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L’ultima follia arcobaleno: giù le mani dai bambini!

C’è un confine che una società sana dovrebbe custodire con la stessa cura con cui una madre custodisce il sonno del proprio figlio. È il confine tra il mondo degli adulti e l’infanzia. Un tempo lo si chiamava pudore. Oggi, invece, pare diventato un fastidioso residuo del passato, una di quelle vecchie cose da mettere in soffitta insieme al catechismo, al grembiule, alla buona educazione e al buon senso. Peccato che, quando il buon senso viene mandato in pensione, di solito al suo posto arriva l’ideologia con il tesserino da animatore culturale.

Il caso arriva da Buggiano, in provincia di Pistoia, dove una biblioteca comunale ospita un laboratorio di lettura per bambini con una drag queen, con il patrocinio del Comune. A raccontarlo è Fabio Piemonte su Pro Vita & Famiglia, nell’articolo intitolato L’ennesimo evento Lgbt con una Drag Queen per bambini. Ecco dove. Secondo quanto riportato, l’evento “Nel Mondo Fatato di Dali Dame”, in programma domani, mercoledì 24 giugno, è presentato come un pomeriggio di letture animate con la drag queen Dali Dame, in collaborazione con Coming Out APS, destinato a bambini dai 6 ai 10 anni.

Naturalmente il vocabolario è sempre quello, lucidato a dovere: inclusione, accoglienza, diversità, valorizzazione dell’essere se stessi. Parole belle, perfino nobili, se usate con misura. Ma proprio qui sta il punto: quando questi termini diventano il lasciapassare per portare davanti ai bambini contenuti identitari, simbolici e culturali che appartengono al mondo adulto, allora non siamo più davanti a una semplice lettura animata. Siamo davanti a una scelta educativa. E ogni scelta educativa, piaccia o no ai sacerdoti laici dell’arcobaleno, riguarda prima di tutto i genitori.

Il trucco delle parole buone

Il laboratorio, sempre secondo l’articolo di Pro Vita & Famiglia, non sarebbe un’iniziativa isolata ma un progetto più strutturato, promosso da Coming Out APS, con la drag queen Dali Dame impegnata a leggere fiabe e storie adattate attorno ai temi dell’identità, della diversità e dell’apparenza.

E qui casca il castello fatato. Perché nessuno contesta la lettura, nessuno contesta le fiabe, nessuno contesta la fantasia. Anzi: la fiaba tradizionale è una delle forme più alte dell’educazione dell’infanzia. Ma proprio per questo non va manipolata come un volantino da Pride in formato ninna nanna. Le fiabe di Perrault, dei Grimm, di Andersen, della tradizione popolare e cristiana, non sono nate per confondere il bambino, ma per aiutarlo a distinguere. Il bene dal male. Il vero dal falso. Il coraggio dalla paura. La fedeltà dal tradimento. La luce dalle tenebre.

Oggi invece pare che la fiaba debba servire a “decostruire”. Brutta parola, fredda come una sala riunioni di Bruxelles. Si decostruisce la famiglia, si decostruisce il maschile e il femminile, si decostruisce l’innocenza, si decostruisce perfino il linguaggio. Alla fine, di costruito resta solo il palco. E sopra quel palco, guarda caso, finiscono spesso i bambini.

Il nodo non è la persona, ma il contesto

Va detto con chiarezza: la questione non è insultare una persona, né trasformare una drag queen in un bersaglio umano. La dignità personale va rispettata sempre. Il punto è un altro, molto più serio: è opportuno proporre ai bambini di 6, 7, 8 anni una figura performativa nata in un contesto adulto, teatrale, identitario e spesso militante?

Questa è la domanda. Ed è una domanda legittima. Non basta rispondere con il solito riflesso pavloviano: “Chi critica odia”. Troppo comodo. È il vecchio trucco: se non sei d’accordo con noi, sei cattivo. Se fai domande, sei oscurantista. Se difendi i bambini, sei retrogrado. Se invochi il ruolo dei genitori, sei medievale.

Il problema è la progressiva normalizzazione dell’idea che l’infanzia sia un terreno disponibile per ogni sperimentazione culturale. Prima si entra con una lettura animata, poi con un laboratorio, poi con un progetto, poi con una giornata dedicata, poi con il patrocinio pubblico. Sempre tutto morbido, colorato, sorridente. Ma il risultato è chiaro: spostare sempre più in basso l’età del contatto con temi che dovrebbero essere affrontati con prudenza, gradualità, competenza pedagogica e soprattutto con il consenso pieno delle famiglie.

Il patrocinio pubblico non è un dettaglio

In questa vicenda pesa anche il patrocinio del Comune di Buggiano, guidato dal sindaco Daniele Bettarini, come riportato da Pro Vita & Famiglia. Il patrocinio non è una pacca sulla spalla. È un segnale politico e culturale. Significa che l’istituzione pubblica considera quell’iniziativa meritevole di sostegno, rappresentativa, compatibile con il bene comune.

E allora la domanda diventa ancora più semplice: una biblioteca comunale deve essere casa dei libri o anticamera dell’attivismo? Deve custodire la crescita culturale dei bambini o introdurli, sia pure con toni zuccherosi, dentro le categorie dell’agenda Lgbt? La biblioteca è un luogo prezioso, quasi sacro in senso civile: è silenzio, studio, memoria, immaginazione. Non dovrebbe diventare il teatrino dove l’ideologia entra dalla porta dei piccoli perché da quella degli adulti trova ancora qualche resistenza.

Non è un caso isolato

Il fenomeno non nasce oggi. Le cosiddette Drag Queen Story Hour sono comparse negli Stati Uniti e poi si sono diffuse in vari Paesi occidentali, sempre con la stessa giustificazione: raccontare storie, promuovere l’inclusione, combattere gli stereotipi. Ma ovunque sono arrivate, hanno portato polemiche.

Questo non significa giustificare minacce o violenze, che vanno sempre condannate. Significa però riconoscere che la questione esiste. Non è una fissazione italiana, non è un capriccio di qualche genitore “bigotto”, non è una fantasia da social. È un conflitto culturale reale, nato da una domanda semplicissima: chi educa i bambini? La famiglia o l’apparato ideologico travestito da laboratorio creativo?

Il diritto dei genitori non è una concessione

La Costituzione italiana, all’articolo 30, stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli. Non dice che lo Stato educa e i genitori firmano la ricevuta. Non dice che il Comune decide e la famiglia applaude. Dice una cosa limpida, scolpita nel marmo repubblicano: i genitori hanno un diritto e un dovere originario.

Lo stesso principio è riconosciuto anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che tutela il diritto dei genitori ad assicurare educazione e insegnamento secondo le proprie convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche.

Per un cattolico, poi, il punto è ancora più profondo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che i genitori sono i primi responsabili dell’educazione dei figli e che il focolare domestico è il luogo naturale dell’educazione alle virtù, alla libertà autentica e alla padronanza di sé.

Prima viene la famiglia, poi lo Stato. Prima viene il padre e la madre, poi l’assessore alla cultura. Prima viene la coscienza educativa dei genitori, poi l’associazione di turno.

La legge Valditara e il buco fuori dalla scuola

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare. Nel giugno 2026 è diventata legge la normativa sul consenso informato legata alle attività scolastiche in materia di educazione sessuale e affettiva.

Ma qui emerge il grande buco: se certe iniziative non passano più facilmente dalla scuola, possono passare da biblioteche, festival, spazi comunali, rassegne culturali, eventi patrocinati. È la porta laterale. Si chiude il portone dell’istituto scolastico e si entra dalla finestra della “lettura animata”.

Per questo la vigilanza delle famiglie diventa decisiva. Non basta più guardare il diario scolastico. Bisogna guardare il calendario della biblioteca, le locandine comunali, i progetti delle associazioni, i festival “per famiglie”, le iniziative “inclusive”. Perché l’ideologia, quando vuole entrare, non bussa più con gli scarponi. Arriva con i brillantini.

L’infanzia non è materiale da rieducazione

Il punto centrale resta questo: i bambini non sono adulti piccoli. Non sono cavie culturali. Non sono pagine bianche su cui ogni stagione ideologica può scrivere il proprio manifesto.

Hanno diritto alla meraviglia, non alla militanza. Hanno diritto alle fiabe, non alle categorie identitarie. Hanno diritto alla madre, al padre, alla famiglia, alla realtà, alla gradualità, al tempo.

Un bambino di sei anni non ha bisogno di essere introdotto ai codici simbolici del mondo drag. Ha bisogno di essere accompagnato dentro il mondo con chiarezza, tenerezza e verità.

La libertà non è fare propaganda ai piccoli

I sostenitori di questi eventi rispondono che nessuno obbliga i genitori a portare i figli. Vero, in parte. Ma la questione pubblica resta. Perché quando un Comune patrocina, quando una biblioteca ospita, quando un’associazione presenta l’iniziativa come educativa, non siamo più nel semplice spazio privato. Siamo dentro una legittimazione istituzionale.

La vera inclusione non consiste nel piegare l’infanzia alle ossessioni degli adulti. Consiste nel rispettare tutti, senza trasformare i bambini in spettatori precoci di simboli, linguaggi e battaglie che non appartengono alla loro età.

La famiglia si svegli

Questa vicenda dice una cosa molto semplice: la battaglia educativa non è finita, anzi è appena cominciata. Non si combatte soltanto nei ministeri o nei parlamenti. Si combatte nei Comuni, nelle biblioteche, nelle scuole, negli oratori, nei centri estivi, nelle locandine appese alla bacheca.

La famiglia non può delegare tutto. Non può svegliarsi solo quando il danno è fatto. Non può limitarsi a brontolare a cena e poi tacere in pubblico. Deve chiedere, verificare, pretendere trasparenza, partecipare, scrivere, telefonare, esserci.

I bambini non appartengono al Comune, non appartengono alle associazioni, non appartengono ai Pride, non appartengono agli uffici cultura. Appartengono prima di tutto alla loro famiglia e, più in alto ancora, a Dio. E davanti a questo, tutto il resto dovrebbe togliersi il cappello. Anche se ha le paillettes.

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Pubblicato inLgbtqia+

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