Un Paradiso di ricchezza contro un inferno di diritti: l’Expo 2030 sceglie Riad. Per Roma, la speranza di ospitare l’evento si è infranta contro il monolite dei petrodollari sauditi, in una sfida che si è conclusa con un verdetto impietoso a Parigi. Con 119 voti a favore, l’Arabia Saudita ha sbaragliato la concorrenza, evitando persino il ballottaggio. La Città Eterna, finita terza su tre con soli con 17 voti (12 in meno di Busan: alzi il dito chi l’ha mai sentita nominare), si è vista sfuggire una vittoria economica colossale, oltre 50 miliardi di euro spazzati via come foglie al vento.
Questa non è solo una sconfitta per Roma, ma un macigno caduto sul cuore dell’Italia intera. I numeri del Sole 24 Ore parlano chiaro: 30 milioni di visitatori mancati, 11 mila nuove imprese non nate, 300 mila posti di lavoro svaniti nel nulla. Un ‘capolavoro’, se così si può chiamare, che porta la firma di Gualtieri.
E ora? Il dopo sentenza è un teatrino di polemiche politiche. E c’è già chi non vede l’ora di sparare addosso alla Meloni (vero Schlein?), forse l’unica a volerci credere fino in fondo. Un coro di voci si leva alto: da Borghi a Calenda, da Conte a Raggi, ognuno con la propria melodia di disappunto. Borghi attacca a destra e a manca, Calenda punta il dito contro una candidatura ‘nata male e sostenuta peggio’, Conte mastica amarezza, e Raggi? Invita a non disperdere la progettualità, proprio lei che nemmeno troppo tempo fa rifiutò le Olimpiadi.
Ma tra le lamentele e le accuse, una domanda rimane sospesa nell’aria: poteva Roma davvero competere con la potenza finanziaria di Riad, o era una battaglia persa in partenza? E mentre gli echi delle polemiche risuonano nei corridoi del potere, la verità è che l’Expo 2030 sarà ricordato come l’occasione che avrebbe potuto essere, ma che non è stata.

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