C’è una parola che torna, come un’eco amara, nel racconto di Cristian Ricci: scambio. Non salvataggio, non accoglienza. Scambio. Uomini e donne trasferiti come pacchi, da un gommone all’altro, dall’“autobus del mare” degli scafisti a quello, più presentabile, delle ONG. Tutto sotto gli occhi di chi doveva vigilare. Tutto con la piena consapevolezza delle autorità.
Ricci non è un ideologo, né un polemista da salotto. È un consulente di maritime security che tra il 2016 e il 2017 ha lavorato a bordo della Vos Hestia, nave noleggiata da Save the Children. Ha visto, ha fatto, ha taciuto finché non è stato impossibile farlo. E oggi racconta ciò che non entra nei comunicati patinati.
ONG e governo: un accordo mai nascosto
Prima di salpare, la nave viene istruita dalla Marina militare. Le rotte sono note, le procedure condivise, le destinazioni dichiarate. Il governo sapeva tutto. Non solo: consentiva, indirizzava, copriva. Le ONG, in quel frangente, non erano battitori liberi: operavano perché lo Stato lo permetteva.
«Sembrava una garanzia di legalità», racconta Ricci. «Eravamo istruiti dal governo, che sapeva esattamente dove andavamo: davanti alle coste libiche». A ridosso delle acque territoriali, dodici o tredici miglia dalla riva. Un servizio navetta perfettamente organizzato.
La “stazione di interscambio” in mezzo al mare
Una decina di navi, appostate negli stessi punti. In attesa. E puntualmente arrivavano i gommoni. Scendevano i migranti, salivano sulle navi ONG. Gli scafisti tornavano indietro, indisturbati. Nessun sequestro, nessun contrasto reale. Un passaggio di consegne pulito, efficiente, disumano.
Le imbarcazioni? Plastica gonfiata. Gommoni senza fondo rigido, inadatti perfino al trasporto di merci, figuriamoci di persone. Eppure chi era a bordo voleva essere preso. Non fuggiva, non scappava. Sapeva che senza quel “secondo autobus” sarebbe morto.
Non migranti, ma ostaggi
Qui cade la narrazione più comoda. Non tutti partono per “cercare un futuro migliore”. Molti non volevano partire affatto. Venivano dalla Nigeria, dalla Somalia, dalla Costa d’Avorio. Stracci addosso, corpi devastati, sguardi spenti. «I libici mi hanno costretto», dicevano. «Se non salivo sul gommone, mi sparavano».
La Libia è diventata un hub criminale, una terra di nessuno dove la tratta prospera. Ricci racconta di uomini buttati sui gommoni per liberarsene, di persone in fin di vita recuperate per pochi minuti. «Uno sarebbe morto mezz’ora dopo».
Razzismo africano, violenza africana
C’è un altro tabù che salta. Il razzismo nordafricano verso i subsahariani. Risse sedate a bordo, tensioni costanti. «I tunisini non li vogliono accanto». Musulmani contro musulmani. Africani contro africani. La favola della fratellanza universale si infrange sul ponte di una nave.
Donne violate, bambini non voluti
Il capitolo più duro riguarda le donne. Incinte. Violentate. «Siamo state usate come mezzo di piacere dai libici». Quelle gravidanze non sono frutto di amore, ma di stupro. E la risposta? L’aborto offerto come soluzione rapida. Ancora una volta, corpi usati e poi smaltiti.
Uomini schiavizzati, donne abusate, esseri umani spezzati. Carne da macello, dice Ricci. Non migranti romantici, ma vittime di una catena criminale che l’Occidente finge di non vedere.
Il silenzio imposto
Le ONG sono organizzate, efficienti, mediaticamente impeccabili. Ma non vogliono testimoni scomodi. «Nessuna informazione doveva uscire». Chi guidava i gommoni? Chi faceva cosa? Domande vietate. Salvare tutti sì, distinguere no. Denunciare? Impensabile.
Eppure, «da quell’hub passa di tutto». Anche criminali. Anche trafficanti. Anche chi sfrutta il sistema.
Il dovere morale capovolto
Qui sta il punto che dà fastidio. Soccorso non significa incentivo. «Il primo dovere morale», ripete Ricci, «è non farli partire». Andare sistematicamente a prenderli significa alimentare il traffico, garantire agli scafisti che il “servizio” sarà completato.
Aiutarli non è portarli in Europa contro la loro volontà. Aiutarli è liberarli lì, spezzare la catena, togliere potere ai trafficanti. Altrimenti continueranno a morire. In mare. E nella menzogna.

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