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Siria: tra jihadisti democratici e Occidente smemorato

In Siria l’Occidente riesce a trasformare ex terroristi in nuovi paladini della democrazia con una piroetta che farebbe impallidire i migliori acrobati del Cirque du Soleil. Ecco che spunta Abu Mohammad al-Jolani (nella foto), ex affiliato di al-Qaeda, oggi leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), proclamarsi il “nuovo uomo forte” di Damasco. Non in un qualunque luogo, ma nella Grande Moschea degli Omayyadi, simbolo dell’antico califfato. Roba da applausi, se non fosse che la storia dietro tutto questo è più contorta di un thriller mal riuscito.

Dai campi di al-Qaeda alla conquista di Damasco

Al-Jolani non è certo un volto nuovo. Nei suoi anni verdi, combatteva contro gli americani al fianco di Abu Musaib al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia. Poi si è spostato in Siria, vestendo i panni del combattente sotto l’ISIS di Abu Bakr al-Baghdadi, suo vecchio compagno di detenzione a Camp Bucca. Oggi, dopo anni di militanza jihadista, al-Jolani è il volto del nuovo governo di transizione siriano. Sì, avete capito bene. Ora guida un movimento che, stando ai media occidentali, dovrebbe rappresentare una svolta democratica per la Siria.

Ironia della sorte: gli stessi che, negli USA e in Europa, mettevano una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di al-Jolani, oggi parlano della “liberazione di Damasco” come fosse la nuova rivoluzione francese. Eppure, l’unica rivoluzione che si vede è quella delle parole: da “terrorista” a “liberatore” il passo è breve, se a decidere è la geopolitica.

Il gioco dell’ipocrisia: democrazia made in jihad

La CNN e altri media statunitensi non si trattengono: parlano di vittoria dell’Occidente contro l’influenza iraniana. Finalmente, ci raccontano, la Siria si libera dal giogo di Assad, alleato scomodo di Teheran e Mosca. Poco importa se a farlo siano stati jihadisti sunniti con un curriculum da far rabbrividire. Al-Jolani promette libertà di culto e diritti alle donne, ma lo fa con lo stesso sorriso con cui annunciava la caccia ai membri del Partito Baath, i “criminali” di Assad. Una caccia che non sembra promettere nulla di buono.

Anche il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, mette le mani avanti, avvertendo che l’ISIS potrebbe approfittare della situazione. Ma davvero? Dopo anni di guerre, pensavate che mettere uno jihadista al comando fosse una buona idea?

L’irrilevanza europea: spettatori inconsapevoli

Se possibile, la posizione dell’Europa è ancora più tragicomica. La Commissione Europea, per bocca di Anouar El Anouni, ha dichiarato di non avere contatti con HTS. Certo, li considerano ancora “terroristi”. Però, intanto, gli stati membri celebrano la caduta di Assad come una vittoria della libertà. L’Alto rappresentante per gli affari esteri, Kaja Kallas, definisce la situazione “un’opportunità”. Opportunità per chi, però, non è dato sapere.

In tutto questo, l’Europa si dimentica dei curdi, eroi dimenticati di una guerra che ha cambiato padrone più velocemente di un reality show. Una volta coccolati per la resistenza contro l’ISIS, oggi sono bersaglio delle milizie filo-turche che, con l’aiuto di Ankara, stanno conquistando città strategiche. A Tal Rifaat, Manbij e persino Aleppo, i curdi vengono schiacciati nell’indifferenza generale. Ma non ditelo troppo forte, perché a Bruxelles potrebbero ancora credere che i curdi siano i “buoni”.

La Turchia e la sua partita a scacchi

Non c’è dubbio che Ankara esca vincitrice da questa situazione. Erdogan, con il suo cinismo politico, ha ridisegnato la Siria a sua immagine e somiglianza. Mentre al-Jolani giura che garantirà l’integrità territoriale del paese, Erdogan si prepara a rimandare a casa milioni di profughi siriani. Per il presidente turco, che affronta una crescente pressione interna, questa è una mossa perfetta: alleggerisce il peso della crisi migratoria e consolida il controllo sui territori curdi.

Russia e Iran: i grandi sconfitti?

In tutto questo, la Russia e l’Iran cercano di limitare i danni. Mosca, pur mantenendo le basi a Tartus e Hmeimim, si ritira gradualmente da alcune zone strategiche. L’obiettivo è evitare che i nuovi padroni di Damasco si avvicinino troppo alle installazioni militari. L’Iran, invece, vede ridursi l’influenza guadagnata con anni di supporto ad Assad. Ma chi pensa che Teheran resterà a guardare potrebbe sbagliarsi. La Siria, per l’Iran, è troppo importante per essere lasciata nelle mani di un movimento jihadista sunnita.

Il paradosso israeliano

Nel frattempo, Israele approfitta del caos. Le forze di difesa israeliane (IDF) intensificano i raid in Siria, colpendo sia milizie filo-iraniane che postazioni militari del vecchio regime. Alcuni report parlano di incursioni a pochi chilometri da Damasco, ma Netanyahu giustifica tutto con la necessità di “neutralizzare le minacce alla sicurezza”. Curioso, però, che lo stesso discorso usato da Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina non trovi lo stesso consenso.

Il caos come nuova normalità

Questa è la Siria di oggi: una terra in cui gli ex terroristi diventano statisti, l’Europa resta irrilevante e gli Stati Uniti si accontentano di giocare la carta più conveniente. Il futuro? Probabilmente ancora più caotico. Ma di una cosa possiamo essere certi: quando si parla di Siria, la verità è la prima vittima. E noi, dall’alto della nostra superiorità morale, continuiamo a raccontarci che stiamo salvando il mondo.

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Pubblicato inTerrorismo

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