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Khamenei, il Coniglio Supremo in fuga

Sembra quasi la trama di una commedia nera. La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, quel leone di cartapesta, quel condottiero che inneggia alla resistenza armata contro Israele, si è dato alla fuga. Sì, avete capito bene. Khamenei, colui che non perde mai occasione per indossare il mantello del difensore dell’Islam contro il “malvagio regime sionista”, ha ben pensato di correre a nascondersi in un luogo segreto. E perché? Beh, evidentemente la sua retorica infuocata non è sufficiente a fermare i missili israeliani. E allora, come ogni buon coniglio, meglio correre ai ripari.

Il grande stratega della fuga

L’ayatollah, evidentemente, ha visto troppi film d’azione alla James Bond e ha deciso che la sua prossima mossa strategica, dopo l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, fosse il trasferimento in una località segreta e ultra-protetta. Ma, d’altronde, cosa aspettarsi da uno che predica la guerra, l’odio e la resistenza, ma che è il primo a darsela a gambe appena sente il rumore dei droni israeliani?

Immaginiamo la scena: Khamenei, nel suo lussuoso bunker, con un sistema di sicurezza da far invidia alla CIA, probabilmente sorseggiando tè persiano, mentre il suo popolo e i suoi alleati spargono sangue sul campo. Una fuga che avrebbe fatto impallidire anche Napoleone a Waterloo. Ma c’è da capirlo, povero Khamenei. Dopo l’eliminazione di Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, non deve essere facile dormire sonni tranquilli. Il fantasma dei droni israeliani lo perseguita.

La grandezza di un leader si misura anche dalla sua capacità di mettersi al sicuro, evidentemente. Ma Khamenei ha qualcosa di più: l’istinto del coniglio. Quell’istinto che lo porta a gridare ai suoi sudditi di combattere, di morire per la causa, mentre lui scompare dalla scena. “Armiamoci e partite”, insomma. Un vero capolavoro di strategia politica, non c’è che dire.

La retorica di Khamenei

Le parole di Khamenei, come al solito, sono un concentrato di aggressività e falsa sicurezza. Nel suo ultimo comunicato, diffuso con grande enfasi dai media iraniani e panarabi, l’ayatollah lancia l’ennesimo appello alla lotta contro Israele. “Tutti i musulmani si schierino con Hezbollah” tuona, con quella retorica ormai stantia che puzza di anni ’80, quando i VHS del discorso anti-occidentale si vendevano a peso d’oro.

E poi, la chicca: “È dovere di tutti i musulmani aiutare il popolo libanese a sconfiggere Israele”. Certo, l’ayatollah sa come caricare i suoi uomini. Peccato che, alla fine, lui sia sempre il primo a squagliarsela. E mentre i suoi soldati muoiono, Khamenei si rifugia in un qualche angolo del mondo, magari sotto il deserto iraniano, con un bunker ben più solido di quelli che Hezbollah ha scavato nel Libano del sud.

Khamenei parla di “regime usurpatore, ingiusto e malvagio” riferendosi a Israele. Certo, le parole non gli mancano. Ma, al di là della retorica, resta un fatto: mentre i suoi più fidati alleati cadono sotto i colpi delle forze israeliane, lui pensa solo a salvare la pelle.

Hezbollah, Hamas e gli amici di Khamenei

Parliamoci chiaro, la resistenza islamica guidata da Khamenei e sostenuta da gruppi come Hezbollah e Hamas è una bella favola per chi ama i drammi epici. Ma la realtà è ben diversa. Nasrallah, Raisi, Haniyeh, Sinwar… l’elenco dei leader caduti sotto i colpi delle forze israeliane si allunga di giorno in giorno. E mentre loro muoiono, Khamenei fa i bagagli.

Dopo la morte di Nasrallah, l’ayatollah deve aver percepito il pericolo imminente. In poche settimane ha visto sparire alcuni dei suoi uomini più fidati. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi, il leader politico di Hamas Ismail Haniyeh e ora Hassan Nasrallah: tutti eliminati uno dopo l’altro. Non resta che rifugiarsi in qualche luogo segreto, magari sognando di risorgere come un moderno imperatore persiano, pronto a guidare il mondo musulmano verso una nuova epoca.

E come dimenticare gli altri “eroi” della resistenza? Abdul-Malik al-Houthi, il leader del movimento Houthi nello Yemen, o Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza. Tutti insieme per un grande progetto, quello di distruggere Israele. Peccato che, ad oggi, l’unica cosa che si stia distruggendo è la loro credibilità. E Khamenei lo sa bene. Ecco perché fugge.

“Armiamoci e partite” in versione iraniana

Mentre Khamenei incita alla guerra, i droni israeliani non fanno distinzioni. Colpiscono, distruggono, eliminano bersagli con precisione chirurgica. E lui, la Guida Suprema, il grande condottiero, fugge. Immaginate lo scenario: un Khamenei ansioso, che monitora da remoto la situazione in Libano, a Gaza, nello Yemen. E intanto? Fa perdere le sue tracce.

È una fuga degna di un film di Hollywood, ma di quelli ironici, quelli dove il cattivo fa sempre una brutta figura. L’ayatollah sa benissimo di essere nel mirino di Israele, proprio come Nasrallah, Haniyeh e gli altri. E sa anche che le forze israeliane non si fermeranno davanti a niente.

E così, si eclissa. Non ci è dato sapere dove si trovi, ma una cosa è certa: non sarà mai troppo lontano dai suoi fedeli sudditi, pronti a morire per lui. Perché, mentre i suoi uomini continuano a sacrificarsi sul campo di battaglia, lui ha deciso che è meglio guardare tutto da lontano. Armiamoci e partite, insomma.

Eroi di carta, nemici reali

C’è una morale, in tutta questa vicenda? Forse sì. Forse la grande lezione che ci dà Khamenei, con la sua fuga epica, è che a volte la retorica e il potere non bastano. Alla fine, quello che conta sono i fatti. E i fatti, in questo caso, dicono che il “grande” ayatollah non è altro che un coniglio spaventato.

Mentre i suoi alleati cadono uno dopo l’altro, lui pensa solo a mettersi al sicuro. E nel frattempo continua a gridare alla guerra santa contro Israele, sperando che qualcuno lo ascolti. Ma la verità è che, senza il coraggio di stare in prima linea, quelle parole diventano vuote, inutili. Semplici slogan che non possono nascondere la realtà: Khamenei è un eroe di carta, mentre il vero nemico è là fuori, pronto a colpire.

E così, mentre i missili continuano a cadere, Khamenei resta nascosto, lontano da tutto. Chissà, forse un giorno tornerà a guidare il suo popolo. Ma intanto, si accontenta di guardare da lontano, sperando che qualcun altro faccia il lavoro sporco al posto suo.

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