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Caschi blu in Libano: orgoglio italiano in prima linea per la pace

Signori, dobbiamo parlarne chiaro e tondo, senza giri di parole e senza mezze verità. Il Libano, i nostri caschi blu italiani, l’Unifil, una missione straordinaria, eppure troppo spesso dimenticata da molti. E perché? Perché in questo Paese ci ricordiamo della politica estera solo quando succede qualcosa di eclatante o drammatico. Quando un nostro militare rimane coinvolto in un attacco, ecco che per un paio di giorni se ne parla nei telegiornali. Ma poi, cala di nuovo il silenzio. Come se fosse normale, come se fosse scontato. E invece, no! Non è affatto scontato che oltre mille dei nostri ragazzi siano lì, sotto il sole del Medio Oriente, a rischiare la vita ogni giorno, a portare una bandiera di pace in una terra dilaniata da decenni di conflitti.

Le radici di una missione: dall’Unifil 1 all’Unifil 2

L’Italia, dal 1978, ha un ruolo fondamentale in questa missione, che nasce sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU stabilì la creazione dell’Unifil, con il compito di sorvegliare il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano e aiutare a ripristinare la pace e la sicurezza internazionale. Era il marzo del ’78, tre giorni prima che Aldo Moro venisse rapito dalle Brigate Rosse. Eppure, in quel clima terribile, l’Italia trovò la forza di assumere una responsabilità enorme, una responsabilità che affonda le sue radici nell’azione diplomatica condotta proprio da Moro negli anni precedenti.

Già nel 1969, Moro, allora ministro degli Esteri, pronunciò un discorso memorabile all’ONU. Parlò dei profughi palestinesi, li definì una questione “umana, sociale e politica”, sottolineando che la loro sofferenza non era solo un problema locale, ma una bomba a orologeria per tutta la regione, compresa Israele. Ed è in quel contesto che si sviluppa quella che oggi chiamiamo la “dottrina dei due popoli, due Stati”. Non è uno slogan di qualche politico moderno: è una visione che l’Italia porta avanti da decenni, sempre in nome della pace.

Un impegno diplomatico e militare

Nel 1982, con la prima guerra del Libano, l’Italia è di nuovo in prima linea. È il generale Franco Angioni a guidare Unifil 1. Angioni non è un nome qualunque: è un eroe, un simbolo della nostra politica estera. Lui, con i suoi uomini, porta avanti una missione delicatissima, quella di stabilizzare il Paese dopo il conflitto tra Israele e l’OLP di Arafat. Sono anni durissimi, segnati da attentati, violenze, una guerra senza regole. Ma l’Italia c’è, e non molla.

Poi arriva il 2006, e di nuovo esplode un altro conflitto tra Israele e Hezbollah. E di nuovo, l’Italia interviene. Stavolta è il generale Claudio Graziano, un altro gigante della nostra storia militare, a prendere il comando di Unifil 2. La missione cambia, si evolve: non si tratta più solo di sorvegliare il cessate il fuoco, ma di fare da mediatori permanenti tra due Stati, Israele e Libano, che non si sparano più addosso da anni, ma che non hanno ancora risolto i loro problemi.

Il contributo italiano: un riconoscimento internazionale

E qui arriva un punto fondamentale: il ruolo dell’Italia è riconosciuto a livello internazionale. Non è un caso che, dal 2007 in poi, l’Italia abbia quasi sempre mantenuto il comando della missione. Generali come Graziano, Serra, Portolano, Del Col sono diventati figure di riferimento per l’ONU e per tutta la comunità internazionale. Non solo per la loro competenza militare, ma perché incarnano quello spirito di equidistanza attiva che l’Italia porta avanti da decenni.

L’Italia, infatti, non è solo un Paese che manda truppe all’estero. L’Italia è un Paese che cerca sempre di costruire ponti, di dialogare, di trovare soluzioni pacifiche. Ed è per questo che siamo in Libano, ed è per questo che continuiamo ad esserci, nonostante i rischi, nonostante gli attacchi. Perché crediamo che la pace si costruisca con il dialogo, con la mediazione, e non con le armi.

Le difficoltà e gli attacchi recenti

E qui dobbiamo aprire una parentesi dolorosa. Gli attacchi contro i nostri caschi blu, gli attacchi che si sono intensificati negli ultimi mesi, non sono solo ferite per le Nazioni Unite. Sono ferite inflitte alla nostra storia, alla nostra politica estera più nobile. Non possiamo restare indifferenti di fronte a questi episodi. I ministri Crosetto e Tajani hanno fatto bene a ribadire che non si tratta solo di garantire la sicurezza dei nostri militari, ma di difendere il motivo stesso per cui siamo lì. E la premier Meloni ha ricordato questo impegno con forza.

Ma quello che preoccupa è la scarsa consapevolezza che sembra emergere tra la gente. Poca consapevolezza della ragione profonda che anima questa missione, poca consapevolezza del ruolo che l’Italia ha giocato e continua a giocare in Libano. È come se si desse tutto per scontato. Come se fosse normale che i nostri militari rischino la vita in una terra lontana, senza che ci sia una vera comprensione del perché lo facciano.

Una missione che affonda le radici nel passato

E qui dobbiamo fare un passo indietro, perché questa missione non nasce dal nulla. L’Italia ha una lunga tradizione di impegno per la pace, e questo impegno ha radici profonde. Si può risalire addirittura agli anni Sessanta, quando Papa Giovanni XXIII scrisse l’enciclica “Pacem in terris”. Era un messaggio rivoluzionario per l’epoca: la pace non è solo l’assenza di guerra, è una condizione che si costruisce giorno per giorno, con il dialogo, con la diplomazia, con il rispetto reciproco.

Un altro protagonista di quegli anni fu Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze. La Pira era un visionario, un uomo che credeva profondamente nel potere della diplomazia. Fu lui, negli anni della Guerra Fredda, a lavorare instancabilmente per evitare un conflitto nucleare. E, di nuovo, c’era l’Italia, con la sua voce, a cercare una via di pace.

Questo spirito ha continuato ad animare la nostra politica estera anche negli anni successivi. Quando scoppiò la guerra del Kippur nel 1973, Aldo Moro dichiarò che i palestinesi non cercavano assistenza, ma una patria. Una frase che, ancora oggi, risuona con forza. Moro non era un sognatore: sapeva che la pace in Medio Oriente sarebbe stata difficile da raggiungere. Ma credeva, come noi crediamo ancora oggi, che fosse possibile.

Il valore della pace e il ruolo dell’Italia

Oggi, i nostri militari in Libano rappresentano questa speranza. Non sono solo soldati: sono ambasciatori di pace. Portano con sé un messaggio che va al di là della guerra, al di là delle armi. Portano con sé l’idea che la pace è possibile, anche in una terra martoriata come il Medio Oriente.

Ecco perché dobbiamo essere orgogliosi di loro. Ecco perché dobbiamo difendere il loro impegno, con tutte le nostre forze. Non possiamo permettere che la missione Unifil venga dimenticata, relegata in un angolo della memoria collettiva. È una missione che ci onora, che onora la nostra storia, la nostra Costituzione, il nostro impegno per la pace.

Non arrendersi mai

La bandiera italiana sventola ancora in Libano. E sventola per ricordarci che la speranza non è morta, che la pace è ancora possibile. Anche nei luoghi dove sembra che tutto sia perduto, anche dove la guerra infuria da decenni, come in Medio Oriente. I nostri caschi blu sono lì a testimoniarlo: la pace è un obiettivo che vale la pena perseguire, anche a costo di grandi sacrifici.

Non arrendiamoci, dunque. Non lasciamo che il silenzio avvolga questa missione straordinaria. Parliamone, facciamo sentire la nostra voce. Perché l’Italia è, e deve continuare a essere, un faro di pace in un mondo sempre più oscuro.

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Pubblicato inGuerra

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