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Fa bene Giorgia Meloni a sostituire la classe dirigente venuta in gran parte dal Pd e da Renzi nei posti chiave della pubblica amministrazione e nei settori cruciali della comunicazione, della cultura e degli assetti sociali. Lo spoil system è un suo diritto e un suo dovere: deve farlo non solo in virtù della legge Bassanini e della consuetudine largamente usata dai suoi predecessori, ma deve farlo per rispetto della volontà popolare, degli elettori e dunque della maggioranza del paese che chiede un cambio. E deve farlo per dare un corpo compiuto e articolato al suo governo, senza alibi di sorta.

Quando l’Italia scelse, trent’anni fa, un sistema di alternanza bipolare, rese necessario un ricambio nei mille ruoli chiave che attengono al governo e alle sue ramificazioni.

Storicamente ci sono, come è noto, due visioni dello Stato e due sistemi di organizzazione della pubblica amministrazione. Uno, definito francese, è fondato sulla preminenza dello Stato e sulla permanenza del suo assetto funzionario rispetto ai governi variabili. Un sistema fondato sulla lealtà dei burocrati verso lo Stato: il governo politico poteva cambiare ma l’apparato garantiva la continuità ed era impermeabile all’alternanza. Ciò presuppone un modello di stato di derivazione monarchica, o napoleonica, fortemente centralizzato, che si avvale anche di laboratori e scuole di Stato in cui formare i dirigenti (si pensi all’Ena e al suo ruolo originario in Francia).

L’altro modello, definito americano, si fonda invece sullo spoil system: chi vince le elezioni porta con sé una classe dirigente con cui governerà il Paese e di cui risponderà alle successive elezioni. Noi italiani scegliemmo questo modello, anche se in passato i governi di centro-destra furono timidi sul piano delle nomine, praticarono il feudalesimo nominando vassalli ad personam, fiduciari del leader o di chi ne faceva le veci. Alcuni settori restarono inviolati, cioè furono lasciati in subappalto tacito al partito-regime, il braccio politico dei Poteri, vale a dire la sinistra.

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Ora, se la Meloni vuol governare, incidere e durare, nella pienezza dei suoi poteri e per almeno una legislatura intera, deve adottare con serietà un rigoroso turn over, fondato sull’affidabilità e la preparazione dei nuovi nominati. A giudicare dai primi, più contrastati, vale a dire Alessandro Giuli al Maxxi e Guido Castelli alla commissione terremoti, ha fatto scelte appropriate.

Più che polemizzare sul rinnovo delle cariche e confutare il criterio dell’alternanza, come hanno fatto a sinistra, da Enrico Letta in giù, fino al Vescovo di Norcia e di Spoleto, invocando in modo ridicolo la continuità pro domo loro, la questione semmai è un’altra: la Meloni e il suo governo sono in grado di sostituire in modo adeguato nei mille posti chiave, i nominati delle tornate precedenti?

Certo, sarebbe stato più agevole trovare oggi i Mille per ridisegnare l’Italia se alcuni anni fa, usando i laboratori, il tempo e i mezzi a loro disposizione (come la Fondazione An, ma il discorso può riguardare anche enti governati dalla destra o dalla lega) avessero avviato una grande scuola di formazione e selezione della classe dirigenti negli specifici ruoli e ambiti richiesti. Invece non si è fatto nulla, oltre la politica alla giornata; così come nulla è stato fatto nell’area berlusconiana che pure aveva i mezzi per creare analoghi laboratori di formazione e selezione: bastava la sudditanza al Re. Ma è inutile rimpiangere il latte versato, ora non resta che provare su strada a generare questo ricambio in corsa, sul campo, attivando filtri di scouting per scegliere bene chi nominare.

Sul piano delle idee, si tratta di ripensare il ruolo essenziale delle élite. La destra fa bene a partire dalla sovranità popolare e a ritenere il popolo la sua fonte di legittimazione. Ma per governare bisogna promuovere la circolazione delle élite. Temi e tesi che non sono estranei alle matrici culturali della destra: le aristocrazie non sono le oligarchie delle cupole ideologiche e tecno-finanziarie odierne. Quest’anno è il centenario della morte di Vilfredo Pareto, che fu il principale teorico e storico della circolazione delle élite (insieme agli altri machiavellici, il conservatore-liberale Gaetano Mosca e il conservatore-rivoluzionario Roberto Michels). Bisognerebbe tornare a Pareto e alla sua visione sociale per dare fondamento a questa svolta politica e strategica: la deriva demagogica in cui si perdono spesso i movimenti populisti nasce proprio da quel mancato salto di qualità, in cui raggiungere un punto d’equilibrio tra sovranità popolare e necessità di minoranze qualificate per guidare un Paese e uno Stato.

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Bisogna portare a fondo il ricambio, liberando finalmente il potere dalla greppia, dall’ideologia e dalle zavorre che ha portato con sé la sinistra in tutti questi anni. Promuovendo il più possibile una selezione dei migliori (il merito va applicato ben oltre i confini della scuola) o come dice la nostra Costituzione dei capaci e meritevoli. E aprendo la società, la cultura, l’informazione e la comunicazione a un pluralismo di sostanza e non solo di facciata e di testata. Finora un ceto, una casta, una compagnia di giro ha dominato nei luoghi del potere e della rappresentanza culturale, sociale, mediatica: è tempo di riattivare l’ascensore sociale per rinnovare le élite, allargare il campo, estendere le opportunità a chi finora è stato escluso.

Su molte cose, lo abbiamo scritto più volte, l’opera del governo Meloni è frenata e ingessata dai poteri sovrastanti e internazionali, deve attenersi a vincoli, obblighi e sudditanze; ma almeno nella scelta di chi nominare restano spazi ancora ampi di decisione. Scovate, scegliete e motivate i Mille che dovranno rilanciare l’Italia. Se davvero la Meloni vuol lasciare un segno del suo passaggio e della sua Impresa, riparta dai Mille.

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