C’era una volta l’università, luogo sacro di sapere, riflessione e ricerca. Oggi, invece, sembra essersi trasformata in un palcoscenico per le ultime mode ideologiche, dove tutto è “critico”, “inclusivo” e, soprattutto, assolutamente fuori dal mondo. L’ultimo capolavoro arriva dall’Università di Torino, che con grande orgoglio presenta il suo nuovo corso interdisciplinare in “Queer Studies”. Ma attenzione, non fatevi ingannare: non si tratta solo di un’opzione per gli studenti curiosi. No, no, questa è l’ennesima incursione dell’ideologia LGBTQIA+ nelle aule universitarie.
Il trionfo del relativismo
L’ideatore di questo gioiello accademico è il professor Antonio Vercellone (nella foto), che, con un’abilità retorica degna di un prestigiatore, ci tiene a precisare che “la teoria gender non esiste”. Eppure, lo stesso Vercellone promuove un corso che si basa esattamente su quei presupposti che lui stesso nega. Che dire? Contraddirsi sembra essere il nuovo sport universitario. Nel corso, ci viene spiegato, si affronteranno temi come l’“eteronormatività” e le “pulsioni alternative”, con l’obiettivo di smontare quella che viene definita una “visione egemonica”. Traduzione: tutto ciò che è normale va decostruito, purché si possa sventolare la bandiera dell’inclusione.
Inclusione selettiva
E qui sta il paradosso più grande. La teoria queer, che si propone di essere inclusiva e aperta a ogni identità, ignora volutamente chi non si allinea alla narrazione ufficiale. Detransitioners? Non pervenuti. Dubbi sull’approccio affermativo? Tabù. Effetti negativi sulle giovani menti confuse? Silenzio tombale. Insomma, inclusione sì, ma solo se segui il copione. Un po’ come una festa dove sei il benvenuto solo se porti lo stesso regalo degli altri.
La deriva delle università italiane
Ma Torino non è sola in questa deriva. Negli ultimi anni, le università italiane si sono dimostrate terreno fertile per l’indottrinamento gender. Sassari, con il suo libro che, incredibilmente, celebra la pedofilia di Mario Mieli. Roma Tre, con il suo “Laboratorio per bambin* trans” che coinvolge minori dai 5 ai 14 anni. E adesso Torino, con il suo corso che promette di portare accademici, medici, psicologi e persino rappresentanti religiosi in cattedra per spiegare come decostruire la realtà biologica.
Un ministro dimenticato
E pensare che il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, aveva recentemente dichiarato che negli atenei italiani non ci sarebbe stato spazio per percorsi ideologici. Forse qualcuno dovrebbe ricordarle che le parole, da sole, non bastano. Le università italiane continuano imperterrite a promuovere corsi che, anziché educare, indottrinano. E mentre si fa largo la narrazione del “gender critico”, la scienza vera, quella basata su dati e fatti, viene messa all’angolo come un vecchio cimelio impolverato.
Il grande assente: il buon senso
In tutto questo, il vero protagonista è il grande assente: il buon senso. Perché una cosa è certa: non si combattono discriminazioni sostituendo una visione dominante con un’altra altrettanto rigida e unilaterale. Non si educa promuovendo ideologie mascherate da scienza. E soprattutto, non si prepara una nuova generazione di studenti bombardandoli con un relativismo che finisce per negare la realtà.
Sveglia, università italiane!
L’auspicio è che si ponga fine a questa farsa. Che le università tornino a essere luoghi di sapere e non vetrine per l’ultima moda ideologica. E che i nostri atenei si impegnino a promuovere corsi basati sulla scienza, non su narrazioni che, a forza di voler essere “inclusive”, finiscono per escludere la verità.

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