Ogni volta che Donald Trump apre bocca, i salotti progressisti e le redazioni europee vanno in fibrillazione. Ma dietro le urla e gli stracci strappati, il problema resta sempre lo stesso: l’Unione Europea ha smesso da tempo di essere una potenza politica credibile.
I dazi americani hanno acceso l’ennesimo fuoco di indignazione. Ma non per le conseguenze economiche o geopolitiche. No, il vero scandalo per la stampa mainstream è che quei dazi li ha annunciati “l’orco” Trump, e non l’angelo Biden.
Eppure, in questo teatrino di reazioni isteriche e doppi standard, emerge con forza una verità scomoda e ignorata: il problema non sono gli altri. Il problema è l’Ue stessa. Un’entità senz’anima, senza politica estera, incapace di difendere i propri interessi. E quando il mondo bussa alla porta con durezza, noi rispondiamo con piagnistei e indignazione a comando.
Questa è la storia di un continente che si crede ancora protagonista, ma che ormai non viene nemmeno più ascoltato.
Un’Europa che piange per i dazi ma non sa più chi è
All’improvviso, tra le colonne dei soliti giornaloni stesi sull’altare del globalismo, è montata l’indignazione: Donald Trump, con la sua consueta ruvida chiarezza, ha deciso di imporre dazi del 15% sull’acciaio europeo. Apriti cielo. La reazione è stata quella prevedibile: demonizzazione, isteria, drammi da salotto radical-chic. Ma la verità è che Trump sta semplicemente facendo l’interesse della sua nazione, come ogni presidente americano ha sempre fatto. Obama e Biden compresi.
Chi si stupisce dei dazi, o è ingenuo o in malafede. E soprattutto ha la memoria corta. Obama non ha esitato a mettere freni commerciali all’Europa. Biden ha agito nello stesso solco, con toni più felpati e meno “cattivi” per la stampa benpensante. Ma se a farlo è Trump, il nemico numero uno del mainstream, allora la cosa diventa un oltraggio alla civiltà.
L’Ue è un nano geopolitico. Ma fa finta di non saperlo
Il punto, però, non è Trump. Non è nemmeno Xi Jinping. Non è Putin. Il punto è che l’Unione Europea non esiste più come soggetto politico autorevole. Esiste come burocrazia invasiva, come fabbrica di regolamenti assurdi, come idolatria del green e delle bandiere arcobaleno. Ma non ha una voce né un’anima nella politica internazionale.
Ce lo ha mostrato la crisi ucraina. Invece di proporre una mediazione, l’Ue si è accodata servilmente agli Stati Uniti, recitando la parte del vassallo nella guerra altrui. Si è lanciata nel sostegno militare a Kiev senza alcuna visione strategica autonoma, senza nemmeno fingere di cercare un negoziato di pace, come dovrebbe fare una forza diplomatica matura. Eppure l’Europa nacque proprio con l’idea di evitare nuovi conflitti mondiali. Dove sono oggi quei valori? Affondati nel cinismo di Bruxelles.
L’ipocrisia della stampa: Trump cattivo, Von der Leyen santa
Ecco allora che i dazi di Trump diventano una tragedia, ma solo perché li ha imposti Trump. Se a firmarli fosse stato Biden, o peggio ancora Obama, saremmo qui a leggere paginate di osanna: “decisione dolorosa ma necessaria”, “America amica ma realista”, “le sfide della transizione globale”, e così via, in un tripudio di ipocrisia ben impaginata.
Von der Leyen, la pasionaria tecno-europeista, sarebbe stata celebrata come la donna che ha saputo tenere testa a Washington. E invece, siccome c’è Trump di mezzo, anche lei finisce nel mirino, colpevole di non essersi inginocchiata, prona, al giusto padrone progressista.
Una crisi d’identità che si trascina da anni
Il vero dramma è che l’Europa ha smesso da tempo di essere una forza terza nel mondo. Non riesce a fare da ago della bilancia tra Est e Ovest, tra imperi decadenti e potenze emergenti. Si è ridotta a fare da eco alle decisioni altrui, incapace di parlare con voce propria. È lontanissima dai giorni in cui un Berlusconi riusciva a portare Bush e Putin a stringersi la mano a Pratica di Mare. Quello fu un gesto da statista. Oggi, a Bruxelles, non ci sono statisti. Solo contabili della decrescita felice.
La libertà di circolazione non basta per chiamarsi “Unione”
Certo, ci restano alcune libertà preziose: possiamo viaggiare senza passaporto, lavorare oltreconfine, fare affari tra Stati membri senza troppa burocrazia. Ma tutto questo è logistica. Non è politica. È gestione amministrativa, non visione strategica. L’Unione, così com’è oggi, non unisce più nulla. Non unisce i popoli, non unisce le culture, non unisce le economie. E soprattutto non unisce le menti.
Siamo diventati invisibili per i nostri alleati e irrilevanti per i nostri nemici. Gli Stati Uniti ci ignorano se non serviamo. I cinesi ci comprano. I russi ci disprezzano. E noi continuiamo a pensare che il problema sia il prossimo tweet di Trump.
Ce li meritiamo i dazi, eccome
Il paradosso è che forse i dazi americani ce li siamo pure meritati. Perché da anni ci siamo mostrati inaffidabili, deboli, contraddittori. Perché abbiamo scelto di non avere una politica estera, di nasconderci dietro le scuse della neutralità e del “multilateralismo”, che in realtà è solo il nome elegante dell’irrilevanza. Perché abbiamo preferito i vincoli climatici ai piani industriali. I corsi gender alla difesa dei confini. Le retoriche sull’inclusione alla tutela della sovranità.
L’Europa che abbiamo oggi non è odiata. È semplicemente ignorata. E quando anche l’alleato storico americano ci presenta il conto, reagiamo come adolescenti capricciosi. Ma la colpa, se vogliamo dirla tutta, non è di Trump. È nostra.

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