Evidentemente ci eravamo sbagliati di grosso. O illusi.

In un articolo comparso l’altro ieri nella rubrica ‘Potere’ dedicato al ‘risveglio dal letargo’ dei media americani sul conflitto in Ucraina, davamo conto di due significative inchieste comparse sul ‘Washington Post’ e sul ‘Wall Street Journal’, non proprio due gazzettini di periferia.

Con ogni probabilità un fuoco di paglia, visto che è fresca fresca la notizia – da noi diffusa per prima dall’Adn Kronos – della storica copertina dedicata dalla prestigiosa rivista ‘Time’ all’uomo dell’anno, che esce ritualmente a fine dicembre.

E sapete quale faccione campeggia come ‘Uomo del 2022’? Quello del guitto-presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Ai confini della realtà.

O meglio dentro una realtà ormai letteralmente capovolta, in chiave quasi distopica.

Volete sapere quali ‘avversari’ ha sconfitto nel rush finale per la scelta del migliore di tutti? Il presidente cinese Xi Jinping, la senatrice repubblicana Liz Cheney (figlia del super guerrafondaio Dick, il potentissimo vicepresidente di George W. Bush dal 2001 al 2009) e il solito multimiliardario-filantropo a stelle e strisce, stavolta il non poi stranoto MacKenzie Scott (a questo punto tanto valeva optare per Bill Gates o George Soros, anche se il secondo è di origini ungheresi).

Un’altra modesta proposta ‘postuma’: perché non hanno pensato al Super Virologo che ora va in pensione, Anthony Fauci, come un omaggio alla ‘prestigiosa’ carriera, ugualmente densa di ‘dirty business’ sulla pelle della gente?

E ancora: sapete chi venne effigiato nella prima, mitica copertina del ‘Time’ datata 1927? Charles Lindberg, il leggendario transvolatore atlantico. Una differenza davvero… oceanica.

Ecco le motivazioni griffate ‘Time’

Tutte da leggere – tanto per ridere, se non ci fosse da piangere – le corpose motivazioni che hanno portato alla clamorosa assegnazione della ‘cover’ più prestigiosa al mondo.

Così, fedelmente, riporta l’ADN Kronos:

“Il successo di Zelensky come leader in tempo di guerra si è basato sul fatto che il coraggio è contagioso. Si è diffuso attraverso la leadership politica ucraina nei primi giorni della invasione, quando tutti si sono resi conto che il presidente era rimasto nei paraggi. Se questa sembra una cosa naturale da fare per un leader durante una crisi, considerate un precedente storico. Solo sei mesi prima il presidente dell’Afghanistan, Ashref Ghani, un leader molto più esperto di Zelensky, era fuggito dalla sua capitale mentre le forze talebane si avvicinavano”.

Il magazine statunitense sottolinea come non ci fosse molto nella biografia di Zelensky “per prevedere la sua volontà di resistere e combattere. Ad esempio, non aveva mai prestato servizio militare”.

“Presidente solo dal 2019, in passato era stato attore specialista in commedie improvvisate e produttore nel mondo del cinema. E proprio quell’esperienza gli è tornata molto utile. Zelensky, infatti, è stato molto flessibile, addestrato a non perdere il controllo sotto pressione. Sapeva leggere una folla e reagire ai suoi stati d’animo e alle sue aspettative. Ora il suo pubblico era il mondo: era deciso a non deluderlo. La sua decisione di rimanere nel complesso di fronte a un possibile assassinio ha dato l’esempio, rendendo più difficile, per i suoi sottoposti, di scappare”.

Sembra il testo di uno scolaretto idiota delle nostre elementari. Con la chicca finale sui suoi ‘sottoposti’: perché non sudditi o servi? O, meglio ancora, carne da macello o da cannone, visto che più volte il presidente-guitto ha ribadito come il suo popolo lotterà per cacciare il macellaio Vladimir Putin “fino all’ultimo ucraino?”. E vista anche la ‘bio-laboratori story’ cui faremo cenno più avanti?

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Sorge spontanea la domanda: come mai i tanto autorevoli redattori del ‘Time’ ed in particolare, of course, il direttore non hanno pensato bene di sentire almeno il parere di uno storico, neanche una cima, bastava un docente che avesse un po’ di dimestichezza con Russia & dintorni?

Avrebbero appreso il minimo necessario, i rudimenti più elementari per conoscere la vera storia di Zelensky e soprattutto della sua ‘resistibile ascesa’ (ricordate la stupenda opera drammaturgica di Bertold Brecth ‘La resistibile ascesa di Arturo Ui’?).

Una mini Zelensky story

Qualche elemento di base.

Per 4-5 anni l’aspirante attore Volodymyr ha frequentato teatrini e cabaret. Il suo grande mentore, sponsor e finanziatore è stato un oligarca ucraino (e lui, oggi, strepita contro gli oligarchi russi…), tale Ihor Kolomoisky, il quale ha comprato, tra le tante altre cose, una tivvù diventata il trampolino di lancio dell’attor Zelensky, un guitto nel vero senso della parola.

Ha lanciato una trasmissione titolata ‘Servant The People’ che ha fatto registrare dei buoni ascolti in Ucraina, mentre in Italia, andata in onda la scorsa primavera su ‘La7’ di Urbano Cairo, si è rivelata un autentico flop.

Qualche parolina in più sul magnate-oligarca, il vero ‘ideatore’ del famigerato ‘Battaglione Azov’ (di chiara matrice nazista), tanto mitizzato dai media di casa nostra nei primi mesi del conflitto, con le 3 ladies e mogli di capi-combattenti che sono state addirittura le ‘guest star’ in una puntata speciale di ‘Porta a Porta’ – davanti a un commosso & genuflesso Bruno Vespa – durante il loro tour italiano per sensibilizzarci alla causa ucraina. È accusato anche di omicidi, da provetto killer, il filantropo-miliardario, che ha pensato bene di saccheggiare le casse dell’erario ucraino per comprare aziende negli Stati Uniti, dove adesso è ricercato dall’FBI con l’accusa di riciclaggio internazionale. Basta?

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E questo bel soggetto è stato il principale finanziatore della  mega campagna elettorale che ha incredibilmente e trionfalmente portato il guitto alla più alta carica dell’Ucraina, appena tre anni fa, con una percentuale bulgara di consensi, oltre il 70 per cento. Incredibile ma vero, caso forse unico nella storia moderna.

Il golpe bianco di Maidan

Si è trattato dell’ultimo atto – l’ascesa al potere maximo di Zelensky – della tragica sceneggiata ondata in onda a Kiev dal 2014, con il ‘golpe bianco’ di Maidan e le prime elezioni di presidenti e governi decisi a tavolino dagli Stati Uniti: sotto la perfetta regia di Victoria Nuland, oggi il numero due al ‘Dipartimento di Stato’ Usa, guidato dall’altro falco, Antony Blinken.

Di origini ucraine e sbarcata a Kiev alla fine del 2013, Nuland ha non solo diretto quel golpe di piazza Maidan, ma poi ha seguito con scrupolo l’intera ‘Operazione Biolaboratori’, dislocati in tutta l’Ucraina per effettuare esperimenti che negli stessi Usa era vietato fare (come è successo per la partnership americana con quelli di Wuhan, via Fauci, come la ‘Voce’ ha più volte descritto). 13 i biolaboratori ufficiali impiantati dal Pentagono e ammessi nel corso di un’audizione al Senato americano dalla stessa Nuland; oltre una trentina quelli ufficiosi. E tutto questo con il pieno avallo del guitto-presidente, il quale se ne fregava altamente se gli ucraini servivano come ‘cavie umane’ per esperimenti che più border line non si può.

Non è finita certo qui.

La ‘Voce’, ad esempio, ha dettagliato tutti gli appoggi (logistici e   finanziari) ricevuti da un altro filantropo-miliardario, George Soros, a bordo della sua ‘Open Society Foundation’. Anche attraverso la ‘scientifica’ rete dis-informativa creata ad hoc, in Ucraina, dal magnate ‘Mangia-Paesi’ tanto vicino alla Casa Bianca.

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Last but not least, gli stretti legami con il figlio di Joe Biden, Hunter, che è addirittura entrato a far parte – strapagato – del board di ‘Burisma’, il colosso energetico ucraino (l’equivalente del nostro Eni), pur senza avere una minima competenza in materia.

Le prodezze e gli ‘affari’ dell’Uomo del 2022 sono dure a morire.

Da rammentare, ad esempio, i conti off shore a tanti zeri intestati anche alla leggiadra consorte (anche lei omaggiata con una copertina di ‘Vogue’: per la serie, Dio li fa e poi li accoppia), difficilmente frutto degli incassi per le sue comparsate teatrali o tivvù.

E come pure le ville da mille e una notte comprate (con quali soldi?) in mezzo mondo, da Miami (palate da milioni di dollari, una trentina almeno) a Forte dei Marmi, un vero saldo, meno di 4 milioni di euro. Potete ritrovare tali leggendarie imprese scorrendo i link in basso.

A chi dedicherà ‘Time’, per il 2023, la sua mitica cover?

Al nipotino di Adolf Hitler? Il quale – statene sicuri – certo non ne ha combinate di così grosse…