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Il tycoon ed ex uomo più ricco della Cina cederà il controllo del suo impero digitale (Alibaba e Alipay). Il messaggio del regime di Xi Jinping è chiaro: il Partito comunista non condivide con nessuno il suo potere

Jack Ma era sinonimo di successo. Era l’uomo più ricco della Cina, il fondatore dell’e-commerce Alibaba, che nel Dragone aveva soppiantato Amazon, il creatore di Alipay, gestito da Ant Group, sistema digitale di pagamento con un miliardo di utenti che ha reso obsolete banche e carte di credito. Il suo successo era superato solo dalla sua fama: ha recitato in un film con i migliori attori cinesi, ha cantato con la famosa popstar Faye Wong, ha venduto il suo primo dipinto durante un’asta di Sotheby’s per 5,4 milioni di dollari. Non aveva paura di nessuno, neanche del governo cinese, al quale sapeva lisciare il pelo con abilità ma senza genuflessioni.

E Xi Jinping decretò la fine di Jack Ma

Tutti volevano essere come Jack Ma in Cina prima che Xi Jinping decretasse che il miliardario era diventato così potente da costituire un pericolo per il Partito comunista. Decidendo così di prendere alla lettera una famosa dichiarazione del tycoon del 2017: «Se il governo ha bisogno di Ant Group, glielo posso cedere». Detto fatto.

È di sabato la notizia che Jack Ma cederà il controllo di Ant Group, che modificherà la struttura societaria affinché, come comunicato dall’azienda, «nessuno ne abbia più il controllo». È l’atto finale dell’umiliazione pubblica inferta dal regime all’imprenditore e che servirà da lezione a tutti gli altri tycoon che speravano di poter sfuggire al controllo di Pechino in nome del loro successo.

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L’impero di Alibaba in Cina

I guai di Jack Ma iniziarono nel 2019, quando si permise di criticare con parole dure le regolamentazioni del settore finanziario, accusando le autorità di avere una «mentalità da banco dei pegni», frenando l’innovazione e la sua ascesa.

Il governo ritenne che Ma aveva superato ogni limite e l’anno dopo bloccò il debutto di Ant Group alla Borsa di Shanghai, dove il tycoon avrebbe probabilmente venduto azioni per 37 miliardi di dollari (l’Ipo più grande della storia) raggiungendo una capitalizzazione di 316 miliardi, più della maggior parte delle grandi banchi cinesi o americane.

L’uomo più ricco della Cina sparì rapidamente dai radar: nel 2021 Alibaba ricevette dall’antitrust una multa di 2,8 miliardi per abuso di posizione dominante e nel 2022 in seguito a un aumento di capitale una divisione di proprietà di Hangzhou è diventata il secondo maggiore azionista di Ant Group.

Facendo rotolare metaforicamente la testa di Jack Ma, Xi Jinping lancia due messaggi. Da un lato titilla i sentimenti di rivalsa e odio sociale di centinaia di milioni di cinesi, che guardano furibondi l’enorme ricchezza del paese accentrarsi nelle mani di pochi capitalisti, e si erge a difensore dei consumatori cinesi contro lo strapotere dei monopoli digitali.

Dall’altro lancia un chiaro avvertimento agli imprenditori cinesi e a tutto il mondo: nella nuova Cina di Xi Jinping nessuno può permettersi di sfidare il Partito comunista, che non condivide con nessuno il suo potere. La prosperità economica del paese è la base della legittimazione al potere del Partito comunista: ma la stabilità del regime, che necessita del potere assoluto per durare, non può essere messa in discussione da nessuno. Né dal Covid, né tantomeno da un geniale miliardario di successo come Jack Ma. Nessuno in Cina, tranne Xi Jinping, è “too big to fail”.

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