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Tutti i Santi e i nostri morti: due giorni che parlano di eternità

Il 1° e il 2 novembre non sono la festa dei fiori e delle tombe

Ci sono due giorni, all’inizio di novembre, nei quali la Chiesa ci costringe quasi a fermarci. Il primo ci fa alzare gli occhi verso il Cielo. Il secondo ci conduce davanti alle tombe. Ma entrambi ci parlano della stessa cosa: l’eternità. È questo il senso profondo della solennità di Tutti i Santi, il 1° novembre, e della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, il 2 novembre. Due celebrazioni vicinissime non per caso, ma perché raccontano le due facce della medesima speranza cristiana.

La festa di Tutti i Santi non riguarda soltanto i grandi nomi scolpiti nel calendario: Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Padre Pio, Giovanni Bosco o Teresa di Calcutta. Come ricorda La Civiltà Cattolica, la Chiesa celebra anche quella moltitudine sconosciuta di uomini e donne che hanno accolto il Vangelo e lo hanno testimoniato nella vita senza lasciare necessariamente il proprio nome nei libri di storia. Sono i santi della porta accanto, potremmo dire: madri e padri di famiglia, sacerdoti, religiosi, lavoratori, anziani, giovani. Persone che hanno sofferto, perdonato, amato, pregato e perseverato.

La santità non è roba per pochi

È forse questo l’aspetto più bello della festa del 1° novembre: ricordarci che la santità non è una professione riservata agli specialisti del sacro. Benedetto XVI spiegava che tutti gli stati di vita possono diventare vie di santificazione attraverso la grazia, l’impegno e la perseveranza.

Il Vangelo proclamato nella solennità mette davanti agli occhi le Beatitudini. Non il successo, il denaro, il potere o l’applauso, ma i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, coloro che hanno fame e sete di giustizia e quanti rimangono fedeli anche nella persecuzione.

È una scala di valori che il nostro tempo fatica persino a comprendere. Il mondo proclama beato chi possiede; Cristo chiama beato chi sa donarsi. Il mondo celebra chi prevale; Cristo indica i miti. Il mondo insegna a vendicarsi; Cristo parla di misericordia. La santità cristiana rimane, ieri come oggi, una rivoluzione silenziosa.

E quei santi senza monumenti e senza biografie ci dicono soprattutto una cosa: si può arrivare in Paradiso vivendo bene la normalità. Facendo il proprio dovere, custodendo la famiglia, sopportando una malattia, educando un figlio, assistendo un genitore anziano, perdonando un’offesa, restando fedeli quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.

Il giorno dopo, davanti alle tombe

Poi arriva il 2 novembre. Cambia il colore della giornata, ma non cambia l’orizzonte. Dai santi del Cielo passiamo ai nostri morti.

Ed ecco i cimiteri riempirsi di fiori, lumini e persone. È una tradizione antica e profondamente umana, che sarebbe un errore liquidare come semplice nostalgia. Ma per un cristiano portare un crisantemo sulla tomba non basta.

La Chiesa non ci invita soltanto a ricordare i defunti: ci invita a pregare per loro.

Benedetto XVI ricordava che la Chiesa, fin dalle origini, ha custodito la memoria dei morti offrendo per loro suffragi. È qui che entra in gioco una parola oggi quasi scomparsa perfino dal linguaggio di molti cattolici: Purgatorio.

Pregare per i morti significa credere realmente nella comunione dei santi e credere che il legame d’amore stabilito in Cristo non venga reciso dalla morte. La Messa offerta per un defunto, la preghiera, il Rosario, le opere di carità e le indulgenze applicate alle anime del Purgatorio non sono residui folkloristici di un cattolicesimo antico. Appartengono alla fede e alla tradizione della Chiesa.

La Penitenzieria Apostolica ricorda infatti il valore dei suffragi e, in modo particolare, del Sacrificio eucaristico per le anime del Purgatorio.

Non celebriamo la morte

C’è poi un equivoco da evitare. Il 2 novembre non è la celebrazione della morte. È la proclamazione cristiana che la morte non ha l’ultima parola.

Davanti a una tomba il dolore rimane dolore. Il cristianesimo non ci chiede di fingere. Gesù stesso pianse davanti alla tomba dell’amico Lazzaro. La fede non cancella le lacrime di una moglie che ha perduto il marito, di un figlio davanti alla tomba dei genitori o, nel dolore più innaturale, di un genitore davanti a quella di un figlio.

Ma impedisce alla disperazione di diventare l’ultima parola.

Benedetto XVI definì la morte, alla luce della fede, non semplicemente come una fine, ma come il passaggio verso la pienezza della vita. Giovanni Paolo II ricordava che Tutti i Santi e la commemorazione dei defunti rivolgono entrambe il nostro sguardo verso la meta definitiva del pellegrinaggio terreno.

Questa è la differenza cristiana.

Una lezione per una società che nasconde la morte

La nostra epoca parla continuamente di vita, benessere e longevità, ma ha una paura terribile della morte. La nasconde, la sterilizza, la allontana dalle case e perfino dalle parole. Non si muore più: si “viene a mancare”, si “scompare”, si “lascia”. Quasi che cambiando vocabolo potessimo cancellare il destino terreno dell’uomo.

Il cristianesimo fa esattamente il contrario. Guarda la morte in faccia, senza innamorarsene e senza disperare, perché davanti ad essa mette Cristo risorto.

Per questo il 1° e il 2 novembre formano quasi un’unica grande catechesi. Il primo giorno ci mostra dove siamo chiamati ad arrivare; il secondo ci ricorda coloro che ci hanno preceduto.

E allora vale la pena recuperare anche gesti semplici che appartengono alla nostra tradizione: andare al cimitero con i figli, raccontare loro chi erano i nonni e i bisnonni, fermarsi davanti a una tomba dimenticata, recitare una preghiera, partecipare alla Messa, far celebrare una Messa per i propri cari. Non soltanto fiori, dunque. Preghiere.

Perché i fiori appassiscono. La preghiera resta.

E forse, davanti a quelle fotografie ormai ingiallite sulle lapidi, dovremmo ricordarci che un giorno qualcuno verrà davanti alla nostra. È il memento mori cristiano, che non è lugubre pessimismo ma salutare realismo: siamo pellegrini, non proprietari dell’eternità terrena.

Tutti i Santi e i fedeli defunti ci consegnano dunque una domanda semplicissima e tremenda: se questa vita non è tutto, come sto usando il tempo che mi è stato dato?

La risposta non sta nei cimiteri, ma nel Vangelo. E la speranza cristiana porta un nome preciso: Risurrezione.

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Pubblicato inReligione

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