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Assad cade, il caos avanza

E così ci risiamo. Gli Stati Uniti, gli eterni cavalieri della libertà (a casa degli altri), avrebbero finalmente raggiunto l’obiettivo tanto ambito: la destituzione di Bashar al-Assad. La Siria, un Paese già devastato da oltre un decennio di guerra civile, ora si troverebbe ad affrontare quel vuoto di potere che ha già trasformato altri Paesi del Medio Oriente in teatri dell’orrore. Ma qualcuno si ricorda cosa è successo dopo Saddam Hussein? E Gheddafi? Il copione è sempre lo stesso, un film già visto, eppure gli attori sembrano non imparare mai.

Lezioni non apprese: Iraq e Libia come monito

Prendiamo l’Iraq: nel 2003, la caduta di Saddam Hussein venne salutata come l’inizio di una nuova era di democrazia. Il risultato? Un Paese ridotto in macerie, segnato da guerriglie incessanti, esplosioni quotidiane, e un’intera regione destabilizzata. Da quel caos nacque l’ISIS, il califfato che ha seminato morte su scala globale. Non è una coincidenza: il vuoto lasciato dal regime baathista ha alimentato risentimenti settari e radicalismo jihadista, come una sorta di “vendetta postuma” di Saddam, secondo alcuni analisti.

E la Libia? Dopo l’eliminazione di Muammar Gheddafi, il Paese è diventato una polveriera: milizie armate si contendono il potere, il traffico di esseri umani prospera, e la popolazione paga il prezzo di un intervento occidentale tanto rapido quanto superficiale nei suoi obiettivi a lungo termine.

Il “dopo-Assad”: un déjà-vu sanguinario?

Caduto Assad, cosa ci aspetta in Siria? Le esperienze precedenti suggeriscono scenari inquietanti. Senza un piano realistico per il dopoguerra, il Paese potrebbe trasformarsi in un nuovo campo di battaglia per gruppi estremisti e potenze regionali come Iran e Turchia, replicando il caos già visto in Iraq e Libia. L’idea che la democrazia possa magicamente attecchire in un terreno tanto devastato sembra più un’illusione pericolosa che una strategia consapevole.

Siamo alle solite: chi paga il prezzo?

Il grande paradosso è che le popolazioni locali finiscono sempre per pagare il prezzo più alto, mentre i fautori di queste “liberazioni” tornano comodamente a casa. La Siria, come l’Iraq e la Libia, rischia di essere ricordata come l’ennesimo esempio di una “vittoria” occidentale che si trasforma in disastro. Ma questa, ormai, sembra essere una tragica abitudine che nessuno vuole spezzare.

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