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“Se non ho nulla da nascondere, cosa devo temere?”. Questa sciocca obiezione, che i più sollevano quando si parla di intercettazioni, tracciamento dei pagamenti e del continuo, pregnante, controllo che lo Stato pretende di esercitare sempre più sulle vite dei cittadini, è la plastica rappresentazione di come sia giunto a compimento il lavaggio dei cervelli, iniziato decenni fa e culminato con quel grande esperimento sociale chiamato “misure di contenimento del covid-19”, in tema di libertà individuali.

Pare che una parte della popolazione – non la maggiore ma, come sempre, la più chiassosa – abbia sviluppato un patologico bisogno di essere controllata, un sottile godimento nell’essere tracciata, nell’esibire un lasciapassare, nell’essere premiata per l’obbedienza prestata: ricordate quelli che godevano nell’esibire il Green Pass? Sono gli stessi che oggi si vantano urbi et orbi di pagare il caffè al bar con il POS.

Nel dare sfogo a queste loro piccole perversioni, costoro trovano un doppio godimento: perché all’estasi di farsi controllare sommano la punizione per coloro che si rifiutano di farlo, siano essi non vaccinati che non possono andare al ristorante o tassisti multati perché non accettano il pagamento elettronico. Tutto questo, a loro dire, in nome della libertà. Proprio così: farsi tracciare, controllare, validare, lasciare che lo Stato tenga conto persino di quanti caffè un cittadino prenda nel corso di una giornata, a detta di costoro sarebbe un esercizio di libertà.

Una libertà fatta di uno Stato che sta lì e ti osserva e, finché non fai nulla di male, ti lascia fare. Liberi dentro al recinto, liberi finché il controllore decide che lo si possa essere. Liberi finché non si ha “nulla da nascondere”.

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Il problema è che cosa sia riprovevole, sbagliato, “da nascondere” lo decide a sua discrezione il controllore, titolato a cambiare le regole del gioco da un momento all’altro e senza alcun preavviso. E allora o ti adegui o finisci nella schiera dei reietti. E chi vuole finire nella schiera dei reietti? Nessuno.

Era il 2020 e un tale venuto dal nulla, sedicente “avvocato del Popolo”, durante una diretta Facebook, si faceva lecito di rivolgersi agli italiani spiegandogli che avrebbe “consentito” loro di esercitare alcune, ma solo alcune, loro libertà.

Per la prima volta toccavamo con mano il capovolgimento totale del principio per cui tutto ciò che non è vietato è consentito, per cui la libertà appartiene alle persone per nascita e lo Stato non può che limitarsi a riconoscerla, per cui, nel rispetto di tale libertà, il potere può solo porre limiti ragionevoli e il più possibile contenuti.

In quel “consentiremo”, punto di approdo di decenni di piccoli, impercettibili, attacchi alle libertà individuali, la chiave di tutto. Tu fai quello che ti dico, esegui il compitino e sarai premiato. In più, non avrai alcuna responsabilità, pensa a tutto il potere. Lasciati cullare.

Ora, la colpa di tutto questo non è del potere. Il potere è e non può non essere e fa ciò per cui esiste e che gli consente di continuare a perpetuarsi: controlla.

La colpa è di tutti coloro che per quieto vivere rinunciano a una vita veramente libera e hanno completamente perso di vista il fatto che essere controllati non è normale, che essere ascoltati non è accettabile, che essere tracciati non è tollerabile, che avere uno Stato che ti entra nel conto corrente, nella cartella clinica, nel cellulare o nel computer non è la norma ma dovrebbe essere l’eccezione, adeguatamente motivata e giustificata e che accettare uno schema simile significa diventare sodali di quel potere che ha come unico scopo la propria sopravvivenza.

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In fondo, “se non hai niente da nascondere, cosa hai da temere?”. Nulla, a parte il fatto che una libertà data, semplicemente, non è libertà. Ma vaglielo a spiegare, a quelli che non hanno niente da nascondere.

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