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L’ideologia entra anche dietro le sbarre: il caso del trans svedese

Alla fine la realtà ha sfondato anche le porte blindate dell’ideologia. Paulus Said Foukaih Abdelshahed, condannato all’ergastolo per aver ucciso i suoi due bambini, ha deciso di cambiare sesso diventando legalmente Lily e ottenendo così il trasferimento dal carcere maschile di Tidaholm a quello femminile di Ystad. Dopo mesi di proteste, segnalazioni e paura tra le detenute, però, la Svezia ha fatto marcia indietro: Abdelshahed è stato trasferito nuovamente in un istituto per uomini.

Una decisione arrivata dopo l’inchiesta di Expressen, che ha raccolto le testimonianze di sei detenute e di personale penitenziario.

E allora la domanda è inevitabile: era davvero necessario arrivare fin qui per accorgersi del problema?

Due bambini uccisi

La vicenda parte da un crimine terribile. Abdelshahed fu condannato all’ergastolo nel 2024 per avere ucciso i suoi due figli, un bambino e una bambina entrambi sotto i dieci anni, nella loro abitazione di Södertälje.

Secondo la ricostruzione giudiziaria, utilizzò sacchetti e elio per provocarne la morte per asfissia. Successivamente, durante la detenzione, cambiò legalmente sesso e assunse il nome Lily.

Nell’autunno 2025 arrivò quindi il trasferimento dal carcere maschile di Tidaholm all’istituto femminile di Ystad.

Qui sta il punto politico della vicenda. Non si discute della dignità che deve essere riconosciuta a qualunque detenuto. Si discute di una cosa molto più concreta: dove debba essere rinchiusa una persona quando la sua collocazione può incidere sulla sicurezza e sull’intimità degli altri detenuti.

Perché il carcere non è un convegno sull’identità di genere. È un luogo chiuso nel quale le persone non possono scegliere con chi condividere gli spazi.

L’inchiesta di Expressen

A far esplodere il caso è stata proprio Expressen.

Il quotidiano svedese ha raccolto le testimonianze di sei detenute e di appartenenti al personale penitenziario. Le donne hanno raccontato una situazione di forte disagio e insicurezza. Abdelshahed è stato accusato di essersi mostrato con i genitali esposti, di aver indossato una camicia da notte molto corta senza biancheria intima e di comportamenti ritenuti sessualmente inappropriati. Alcune detenute avrebbero inoltre evitato spazi comuni, comprese le docce.

Sono accuse che vanno chiamate con il loro nome: accuse, non fatti definitivamente accertati in sede penale. Le denunce relative a presunte molestie sessuali risultano infatti archiviate.

Ma il problema istituzionale resta enorme.

Perché qui non si tratta di stabilire se Abdelshahed abbia commesso un ulteriore reato. Si tratta di capire perché sei donne detenute e alcuni agenti abbiano dovuto arrivare alla stampa per vedere presa sul serio una situazione che denunciavano come insostenibile.

Una detenuta citata da Expressen ha riassunto il problema in maniera brutale: «Nessuno ci ascolta».

Ed è forse la frase più pesante dell’intera vicenda.

Quando arrivano i giornali, arriva anche la soluzione

Dopo l’inchiesta qualcosa improvvisamente si muove.

La settimana scorsa l’amministrazione penitenziaria svedese ha comunicato la decisione di trasferire Abdelshahed in un carcere maschile.

Susanne Wedin, dirigente del servizio penitenziario svedese, ha spiegato che è stata applicata l’eccezione che consente di non seguire automaticamente il sesso giuridicamente registrato nell’assegnazione dell’istituto.

E ha pronunciato parole che sembrano persino rivoluzionarie nell’Europa del 2026: la presenza in un carcere femminile di un uomo biologico può creare evidenti difficoltà. Secondo Wedin, con l’evolversi della situazione, quella collocazione non era più considerata appropriata.

Appunto.

Ma occorreva davvero un’inchiesta giornalistica per scoprirlo?

La politica scopre le donne

Dopo le rivelazioni sono arrivate anche le reazioni politiche.

Il ministro della Giustizia Gunnar Strömmer ha affermato che non può esistere una situazione nella quale le donne detenute rischino molestie o comportamenti offensivi. Anche esponenti socialdemocratici, cristiano-democratici e dei Democratici Svedesi hanno chiesto interventi.

Il governo ha inoltre avviato una revisione delle norme penitenziarie, mentre la direzione dell’amministrazione carceraria si è detta favorevole a chiarire meglio le regole applicabili ai detenuti che cambiano sesso legale.

La vicenda ha inevitabilmente riacceso anche lo scontro sulla nuova legge svedese sull’identità di genere, entrata in vigore il 1° luglio 2025, che ha semplificato il cambiamento del sesso registrato legalmente.

Ed emerge un paradosso difficile da ignorare: per anni la politica europea ha proclamato di voler creare “spazi sicuri” per le donne. Poi, quando alcune donne recluse hanno denunciato di non sentirsi sicure proprio dentro un carcere femminile, improvvisamente la questione è diventata complicatissima.

Non è neppure il primo caso

Il caso Abdelshahed non nasce nel vuoto. In Svezia aveva già fatto discutere quello di Kristoffer Johansson, successivamente identificatosi come Kim Marie, condannato per l’omicidio e lo smembramento della propria ex fidanzata e trasferito in seguito nel carcere femminile di Hinseberg dopo il cambio di identità e l’inizio di un percorso ormonale.

Anche altri Paesi hanno affrontato controversie analoghe.

Il punto, dunque, non dovrebbe essere stabilire se una persona transgender abbia o meno dignità. Ce l’ha, come qualsiasi essere umano.

Il punto è un altro: il riconoscimento dell’identità personale può trasformarsi automaticamente nel diritto a essere collocati in qualunque spazio riservato all’altro sesso, anche quando entrano in gioco sicurezza, vulnerabilità e privacy di terze persone?

Il caso svedese suggerisce che persino le autorità che avevano inizialmente risposto di sì abbiano dovuto riconoscere che esistono dei limiti.

La dignità non cancella la realtà

Anche da una prospettiva cristiana è necessario evitare due errori opposti.

Il primo è trasformare una persona in un bersaglio da disprezzare. Non sarebbe cristiano e non servirebbe a nulla. Ogni essere umano conserva una dignità intrinseca, anche dopo aver commesso delitti spaventosi.

Il secondo errore, però, è credere che la carità obblighi a negare la realtà.

Non è così.

La misericordia cristiana non abolisce la giustizia e la dignità di una persona non annulla quella delle altre.

Le detenute di Ystad sono anch’esse persone affidate alla custodia dello Stato. Non possono cambiare reparto, scegliere i compagni di detenzione o semplicemente prendere la borsa e andarsene.

Proprio per questo lo Stato ha nei loro confronti una responsabilità enorme.

Prima l’ideologia, poi la retromarcia

La conclusione del caso è quasi grottesca.

Prima Abdelshahed viene trasferito nel carcere femminile. Poi arrivano le proteste. Poi le segnalazioni degli agenti. Poi parlano le detenute. Poi interviene Expressen. Infine l’amministrazione scopre che esiste un’eccezione alla regola e dispone il ritorno in un istituto maschile.

Il buon senso arriva buon ultimo, con grande calma e dopo essere stato accompagnato alla porta dal giornalismo.

Il caso Abdelshahed dovrebbe insegnare qualcosa anche fuori dalla Svezia: le leggi possono modificare un dato anagrafico, ma quando si organizzano carceri, spogliatoi, docce e altri luoghi nei quali sicurezza e intimità contano, la realtà materiale non può essere cancellata con un tratto di penna.

Non significa negare rispetto alle persone transgender.

Significa ricordare che esistono anche le altre persone.

E forse il vero scandalo di Ystad è proprio questo: per tutelare un detenuto si è finito per lasciare sei detenute a chiedere che qualcuno ascoltasse anche loro.

Alla fine qualcuno le ha ascoltate.

Peccato sia servito un giornale per costringere lo Stato a farlo.

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Pubblicato inTransgender

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