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Il Partito Socialista Europeo nel caos dopo gli arresti in Belgio. Uno scandalo dietro l’altro

Il caso Soumahoro e il Qatargate europeo sono due eventi così distinti e lontani che potrebbero apparire del tutto scollegati tra loro. Invece un filo rosso esiste. Rosso, appunto. Nel senso che in un modo o nell’altro hanno provocato un tale imbarazzo nella sinistra italiana (e non solo) da apparire un duro colpo alla credibilità di un intero mondo che fino ad oggi rivendicava una sorta di innata superiorità morale.

Occorre però fare attenzione. E non scambiare i due scandali, quello delle cooperative di Latina e l’altro sulle buste di soldi a casa di Eva Kaili, come “casi giudiziari” in cui sventolare manette. Sarebbe un errore imperdonabile, soprattutto per chi da anni si batte per far valere il principio tanto caro ai garantisti e poi spesso così dimenticato: tutti, pure mamma Soumahoro o la bella eurodeputata greca, sono innocenti fino a prova contraria. Qualsiasi cosa abbia detto al telefono l’indagato Antonio Panzeri alla famiglia, qualsiasi intercettazione sia emersa sulle vacanze da 100mila euro, qualsiasi sacca di banconote abbiano trovato nelle abitazioni nelle loro abitazioni di Bruxelles.

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Non sono insomma i risvolti penali a interessarci. Ma l’imbarazzo politico della sinistra. Del caso Soumahoro già si è detto molto: Diego Bianchi, Marco Damilano, l’Espresso e le loro copertine avevano creato un totem, il neo deputato paladino dei braccianti, l’uomo da opporre alla “bestia” Salvini, che però si è sciolto come neve al sole nel giro di un amen. Andava in giro per l’Italia a difendere i diritti dei migranti e dei lavoratori sfruttati senza accorgersi che le cooperative della suocera non pagavano i dipendenti (lo ha ammesso la stessa Marie Therese Mukamitsindo) e non garantivano agli ospiti richiedenti asilo i servizi minimi adeguati (parola della “rossa” Elena Fattori).

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Qualcosa di simile accade nel caso Qatargate. A imbarazzare il Pse non è tanto, o non solo, che a casa della vicepresidente Eva Kaili abbiano trovato delle presunte mazzette. Né che lo stesso sia successo ad un ex deputato come Antonio Panzeri, già sindacalista Cgil, poi nel Pd e oggi in Articolo 1. Né tantomeno che siano coinvolte delle Ong (Fight Impunity e No Peace Without Justice) nei cui board figura il sancta sanctorum della sinistra, da Emma Bonino a Federica Mogherini. Il “problema” è che suoi esponenti abbiano difeso in aula a Strasburgo i progressi di un Paese come il Qatar dove vige la sharia, dove le donne sono sottoposte al marito, dove migliaia di lavoratori migranti sono morti per costruire gli stadi del Mondiale e dove gli omosessuali sono ritenuti “haram”, cioè con una sorta di malattia mentale.

Per approfondire

In uno dei suoi ultimi interventi all’Europarlamento, Kaili diceva: “Il Qatar è in prima linea per i lavoratori, ha abolito la kafala e inserito il salario minimo, riforme che società anche europee si rifiutano di applicare”. E ancora: “Possiamo promuovere i nostri valori, ma non abbiamo il diritto morale di dare lezioni per attirare facilmente l’attenzione dei media”. Federico Rampini, ieri sera a Quarta Repubblica, ha colto il punto esatto della questione: “La vicepresidente avrebbe dovuto essere espulsa dal Partito Socialista Europeo per aver detto quelle cose, per aver detto che il Qatar è all’avanguardia nei diritti umani”. Non per le mazzette. Ma per non aver difeso “quei valori che i progressisti professano”. Così come fa a pugni con l’ideologia di riferimento che Massimo D’Alema sia il punto di riferimento dei qatarini per l’acquisto della raffineria di Priolo. È la coerenza a mancare.

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Sospira Peppe Provenzano: “Vedere ex leader della sinistra fare i lobbisti in grandi affari internazionali non è solo triste, dice molto sul perché le persone non si fidano, non ci credono più”. Lo stesso dicasi per Aboubakar Soumahoro: elevato a idolo della sinistra, difensore degli ultimi, ma che con così poca coerenza non vedeva le magagne delle coop di famiglia.

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