Parla Jacopo Coghe, direttore generale di Pro Vita & Famiglia: “Nathan e Catherine non sono criminali. Chiediamo giustizia”. Intervista sul caso della famiglia di Palmoli, a sei mesi dall’allontanamento dei tre bambini.
Che cosa ha provato incontrando Nathan e Catherine?
«È stata un’emozione fortissima. Li ho incontrati nella loro casetta a Palmoli, quella che qualcuno ha descritto quasi come il luogo di un delitto. Invece ho trovato un luogo che parla di amore. Un amore magari eccentrico, fuori dagli schemi, ma innocuo. Non ho visto abuso, non ho visto violenza. Ho visto due genitori feriti, con gli occhi lucidi, la voce spezzata, i gesti incerti».
Perché è andato da loro?
«Il primo motivo era consegnare le oltre 80.000 firme raccolte da Pro Vita & Famiglia per chiedere che la famiglia venga riunita. Ho portato un volume di oltre due chili, più di cinquecento pagine: nomi, cognomi, volti ideali di italiani che non vogliono dimenticare questa vicenda».
Solo una consegna formale?
«No. Sarebbe riduttivo dirlo. Sono andato per portare solidarietà personale, vicinanza, incoraggiamento. Nathan e Catherine devono sapere che non sono soli. Attorno a loro c’è una comunità di nonni, padri, madri, giovani, famiglie intere che considera questa storia una ferita aperta».
Che cosa l’ha colpita di più della casa?
«Il silenzio. Tutto sembrava triste senza le risa dei bambini. Persino il cavallo, quello visto tante volte in televisione con i piccoli in groppa, era lì, legato a un albero, quasi malinconico. Quella casa pare ferma al giorno in cui i bambini sono stati portati via».
Secondo lei qual è il nodo vero della vicenda?
«Non sono i beni materiali. Se ci fossero stati problemi pratici, si sarebbero potuti risolvere aiutando la famiglia. Qui il nodo è un altro: i valori familiari e il diritto dei genitori di educare i figli secondo la propria visione della vita».
Lei parla di una società ideologizzata. Perché?
«Perché oggi chi non si allinea rischia di pagare un prezzo altissimo. Il politicamente corretto pretende di entrare ovunque: negli usi, nei costumi, nell’educazione, perfino nel modo in cui una famiglia trasmette ai figli ciò in cui crede».
Da padre, che cosa teme?
«Sono padre di sei figli. Anche io educo i miei figli in modo non convenzionale. Insegno loro che la vita è sacra fin dal concepimento, che la famiglia è fondata sull’unione tra uomo e donna, che i bambini hanno diritto a una mamma e a un papà, che maschio e femmina non sono etichette intercambiabili. E insegno loro che Dio esiste. Allora mi chiedo: rischio anche io?»
Che promessa ha fatto a Nathan e Catherine?
«Ho promesso che non smetteremo di batterci. Continueremo a chiedere al Governo di andare fino in fondo con gli ispettori inviati al Tribunale dei Minori e continueremo a chiedere ai giudici di riunire questa famiglia».
Qual è il prossimo obiettivo?
«Arrivare a 100.000 firme. Non sono numeri freddi: sono persone in carne e ossa che mandano un messaggio chiaro all’Italia: noi non ci scordiamo di loro. Fate giustizia. Riuniteli. Ora».

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