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Infantino vuole svendere il calcio

Non bastavano i Mondiali gonfiati fino a 48 squadre, i calendari spremuti come limoni, le partite trasformate in contenitori pubblicitari, i biglietti a prezzi da gioielleria e le finali confezionate come spettacoli televisivi americani.

Adesso Gianni Infantino vuole compiere il passo definitivo: portare gli investitori privati dentro la cassaforte del calcio mondiale, cedendo loro quote della società destinata a gestire i diritti commerciali e l’organizzazione economica delle principali competizioni della FIFA, Coppa del Mondo compresa.

Non si tratta più soltanto di vendere sponsorizzazioni, diritti televisivi o pacchetti di ospitalità. Quello avviene da decenni e, entro certi limiti, fa parte dello sport professionistico. Qui si vorrebbe creare una struttura societaria valutata miliardi di dollari, aprirla ai capitali privati e consentire a soggetti esterni al mondo federale di possedere una parte del grande affare chiamato Mondiale.

È la differenza che passa tra sfruttare commercialmente un evento e trasformare l’evento stesso in un investimento finanziario.

La notizia, raccontata tra gli altri dall’articolo L’Europa boicotta i Mondiali “privati” di Infantino: l’Uefa contro la Fifa, è guerra nel mondo del calcio pubblicato da Il Fatto Quotidiano, ha aperto una crisi senza precedenti tra la FIFA e il calcio europeo. Le 55 federazioni affiliate alla UEFA hanno infatti respinto all’unanimità il progetto e deciso di non partecipare alle competizioni FIFA finché la proposta non sarà completamente ritirata.

Ecco un paragrafo sintetico che puoi inserire nell’articolo principale, subito dopo il capitolo introduttivo dedicato a Infantino. Evita ripetizioni e collega la biografia alla critica sul suo modello di gestione della FIFA.

Chi è Gianni Infantino

Per comprendere la portata della svolta impressa alla FIFA, è utile conoscere il percorso del suo presidente.

Gianni Infantino, nato nel 1970 a Briga (Svizzera) da genitori italiani, è un avvocato specializzato in diritto sportivo che ha costruito tutta la propria carriera negli uffici del calcio internazionale. Entrato nella UEFA nel 2000, ne è diventato segretario generale nel 2009 – e non presidente, come spesso si crede – trasformandosi nel principale braccio operativo di Michel Platini.

Il crollo di quest’ultimo (poi assolto), travolto nel 2015 dallo scandalo che lo escluse dalla corsa alla successione di Sepp Blatter, spalancò a Infantino le porte della presidenza della FIFA, conquistata nel febbraio 2016 grazie a una campagna elettorale fondata soprattutto sulla promessa di aumentare i finanziamenti alle federazioni nazionali.

Da allora è stato rieletto due volte e ha consolidato un potere sempre più personale, accompagnando la crescita dei ricavi della FIFA con una progressiva espansione delle competizioni e del peso commerciale del calcio.

Pur essendo stato coinvolto in alcune controversie istituzionali – come gli incontri riservati con l’ex procuratore generale svizzero Michael Lauber e le polemiche emerse dopo i Panama Papers – non risultano condanne nei suoi confronti né elementi attendibili che colleghino suoi familiari a vicende di particolare gravità.

Le critiche più forti riguardano piuttosto la sua gestione della FIFA: un modello sempre più orientato alla massimizzazione dei ricavi, ai rapporti con il grande potere economico e politico internazionale e, secondo i detrattori, alla trasformazione del calcio da patrimonio sportivo universale a gigantesca piattaforma commerciale.

Che cosa vuole fare davvero la FIFA

Il progetto ruota attorno alla creazione della FIFA Forward Enterprise, abbreviata in FFE, una nuova società commerciale incaricata di sovrintendere alle attività economiche e organizzative delle principali manifestazioni della federazione mondiale.

Dentro questa cassaforte verrebbero collocati alcuni degli asset più preziosi dello sport mondiale: la Coppa del Mondo maschile, il Mondiale per club e le altre competizioni internazionali gestite dalla FIFA.

La nuova società avrebbe una valutazione iniziale di circa 20 miliardi di dollari. La FIFA intenderebbe cedere a investitori esterni quote di minoranza fino al 20 per cento, raccogliendo circa 4,2 miliardi di dollari. Le quote, secondo la federazione, sarebbero prive di poteri di controllo e la FIFA conserverebbe l’autorità esclusiva sulle regole, sui calendari, sulle competizioni e sulle decisioni sportive.

Sulla carta, dunque, Infantino sostiene che nulla cambierebbe. I privati metterebbero il denaro, incasserebbero i rendimenti collegati alla crescita commerciale e resterebbero lontani dalle decisioni sportive.

Una favola rassicurante. Peccato che nel mondo reale chi investe miliardi non lo faccia per amore della maglia, per nostalgia delle figurine Panini o per consentire ai bambini africani di giocare in un campo con le porte regolamentari.

Chi investe pretende un rendimento. E chi pretende un rendimento esercita inevitabilmente una pressione sull’impresa nella quale ha investito.

Può non scegliere l’arbitro della finale o il centravanti della nazionale, ma pretenderà che aumentino le partite, gli ascolti, gli sponsor, i ricavi digitali, i prezzi dei biglietti, i pacchetti commerciali e gli eventi da vendere. La governance sportiva potrà anche restare formalmente nelle mani della FIFA, ma le scelte economiche finiranno per condizionare sempre più quelle sportive.

Nel calcio, infatti, economia e competizione non vivono in due stanze separate. Se bisogna aumentare i ricavi, si allarga il torneo. Se occorre moltiplicare gli eventi, si inventa una nuova competizione. Se servono altre finestre televisive, si allunga il calendario. Se gli sponsor vogliono entrare durante le partite, si moltiplicano le interruzioni.

Il capitale non ordina necessariamente come debba essere giocata una partita. Gli basta stabilire quante partite devono essere giocate e quanto denaro devono produrre.

Il paradosso della FIFA senza scopo di lucro

La vicenda assume contorni ancora più grotteschi ricordando che la FIFA è formalmente un’associazione senza scopo di lucro con sede in Svizzera e composta da 211 federazioni nazionali.

Non è un’azienda privata fondata da Infantino. Non è una multinazionale di cui il presidente possa disporre come un amministratore delegato davanti ai propri azionisti. È un organismo che dovrebbe amministrare il calcio mondiale nell’interesse delle federazioni, degli atleti e dell’intero movimento.

La FIFA non possiede il calcio nel senso tradizionale del termine. Lo custodisce. Gli uomini che vi siedono ai vertici sono amministratori temporanei di un patrimonio costruito da generazioni di giocatori, tifosi, club e nazionali. La Coppa del Mondo non è nata grazie a un fondo d’investimento. Non è stata resa grande da una banca d’affari. Non deve il proprio prestigio a un algoritmo finanziario.

Il Mondiale è diventato ciò che è grazie al Brasile di Pelé, all’Ungheria di Puskás, all’Argentina di Maradona, all’Italia di Bearzot e di Lippi, alla Germania di Beckenbauer, alla Francia di Zidane, alle lacrime dei tifosi, alle radioline sulle spiagge, alle notti davanti ai televisori e ai bambini che imitavano i campioni nei cortili.

Ora arriva Infantino, apre la valigetta e presenta il prezzo. Venti miliardi di dollari. Naturalmente assicurando che non sta vendendo il calcio. Sta soltanto cedendo una quota della società che gestirà commercialmente il calcio.

È il tipico linguaggio della finanza contemporanea: non si vende la casa, si valorizza l’immobile; non si ipoteca il futuro, si anticipano i flussi di cassa; non si consegna un patrimonio ai privati, si costruisce una partnership strategica. Cambiano le parole. La sostanza resta.

Il denaro promesso alle federazioni

Per convincere le federazioni nazionali, la FIFA ha messo sul tavolo una proposta difficilmente ignorabile: ciascuna federazione potrebbe avere accesso fino a 20 milioni di dollari di capitale straordinario, destinato almeno ufficialmente a infrastrutture, formazione degli allenatori, squadre nazionali, calcio di base e movimento femminile. Le somme potrebbero poi crescere nei cicli successivi, arrivando fino a 24 milioni entro il periodo 2035-2038.

Ed è qui che il progetto rivela il proprio lato più spregiudicato. Infantino presenta la privatizzazione parziale come una forma di democratizzazione del calcio mondiale. Secondo la sua tesi, vendere quote della nuova società consentirebbe di raccogliere miliardi da distribuire soprattutto alle federazioni economicamente più deboli.

La parola “democratizzazione” suona però piuttosto curiosa quando viene accompagnata da un termine, da una cifra e da una scelta obbligata.

Secondo la ricostruzione della Reuters, la UEFA ha denunciato che alle federazioni sarebbe stata imposta una scadenza per sostenere il progetto, con il rischio di perdere il pagamento straordinario in caso contrario. L’organismo europeo ha parlato apertamente di un sistema usato per arricchire la cerchia della FIFA e ha contestato un metodo che assomiglierebbe più a una pressione economica che a un confronto istituzionale.

In parole povere: approvate l’operazione e arriveranno i milioni.

Per molte piccole federazioni, che dipendono in maniera decisiva dai trasferimenti della FIFA, una somma simile può risultare irresistibile. Stadi, centri tecnici, stipendi, strutture e consenso interno dipendono spesso da quei fondi.

È una forma di potere enorme. Infantino non deve convincere tutte le federazioni che la privatizzazione sia giusta. Gli basta convincerle che conviene.

Il nome dei Kushner dietro l’operazione

L’affare sarebbe seguito dalla banca d’investimento J.P. Morgan, mentre tra i potenziali protagonisti dell’operazione figura Thrive Eternal, veicolo d’investimento fondato da Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump.

Il punto non è sostenere che la parentela costituisca di per sé una prova di irregolarità. Non lo è. Il punto è che l’operazione nasce dopo un Mondiale americano durante il quale la vicinanza politica e personale tra Infantino e Trump ha già suscitato polemiche, soprattutto in Europa.

In questo contesto, la presenza di una società collegata alla famiglia Kushner non aiuta certo a dissipare le ombre. Al contrario, alimenta la sensazione di una FIFA sempre più inserita nei circuiti del potere politico, finanziario e relazionale statunitense. Un organismo mondiale che dovrebbe garantire equilibrio tra continenti sembra avvicinarsi sempre più al modello del grande sport americano: investitori, fondi, spettacolo, pacchetti commerciali, espansione continua e centralità assoluta del fatturato.

Il calcio, però, non è nato così. E soprattutto non è diventato lo sport più amato del mondo perché assomigliava alla NFL o alla NBA.

Il precedente del 2018

Quello della FIFA Forward Enterprise non è neppure il primo tentativo di Infantino di aprire le competizioni mondiali ai capitali privati.

Nel 2018, il presidente della FIFA aveva già sostenuto una proposta da circa 25 miliardi di dollari, collegata al gruppo giapponese SoftBank e ad altri investitori rimasti inizialmente nell’ombra. Il progetto avrebbe dovuto finanziare nuove competizioni globali, compreso un Mondiale per club allargato.

Anche allora la UEFA si oppose duramente, temendo che la creazione di nuovi tornei mondiali potesse indebolire la Champions League e il campionato europeo. L’operazione non andò in porto nella forma originaria. Ma l’idea non morì.

Infantino ha continuato a espandere le competizioni FIFA, ha riformato il Mondiale per club, ha rafforzato i rapporti con l’Arabia Saudita e ha trasformato il calendario internazionale in un territorio di conquista commerciale. Oggi il progetto ritorna con una struttura più definita, una valutazione precisa e investitori già individuati.

Non è quindi un’improvvisazione. È il punto d’arrivo di una visione coltivata da anni: la FIFA come macchina mondiale dell’intrattenimento sportivo, capace di produrre eventi sempre più grandi e di attirare capitali sempre più potenti.

Una FIFA già ricchissima

La giustificazione secondo cui l’operazione sarebbe necessaria per finanziare lo sviluppo del calcio appare ancora meno convincente osservando i numeri.

Il Mondiale 2026 avrebbe generato per la FIFA entrate record intorno ai 12 miliardi di dollari, favorite da prezzi senza precedenti per i biglietti e per i pacchetti di ospitalità. La FIFA, dunque, non è un ente sull’orlo del fallimento costretto a cercare capitali per sopravvivere. È una delle organizzazioni sportive più ricche del pianeta, sostenuta dai diritti televisivi, dagli sponsor e dai ricavi della Coppa del Mondo.

Perché allora vendere il 20 per cento della nuova società? La risposta è piuttosto semplice: perché il denaro non basta mai quando l’obiettivo non è più amministrare bene ciò che esiste, ma crescere continuamente.

La logica è quella tipica del capitalismo finanziario: ogni successo economico deve diventare la base per un’espansione ulteriore. Se un Mondiale produce dodici miliardi, quello successivo dovrà produrne di più. Se il torneo a 48 squadre funziona commercialmente, perché non portarlo un giorno a 64? Se il Mondiale per club genera interesse, perché non moltiplicarne le edizioni o le partite?

La crescita non è più uno strumento. Diventa il fine.

Il conflitto d’interessi strutturale

La FIFA sostiene che gli investitori sarebbero soci di minoranza senza poteri di controllo. Ma il vero problema non è soltanto chi possiede formalmente la maggioranza. Il problema è il conflitto permanente tra interesse sportivo e rendimento finanziario. Un fondo privato investe per ottenere un ritorno. Più elevato è il capitale versato, maggiori saranno le aspettative.

A quel punto ogni scelta della FIFA sarà valutata anche in base al suo effetto sul valore della società: il numero delle partite, la durata dei tornei, i Paesi ospitanti, gli orari, il calendario, le pause pubblicitarie, le piattaforme digitali e perfino la struttura delle competizioni.

La FIFA potrà continuare a sostenere di avere l’ultima parola. Ma quell’ultima parola verrà pronunciata dentro una società che deve remunerare gli investitori. La pressione non avrà bisogno di assumere la forma di un ordine. Sarà incorporata nel sistema.

La ribellione della UEFA

La reazione europea è stata eccezionalmente dura. Durante una riunione d’emergenza durata poco meno di due ore, le 55 federazioni UEFA hanno votato compatte contro il progetto. Il risultato sarebbe stato 55 a zero. Nessuna defezione, neppure tra le federazioni più piccole che avrebbero potuto essere attratte dai milioni promessi dalla FIFA.

La posizione europea non si limita a una dichiarazione simbolica. Le federazioni hanno stabilito che le proprie nazionali non parteciperanno ad alcuna competizione FIFA finché il progetto rimarrà in vita, a meno che non venga ritirato integralmente e non vengano fornite garanzie vincolanti contro future aperture delle competizioni alla proprietà privata.

Il boicottaggio dovrebbe iniziare dalle prossime competizioni femminili e giovanili, arrivando potenzialmente a coinvolgere anche i futuri Mondiali maschili qualora la crisi non venga risolta. È un’autentica dichiarazione di guerra.

Senza le nazionali europee, il Mondiale perderebbe gran parte del proprio valore sportivo, televisivo e commerciale. Un torneo senza Italia, Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio e Croazia sarebbe difficilmente vendibile come il massimo evento calcistico mondiale.

Infantino può distribuire fondi alle federazioni più piccole, ma non può inventarsi la storia, il prestigio e il pubblico delle grandi nazionali europee.

La FIFA accusata di governare con l’intimidazione

La nota della UEFA utilizza parole di una violenza istituzionale rarissima. L’organismo europeo accusa la FIFA di aver elaborato il progetto in segreto, senza un confronto significativo con le federazioni, i club, le leghe, i calciatori e i tifosi. Parla di un fallimento della leadership e di un’abdicazione al ruolo di custode del calcio mondiale.

La UEFA sostiene inoltre che le federazioni sarebbero state poste davanti a un ultimatum: accettare la trasformazione delle competizioni in prodotti finanziari oppure rinunciare ai benefici economici.

Non una scelta democratica, dunque, ma una forma di governo attraverso la pressione finanziaria. È il punto politicamente più grave.

La FIFA non è un fondo sovrano né un ministero delle Finanze. Non dovrebbe comprare consenso attraverso la distribuzione selettiva di denaro. Dovrebbe discutere, motivare, rendere pubblici i documenti, chiarire chi investirà, quali diritti riceverà e quali guadagni potrà ottenere.

Invece il progetto sarebbe arrivato a uno stadio avanzato prima che gran parte del mondo del calcio ne conoscesse pienamente la struttura. Prima si prepara il pacchetto. Poi si offre il premio. Infine si chiede il voto.

Le perplessità fuori dall’Europa

La critica non arriva soltanto dalla UEFA.

La CONCACAF, la confederazione del Nord e Centro America, ha espresso delusione per il fatto che un progetto così dettagliato sia stato reso pubblico senza un confronto preventivo con gli organismi di governo e con i soggetti interessati.

Anche la Asian Football Confederation ha chiesto più informazioni e più tempo per valutare le implicazioni giuridiche, commerciali, strategiche e di governance.

Non siamo ancora davanti a una rivolta mondiale, ma la frattura si sta allargando.

Tradizionalmente Infantino ha costruito il proprio consenso soprattutto fuori dall’Europa, distribuendo maggiori risorse alle federazioni africane, asiatiche, caraibiche e oceaniche. È il meccanismo che gli ha garantito rielezioni quasi plebiscitarie. Se anche una parte di quelle federazioni iniziasse a dubitare dell’operazione, il presidente della FIFA si troverebbe davanti alla crisi più seria del proprio mandato.

Il possibile futuro personale di Infantino

A rendere ancora più delicata la vicenda contribuisce l’ipotesi relativa al futuro dello stesso Infantino.

Il suo mandato alla guida della FIFA dovrebbe concludersi nel 2031. Secondo alcune ricostruzioni, la nuova FFE potrebbe prevedere una figura simile a quella di un commissario o amministratore delegato, potenzialmente destinata proprio all’attuale presidente.

La FIFA ha dichiarato che l’ipotesi non è mai stata discussa formalmente, precisando però che il presidente e l’amministrazione dovrebbero avere ruoli di primo piano nella nuova società qualora venisse approvata.

Non vi è quindi alcuna prova che il progetto sia stato concepito per garantire a Infantino una nuova poltrona dopo il 2031. Ma la sola possibilità dimostra quanto sia urgente chiarire la governance.

Chi ha ideato la nuova società? Chi ne nominerà i dirigenti? Quanto guadagneranno? Quanto dureranno i loro incarichi? Un presidente uscente della FIFA potrebbe assumere un ruolo remunerato nella società commerciale nata sotto il suo mandato? Sono domande inevitabili. E finché non arriveranno risposte complete, il sospetto resterà sul tavolo.

Dal calcio popolare al calcio dei clienti

La trasformazione voluta da Infantino non nasce oggi.

Da tempo il tifoso non viene più considerato un appartenente a una comunità sportiva, ma un cliente. Deve acquistare il biglietto, l’abbonamento televisivo, il pacchetto streaming, la maglia ufficiale, il prodotto dello sponsor, l’esperienza hospitality, il contenuto digitale e magari perfino il gettone virtuale.

Il tifoso tradizionale, quello che segue una squadra per appartenenza familiare, cittadina o nazionale, interessa sempre meno. Costa poco. Occupa un posto per novanta minuti. Pretende orari ragionevoli. Si lamenta del prezzo.

Il cliente globale, invece, compra un’intera esperienza. Vuole il concerto prima della finale, il ristorante nello stadio, il pacchetto turistico, l’area VIP, il selfie con la coppa e la carta di credito sempre pronta.

La privatizzazione commerciale del Mondiale rappresenterebbe il coronamento di questa mutazione. La partita non sarebbe più il centro dell’evento. Sarebbe il contenuto attorno al quale vendere tutto il resto.

Più partite, meno calcio

L’ingresso degli investitori rende quasi inevitabile una nuova corsa all’espansione.

Per aumentare i ricavi occorre aumentare il prodotto disponibile. Significa più squadre, più partite, più tornei, più giorni di competizione e meno riposo per i calciatori.

Il Mondiale 2026, già allargato a 48 nazionali, è stato il più grande della storia. La riforma ha portato il torneo a un numero senza precedenti di partite e ha ulteriormente compresso un calendario già saturo.

Gli investitori non saranno interessati a ridurre il numero degli incontri per tutelare gli atleti. Non chiederanno meno eventi per preservare la rarità del Mondiale. Il loro dovere sarà l’opposto: far crescere il valore dell’investimento.

Ed ecco il rischio di nuovi Mondiali allargati, nuove competizioni intercontinentali, un Mondiale per club sempre più frequente e finestre internazionali ancora più invasive. A perdere sarà il calcio stesso. Perché un grande evento è grande anche perché è raro.

Il Mondiale aveva valore proprio perché arrivava ogni quattro anni. Era atteso, immaginato, desiderato. Se tutto diventa continuo, eccezionale e globale, nulla è più davvero eccezionale.

La concorrenza con club e campionati

Dietro lo scontro tra FIFA e UEFA esiste naturalmente anche una guerra di potere.

La UEFA difende la Champions League, gli Europei e il ruolo centrale del calcio europeo. La FIFA vuole controllare una porzione sempre maggiore del mercato globale.

Non bisogna essere ingenui: neppure la UEFA è un convento francescano. Anch’essa ha moltiplicato le competizioni, modificato la Champions League, aumentato le partite e inseguito sponsor e televisioni. Ma l’esistenza di interessi contrapposti non rende meno grave il progetto della FIFA. Anzi, dimostra il pericolo.

Se la FIFA deve garantire rendimenti agli investitori, sarà spinta a creare eventi capaci di sottrarre pubblico, sponsor e spazi televisivi alle competizioni europee. La UEFA reagirà allargando ulteriormente i propri tornei. I club chiederanno più ricavi. Le leghe difenderanno i campionati.

Il risultato sarà una guerra commerciale giocata sulle gambe dei calciatori e sulle tasche dei tifosi. Tutti sosterranno di voler sviluppare il calcio. Tutti cercheranno semplicemente di venderne una fetta più grande.

La contraddizione con la Superlega

Per anni FIFA e UEFA hanno combattuto duramente il progetto della Superlega europea, sostenendo che i grandi club non potessero appropriarsi del calcio e trasformarlo in un circuito chiuso orientato al profitto.

Il principio era corretto. Il calcio non appartiene a dodici club miliardari. Ma allora non appartiene neppure alla FIFA.

Se era sbagliato che Real Madrid, Barcellona, Juventus e altri club vendessero il futuro delle competizioni europee a investitori privati, non si comprende perché dovrebbe essere accettabile che Infantino apra agli investitori la società incaricata di gestire commercialmente il Mondiale.

La differenza non può essere soltanto questa: quando privatizzano gli altri è un attentato al calcio, quando privatizza la FIFA è democratizzazione.

O il calcio è un patrimonio da custodire oppure è un prodotto da vendere. Non può essere l’uno o l’altro a seconda di chi firma il contratto.

Il Mondiale ipotecato fino al 2038

Il progetto economico guarda molto lontano.

La FIFA promette finanziamenti crescenti alle federazioni nei cicli commerciali successivi, arrivando fino al periodo 2035-2038. Significa prendere oggi decisioni destinate a condizionare il calcio per oltre un decennio.

Una volta entrati i capitali privati, tornare indietro sarebbe estremamente difficile. Le quote potrebbero essere cedute, rivalutate, utilizzate come garanzie o trasferite ad altri investitori. La società avrebbe contratti, obblighi e aspettative di rendimento.

La FIFA sostiene che venderà soltanto una minoranza non controllante. Ma una quota societaria non è una sponsorizzazione a tempo. Uno sponsor può andarsene alla scadenza del contratto. Un socio diventa parte della struttura proprietaria. Il denaro incassato oggi potrebbe quindi trasformarsi nel vincolo di domani.

Chi controllerà i controllori?

Il nodo centrale resta la trasparenza.

Quali asset finiranno precisamente nella FFE? La nuova società gestirà soltanto la vendita dei diritti oppure anche l’organizzazione materiale degli eventi? Come verranno valutati gli asset? Chi sceglierà gli investitori? Esisteranno clausole che impediscano l’ingresso futuro di fondi sovrani, governi, società di scommesse o soggetti collegati a Paesi candidati a ospitare il Mondiale? Quali informazioni commerciali riceveranno i soci? Potranno influenzare la scelta dei mercati più redditizi? Quali commissioni incasseranno banche, consulenti e intermediari? Chi stabilirà gli stipendi dei dirigenti? Sono questioni fondamentali, perché la FIFA non sta vendendo una fabbrica di bulloni.

Sta amministrando una competizione che muove passioni, identità nazionali, investimenti pubblici e immense risorse economiche. Zero trasparenza, in un affare da venti miliardi, non è una leggerezza. È un allarme.

Il dovere di custodire, non di possedere

La frase più importante pronunciata dalla UEFA è anche la più semplice: nessuno di noi possiede il calcio. Il calcio viene ricevuto dalle generazioni precedenti e consegnato a quelle future.

Chi lo amministra non dovrebbe domandarsi soltanto quanto può guadagnare oggi, ma che cosa resterà domani. È una responsabilità che riguarda qualunque patrimonio culturale: le istituzioni non sono proprietarie assolute di ciò che rappresentano. Ne sono custodi.

Infantino sembra invece aver rovesciato il rapporto. Il Mondiale diventa una leva finanziaria. La tradizione diventa un marchio. Il tifoso diventa un consumatore. La nazionale diventa un contenuto. La partita diventa una finestra commerciale. E la coppa più prestigiosa del pianeta diventa la garanzia sulla quale raccogliere capitali.

La battaglia decisiva

La scelta delle federazioni europee di minacciare il boicottaggio è durissima e comporta rischi enormi.

Un conflitto prolungato potrebbe dividere il calcio mondiale, danneggiare giocatori e tifosi e mettere in discussione le competizioni future. Ma esistono momenti nei quali non reagire significa accettare che venga superato un limite irreversibile. Questo è uno di quei momenti.

La FIFA deve ritirare il progetto, pubblicare tutti i documenti, chiarire i rapporti con gli investitori e sottoporre ogni futura riforma a un confronto vero con federazioni, club, leghe, calciatori e rappresentanti dei tifosi.

Non basta assicurare che la maggioranza resterà pubblica. Non basta promettere milioni al calcio di base. Non basta ripetere che tutto verrà reinvestito nello sport. Il problema è il principio. Il Mondiale non può avere azionisti privati.

Infantino deve fermarsi

Gianni Infantino ha già trasformato profondamente la FIFA.

Ha aumentato i ricavi, ampliato i tornei, rafforzato il peso delle federazioni extraeuropee e costruito una rete politica internazionale potentissima. Ma non tutto ciò che produce denaro produce anche valore. Non tutto ciò che fa crescere un bilancio fa crescere il calcio.

Un presidente federale non viene giudicato soltanto dagli incassi accumulati durante il proprio mandato. Viene giudicato anche da ciò che lascia a chi verrà dopo.

Se Infantino riuscisse a portare gli investitori privati dentro la struttura commerciale del Mondiale, lascerebbe una FIFA più ricca ma un calcio meno libero. Avrebbe trasformato il proprio ruolo da custode a venditore. E soprattutto avrebbe stabilito un precedente devastante: qualunque cosa, nel calcio, può essere ceduta purché il prezzo sia abbastanza alto.

Oggi il 20 per cento della società commerciale. Domani una quota maggiore. Dopodomani i diritti per trent’anni. Poi magari la finale assegnata non al Paese più adatto, ma al mercato più redditizio. Una volta aperta la porta, il capitale non resta educatamente sull’uscio. Entra. Si siede. E presenta il conto.

Il calcio non è in vendita

Infantino può chiamarla innovazione. Può chiamarla inclusione. Può chiamarla democratizzazione. Può riempire i comunicati di espressioni rassicuranti come “sviluppo sostenibile”, “opportunità globali”, “capitale non controllante” e “crescita condivisa”. Ma la sostanza rimane ostinatamente semplice.

La FIFA vuole raccogliere miliardi cedendo ai privati una quota della società che gestirà economicamente le competizioni più importanti del mondo. Questo significa privatizzare una parte del grande patrimonio calcistico internazionale. E significa piegare il futuro dello sport alle aspettative di chi, per mestiere e per dovere, deve ottenere un rendimento dal denaro investito.

Il calcio ha già ceduto troppo alla televisione, agli sponsor, agli sceicchi, ai fondi e alle piattaforme. Ora vogliono vendere anche una fetta del Mondiale. È tempo di fermarsi.

Perché la Coppa del Mondo non è di Infantino, non è della FIFA, non è della UEFA e non è di J.P. Morgan. Appartiene alla storia del calcio. E la storia, almeno quella, non dovrebbe avere azionisti.

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Pubblicato inCalcioDossier

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