corso delle cose. Se invece il politico percepisce di poter agire solo entro confini rigidissimi, finirà inevitabilmente per concentrarsi sulla gestione dell’immagine e del consenso.

C’è poi un fattore antropologico e culturale. Gli uomini politici del Novecento provenivano quasi tutti da esperienze dure: guerra, fame, dittature, terrorismo, ricostruzione nazionale. Avevano conosciuto il dramma della storia sulla propria pelle. Per questo possedevano spesso un senso tragico della politica. Sapevano che governare significava assumersi responsabilità enormi.

La classe dirigente contemporanea occidentale, invece, è cresciuta in un’epoca relativamente protetta, dominata dal benessere, dal consumo e dall’individualismo. La politica stessa è diventata sempre più una professione tecnica o mediatica, non una missione storica. E quando la politica smette di essere vissuta come destino collettivo, inevitabilmente produce amministratori, non statisti.

Infine c’è il problema della selezione della classe dirigente. Un tempo il leader emergeva lentamente attraverso una lunga trafila istituzionale e politica. Oggi spesso la selezione avviene in base alla fedeltà personale, alla capacità comunicativa o alla spendibilità televisiva. È la vittoria della politica-spettacolo sulla politica-formazione.

In un simile contesto, lo statista diventa quasi un’anomalia biologica.

La politica senza memoria

Ma il problema più grave di tutti è probabilmente un altro: la perdita della memoria storica.

Quasi tutti i grandi statisti del passato avevano una conoscenza profonda della storia. Non solo perché l’avevano studiata, ma perché l’avevano vissuta. Churchill aveva visto il crollo degli imperi europei e due guerre mondiali. De Gasperi aveva conosciuto il carcere e il fascismo. Moro e Berlinguer avevano attraversato gli anni del terrorismo e della Guerra Fredda. De Gaulle aveva vissuto l’umiliazione della Francia occupata. Adenauer aveva assistito alla tragedia del nazismo e alla distruzione tedesca.

Questi uomini sapevano che la civiltà può crollare. Sapevano che la pace non è eterna, che l’economia può fallire, che le ideologie possono trasformarsi in mostri. Per questo avevano prudenza, profondità e senso del limite.

Oggi invece viviamo in una società che tende a cancellare continuamente il passato. Tutto viene consumato rapidamente, perfino la memoria. La politica contemporanea vive immersa in un eterno presente fatto di emergenze quotidiane, polemiche istantanee e reazioni emotive. Il tempo lungo della storia è sparito.

Questo produce una classe dirigente che spesso non possiede riferimenti culturali solidi. Molti leader contemporanei conoscono perfettamente i meccanismi della comunicazione digitale, ma ignorano la storia del proprio Paese, le grandi correnti del pensiero politico, la geopolitica, la filosofia, perfino le basi istituzionali dello Stato che governano.

E senza memoria storica la politica perde inevitabilmente profondità. Perché chi non conosce il passato non riesce a interpretare il presente e tantomeno a immaginare il futuro.

Anche il rapporto tra popolo e politica è cambiato radicalmente. Le generazioni del Novecento vivevano la politica come appartenenza comunitaria. Oggi prevale invece una dimensione individualistica e consumistica: il cittadino-elettore si comporta spesso come un cliente che cambia “prodotto politico” a seconda dell’umore del momento.

Così anche i leader si adeguano. Non cercano più di educare il consenso o guidare una nazione, ma inseguono continuamente gli umori dell’opinione pubblica. Lo statista, invece, dovrebbe saper resistere al consenso immediato quando necessario.

Esiste poi una crisi più profonda, quasi spirituale. Le grandi classi dirigenti del Novecento, pur diversissime tra loro, possedevano quasi sempre un’idea alta dell’uomo, della società e della politica. Che fosse cattolica, socialista, liberale o conservatrice, esisteva comunque una visione del mondo.

Oggi invece domina spesso il pragmatismo senz’anima. La politica ridotta a tecnica, marketing, gestione dell’esistente. Ma senza una visione antropologica e morale forte diventa impossibile costruire veri statisti. Perché lo statista non è soltanto un tecnico del potere: è qualcuno che interpreta il destino storico di una comunità nazionale.

Ed è forse proprio questo il grande vuoto contemporaneo. Non mancano soltanto i leader. Manca soprattutto una civiltà politica capace di generarli.

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Pubblicato inDossierPolitica

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