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Processo D’Alfonso: chiesto l’ergastolo per i brigatisti Curcio e Moretti

Cinquantuno anni dopo quella tragica mattina del 5 giugno 1975, la giustizia italiana torna a fare i conti con uno dei capitoli più oscuri della stagione del terrorismo rosso. Davanti alla Corte d’Assise di Alessandria si avvia verso la conclusione il processo per l’omicidio dell’appuntato dei Carabinieri Giovanni D’Alfonso, caduto durante il blitz contro un covo delle Brigate Rosse a Cascina Spiotta, nelle campagne dell’Alessandrino.

La requisitoria della Procura ha riportato al centro dell’attenzione tre nomi che hanno segnato la storia dell’eversione armata italiana: Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini. Per i primi due è stato chiesto l’ergastolo, mentre per il terzo la richiesta è di 21 anni di reclusione.

Si tratta di un processo che arriva dopo oltre mezzo secolo e che rappresenta uno degli ultimi tentativi di fare piena luce sulle responsabilità di una stagione che ha insanguinato l’Italia.

Il sequestro Gancia e la sparatoria di Cascina Spiotta

Nel giugno del 1975 le Brigate Rosse sequestrarono l’industriale vinicolo Vittorio Vallarino Gancia, con l’obiettivo di finanziare l’organizzazione terroristica.

Il covo brigatista fu individuato casualmente dai Carabinieri in una cascina isolata dell’Alessandrino. L’intervento delle forze dell’ordine sfociò in un violento conflitto a fuoco.

Durante la sparatoria perse la vita l’appuntato Giovanni D’Alfonso, mentre rimase uccisa anche Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio e tra i fondatori delle Brigate Rosse.

Per decenni la dinamica di quella giornata è rimasta oggetto di discussioni e controversie, alimentando interrogativi mai completamente risolti.

La Procura: due ergastoli e ventuno anni di carcere

Nella sua lunga requisitoria il pubblico ministero Emilio Gatti ha sostenuto che l’uccisione del carabiniere D’Alfonso fu la diretta conseguenza dell’azione terroristica pianificata dai vertici brigatisti.

Per Renato Curcio e Mario Moretti la Procura ha chiesto la condanna all’ergastolo, ritenendoli responsabili, a titolo di concorso morale nell’omicidio, per avere ideato e diretto l’intera operazione di sequestro di Vittorio Vallarino Gancia, accettando consapevolmente il rischio di uno scontro armato con le forze dello Stato.

Per Lauro Azzolini, ritenuto presente durante la sparatoria della Cascina Spiotta, è stata invece chiesta una pena di 21 anni di reclusione, tenendo conto delle attenuanti riconosciute dalla pubblica accusa.

Secondo la Procura, la morte del carabiniere non fu un evento accidentale, ma una conseguenza prevedibile di una strategia terroristica che faceva della violenza armata uno strumento politico.

Chi sono Curcio, Moretti e Azzolini

La vicenda assume un significato ancora maggiore perché coinvolge tre figure storiche dell’organizzazione terroristica.

Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, è stato uno dei principali teorici della lotta armata in Italia. Arrestato una prima volta nel 1974, riuscì clamorosamente a evadere grazie a un commando organizzato dalla moglie Margherita Cagol, prima di essere nuovamente catturato nel 1976.

Nel corso degli anni ha riportato numerose condanne definitive per banda armata, associazione sovversiva, sequestri di persona e altri reati di terrorismo, trascorrendo oltre vent’anni in carcere prima di tornare in libertà.

Ancora più noto è il profilo di Mario Moretti, considerato il principale capo operativo delle Brigate Rosse dopo l’arresto di Curcio. Il suo nome è indissolubilmente legato al sequestro e all’assassinio di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana rapito il 16 marzo 1978 e ucciso dopo cinquantacinque giorni di prigionia.

Per quei fatti e per numerosi altri omicidi e sequestri terroristici, Moretti è stato condannato definitivamente a diversi ergastoli, scontando una lunghissima detenzione prima di beneficiare della libertà condizionale prevista dall’ordinamento italiano.

Anche Lauro Azzolini, storico militante brigatista, ha alle spalle condanne per banda armata, associazione sovversiva e altri reati di terrorismo, scontando una lunga pena detentiva.

Il procedimento in corso ad Alessandria rappresenta quindi un processo distinto rispetto alle precedenti condanne, perché riguarda uno specifico delitto per il quale, secondo la Procura, esistono oggi nuovi elementi che consentono di attribuire precise responsabilità penali.

Le difese contestano l’impianto accusatorio

Gli avvocati degli imputati respingono integralmente la ricostruzione della Procura.

Per Curcio e Moretti si sostiene che non esistano prove idonee a dimostrare il concorso morale nell’omicidio dell’appuntato D’Alfonso, mentre Lauro Azzolini, pur avendo riconosciuto la propria presenza alla Cascina Spiotta, continua a negare di essere l’autore materiale dei colpi mortali.

Spetterà ora alla Corte valutare il complesso quadro probatorio e stabilire se le responsabilità contestate siano dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio.

Una ferita ancora aperta nella storia della Repubblica

Per i familiari dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, il processo rappresenta soprattutto la ricerca di una verità completa dopo oltre mezzo secolo di silenzi e interrogativi.

La vicenda della Cascina Spiotta dimostra come il terrorismo delle Brigate Rosse continui ancora oggi a pesare sulla memoria collettiva del Paese.

Anche se molti dei protagonisti hanno già scontato lunghe pene detentive per altri gravissimi delitti, la giustizia ritiene che ogni singolo omicidio debba trovare una propria definizione processuale, riaffermando il principio che il trascorrere del tempo non cancella il dovere dello Stato di accertare la verità e individuare le responsabilità.

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Pubblicato inTerrorismo

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