Mentre sul fronte ucraino si moltiplicano le ipotesi di negoziato, nelle retrovie della diplomazia internazionale si aggira un fantasma ingombrante: il trattato New START, l’ultimo baluardo rimasto a regolare gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia. La sua scadenza, fissata al 5 febbraio 2026, incombe come una clessidra che scorre silenziosa ma inesorabile, ricordando al mondo che la guerra più pericolosa non è quella combattuta con i droni o con i tank, ma quella che può essere scatenata con un singolo bottone.
L’eredità della Guerra Fredda
Il New START nasce nel 2010, nel clima apparentemente disteso della presidenza Obama. Fu firmato a Praga da Barack Obama e Dmitrij Medvedev, come evoluzione di una lunga serie di accordi sul controllo degli armamenti nucleari che risalivano agli anni Novanta. Prima di lui, ci furono lo START I (1991, Bush senior-Gorbaciov), lo START II (1993, Bush senior-El’cin, mai pienamente entrato in vigore) e il mai nato START III, travolto dai nuovi equilibri geopolitici dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Con il New START, USA e Russia fissarono limiti precisi alle rispettive capacità nucleari strategiche: non più di 1.550 testate e bombe nucleari schierate, un massimo di 800 vettori complessivi (tra missili balistici intercontinentali, sottomarini lanciamissili e bombardieri pesanti), e solo 700 di questi operativi in un dato momento. L’accordo prevedeva anche ispezioni reciproche, notifiche preventive e trasparenza sulle nuove installazioni. Un equilibrio fragile ma funzionante, che teneva insieme diffidenza e deterrenza.
Dal gelo diplomatico alla sospensione
Poi arrivò il 2022. Lo scoppio delle ostilità tra Russia e Ucraina fece saltare il banco. Nel febbraio 2023, Vladimir Putin annunciò la sospensione del trattato, accusando Washington di “ipocrisia strategica” e di utilizzare l’accordo come strumento politico. La Russia non uscì formalmente dal New START, ma sospendere significa di fatto spegnere i meccanismi di controllo: niente più ispezioni, niente scambi di informazioni, nessuna verifica incrociata. In pratica, il mondo tornava indietro di decenni.
Da allora, il trattato vive in una sorta di limbo giuridico: non è morto, ma nemmeno vivo. E nel frattempo, gli arsenali di Mosca e Washington restano operativi e pronti, con livelli di allerta mai così elevati dai tempi della Guerra Fredda.
L’Alaska e il segnale di disgelo
Un barlume di distensione è arrivato nel settembre scorso, quando – dopo il celebre incontro Trump-Putin in Alaska – il Cremlino ha fatto sapere di essere disposto a prorogare il New START di un anno. Una mossa apparentemente tecnica, ma in realtà profondamente politica: un segnale distensivo verso Washington, e insieme una carta da giocare nel negoziato per la pace in Ucraina.
Putin lo sa: il New START è una leva. Gli Stati Uniti non vogliono rinunciare del tutto al controllo sugli armamenti strategici, ma allo stesso tempo non vogliono concedere a Mosca un vantaggio negoziale. Ecco perché il tema non compare ufficialmente nei colloqui sulla pace, ma ne costituisce lo sfondo strategico più importante.
L’ombra cinese e la nuova tripolarità
C’è però un nuovo fattore che cambia tutto: la Cina. Washington non intende più limitare gli accordi di controllo nucleare a Mosca e a sé stessa. Nella visione americana, un nuovo trattato dovrà includere anche Pechino, ormai potenza atomica emergente con un arsenale in rapida espansione e un atteggiamento sempre più assertivo nel Pacifico.
Ma la Cina non ha alcuna intenzione di sedersi a quel tavolo: il suo arsenale è ancora inferiore (secondo le stime, circa 500 testate contro le oltre 6.000 russe e americane), e Pechino non vuole vincolarsi mentre è in piena fase di crescita strategica. Così, Washington resta bloccata tra due fuochi: la diffidenza di Mosca e il silenzio di Pechino.
Il tempo stringe
Con la scadenza del 2026 alle porte, il tempo per un nuovo accordo è quasi esaurito. Ogni mese che passa rende più difficile ricostruire la fiducia e riattivare i meccanismi di controllo. E se dovesse venire meno anche il New START, il mondo si ritroverebbe per la prima volta dal 1972 (SALT 1, Nixon-Bréžnev) senza alcun trattato che limiti gli arsenali strategici.
Non è un dettaglio tecnico, ma una bomba diplomatica pronta a esplodere. Gli equilibri atomici sono ciò che ha impedito alla Guerra Fredda di diventare una guerra vera. La loro fine, in un mondo dominato da tensioni regionali, conflitti ibridi e leadership imprevedibili, sarebbe una corsa verso l’abisso.
Il fantasma nella stanza del negoziato
Ecco perché il New START è il fantasma che aleggia sulla trattativa per l’Ucraina. Nessuno lo nomina, ma tutti sanno che c’è. Per Putin è un’arma negoziale, per Washington una trappola diplomatica, per l’Europa una fonte di terrore silenzioso.
Nel grande gioco della pace, la posta in palio non è solo la fine della guerra sul Donbass, ma la sopravvivenza di un ordine nucleare mondiale costruito a fatica e ora sul punto di collassare. Se il fantasma del New START dovesse svanire del tutto, allora la parola “disarmo” tornerebbe a essere solo un sogno del passato.

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