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Sudan, il conflitto dimenticato: un bilancio che esplode

Quando parlo con qualcuno, quasi sempre mi chiedono: «Ma dov’è esattamente la guerra in Sudan?» È un sintomo rivelatore: il mondo ignora ciò che sta accadendo, mentre il numero delle vittime cresce in modo vertiginoso. Non esistono dati ufficiali univoci perché le cifre vengono manipolate, i cadaveri restano insepolti, intere comunità sfollate si dissolvono nella steppa.

Eppure, le stime più attendibili parlano di oltre 61.000 morti solo a Khartoum nei primi 14 mesi di guerra. Se allarghiamo lo sguardo all’intero paese, il bilancio diventa spaventoso: almeno 150.000 vittime, includendo non solo i morti in battaglia ma anche quelli per fame, malattie e collasso dei servizi sanitari.

La guerra ha provocato uno spostamento di massa senza precedenti, con più di dodici milioni di sfollati interni e milioni di rifugiati all’estero. Oggi oltre metà della popolazione sudanese vive in condizioni di bisogno estremo, senza accesso sicuro a cibo, acqua potabile o cure mediche. È un massacro silenzioso, una tragedia che non occupa i titoli dei telegiornali ma che divora vite giorno dopo giorno, nell’indifferenza generale.

Le radici della guerra: un paese spezzato da decenni

Per capire l’origine di questa guerra bisogna guardare alla lunga eredità di divisioni etniche, potere militare e promesse tradite che hanno segnato la storia sudanese. Per decenni il paese è stato governato da regimi autoritari e da giunte militari, incapaci di costruire uno Stato civile stabile. La dittatura di Omar al-Bashir, durata dal 1989 al 2019, ha lasciato un’impronta profonda: repressione, guerre periferiche, sfruttamento delle risorse da parte di élite corrotte.

Quando nel 2019 il regime è crollato sotto la pressione delle proteste popolari, si è aperta una fase di transizione che però è naufragata rapidamente. Le tensioni fra esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF), comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, sono esplose. Le RSF, eredi delle milizie Janjaweed responsabili dei massacri in Darfur, erano diventate un potere autonomo, ricchissimo e ben radicato nel tessuto tribale.

Il tentativo di unificare le forze militari ha agito da miccia. Le RSF hanno rifiutato di sottomettersi e il 15 aprile 2023 hanno attaccato obiettivi governativi, dando il via a un conflitto interno che si è rapidamente esteso a tutto il paese. Da quel momento, la guerra si è trasformata in una spirale di violenza senza freni, con città distrutte, regioni fuori controllo e un popolo schiacciato fra due poteri armati che non intendono cedere.

Il tesoro nascosto del Sudan: oro, petrolio e molto altro

Perché due fazioni combattono con tanta ferocia in un paese già martoriato? La risposta sta nella ricchezza nascosta sotto la superficie. Il Sudan è seduto su un forziere di risorse naturali e strategiche che fanno gola a molti, dentro e fuori i suoi confini.

L’oro è la prima fonte di ricchezza e di conflitto. Viene estratto sia legalmente sia attraverso contrabbando e traffici illegali che alimentano reti internazionali. Enormi quantità d’oro sudanese finiscono nei mercati globali, arricchendo milizie e mediatori stranieri.

Accanto all’oro c’è il petrolio. Sebbene i giacimenti principali si trovino oggi nel Sud Sudan, le infrastrutture chiave per il trasporto passano attraverso il Sudan settentrionale, rendendo il controllo degli oleodotti e dei porti un obiettivo strategico per entrambe le fazioni.

Un’altra risorsa meno appariscente ma cruciale è la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei maggiori produttori mondiali. È fondamentale per l’industria alimentare, farmaceutica e cosmetica globale. Chi controlla le aree di produzione e le rotte commerciali detiene un potere economico enorme. Anche il bestiame e l’agricoltura, in un’economia prevalentemente rurale, sono strumenti di dominio e finanziamento.

La guerra stessa è poi diventata un vero e proprio business. Contratti per armi, mercenari stranieri, logistica, traffici illeciti: Emirati Arabi Uniti, Russia, Cina e Turchia sono tra gli attori che riforniscono i diversi fronti. In questo contesto, mantenere il conflitto risulta spesso più redditizio che cercare la pace.

La pace impossibile: calcoli politici e interessi esterni

Molti hanno tentato la mediazione — Egitto, Unione Africana, Arabia Saudita — ma nessun negoziato ha portato risultati duraturi. La verità è che nessuna delle due fazioni principali vuole davvero rinunciare al potere. Per l’esercito regolare, accettare l’RSF significherebbe perdere il controllo dello Stato. Per le RSF, firmare la pace vorrebbe dire rinunciare alla loro autonomia e alle ricchezze che la guerra garantisce.

A complicare tutto c’è la frammentazione interna. Non si tratta di un semplice conflitto tra due eserciti: decine di gruppi ribelli regionali perseguono agende proprie, spesso legate a rivalità etniche e dispute territoriali. Questo mosaico di milizie rende qualsiasi trattativa un labirinto quasi impossibile da risolvere.

Sullo sfondo agiscono interessi geopolitici pesanti. Paesi vicini e potenze globali si schierano su fronti opposti, sostenendo militarmente ed economicamente le diverse parti. Questi sostegni incrociati alimentano la guerra e la prolungano artificialmente. Inoltre, quando un conflitto diventa economicamente vantaggioso, la pace non è più un obiettivo ma una minaccia.

Infine, la distruzione dello Stato rende ogni mediazione fragile: scuole chiuse, ospedali bombardati, infrastrutture collassate. In molte zone non esiste più un’autorità civile credibile con cui trattare. Il negoziato si svolge nel vuoto, mentre sul terreno domina la legge del più forte.

Un silenzio assordante

Mentre l’Europa si concentra su guerre più “mediatiche” come quella in Ucraina o in Medio Oriente, il Sudan sprofonda nell’oblio. L’Italia e l’Occidente potrebbero fare molto: sostenere la diplomazia, aiutare le ONG, imporre sanzioni mirate ai trafficanti d’armi. Ma manca completamente la volontà politica.

Il rischio è che il Sudan si spezzi definitivamente, trasformandosi in un territorio ingovernabile e in una piattaforma di traffici globali fuori controllo. A quel punto, il prezzo dell’indifferenza ricadrà anche su chi oggi preferisce voltarsi dall’altra parte.

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Pubblicato inGuerra

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