L’Avvocato è morto nel 2003, Marella nel 2019. In teoria, da un pezzo dovrebbe essere tutto definito: patrimoni divisi, azioni assegnate, conti chiusi. In pratica, nel 2025 la famiglia Agnelli è ancora lì, divisa fra aule di tribunale, accordi col Fisco, carte svizzere, trust esotici e accuse incrociate fra madre e figli. Altro che “famiglia modello del capitalismo italiano”: la saga sembra una telenovela senza sigla di chiusura.
Proviamo a mettere ordine negli ultimi sviluppi, perché in questi ultimi due anni è successo davvero di tutto: Cassazione, Procura di Torino, accordi milionari con l’Agenzia delle Entrate, “messa alla prova” per John Elkann e, colpo di scena, perfino il fantasma di un nuovo testamento di Gianni Agnelli che potrebbe ribaltare i rapporti di forza costruiti in vent’anni.
Madre contro figli: il contenzioso infinito
Il cuore della vicenda resta lo scontro fra Margherita Agnelli e i tre figli nati dal matrimonio con Alain Elkann: John, Lapo e Ginevra. Tutto ruota attorno a tre passaggi chiave:
gli accordi del 2004, la successione di Gianni, la successiva eredità di Marella.
Nel 2004 Margherita firma un accordo transattivo di diritto svizzero con la madre Marella: rinuncia all’eredità paterna e alla futura eredità materna in cambio di circa 1,3 miliardi tra contanti, immobili e opere d’arte. Da lì in poi, il baricentro del potere passa ai tre figli, designati come eredi della nonna e destinatari della cassaforte Exor, tramite la società Dicembre e una complessa architettura societaria costruita anche con fondi fiduciari all’estero.
Anni dopo, Margherita si pente, contesta di essere stata tenuta all’oscuro di parte del patrimonio e avvia una batteria di cause in Svizzera e in Italia: vuole rimettere in discussione gli accordi successori, la validità del patto del 2004 e, in sostanza, l’intero assetto del potere che oggi vede John Elkann al vertice del gruppo.
Il nodo della giurisdizione: Svizzera o Italia?
Ultimamente la partita si è spostata molto sul terreno tecnico-giuridico: chi deve giudicare? I tribunali svizzeri o quelli italiani?
La Cassazione italiana, con un’ordinanza del gennaio 2024, ha chiarito che il Tribunale di Torino può comunque andare avanti almeno per una parte delle istanze di Margherita, quelle che riguardano beni mobili della successione di Gianni non coperti dalle cause svizzere.
Parallelamente, in Svizzera – a Thun e Ginevra – si discute della validità del patto successorio e degli accordi del 2004. Proprio in queste settimane si sono rivisti in aula, faccia a faccia, John Elkann e la madre Margherita, con anche la presenza della sorella Ginevra: un confronto definito dagli stessi protagonisti “penoso e triste”, che mostra quanto la frattura familiare sia ormai diventata insanabile.
Per i figli, la madre è una donna che li “perseguita” da anni con un contenzioso senza fine; per Margherita, loro sarebbero i beneficiari di un sistema che l’avrebbe di fatto estromessa da una parte del patrimonio reale dell’Avvocato e di Marella.
L’intervento della Procura di Torino e la valanga fiscale
Il conflitto privato diventa pubblico quando Margherita presenta un esposto alla Procura di Torino. I magistrati aprono un’inchiesta su possibili irregolarità fiscali legate all’eredità di Marella Caracciolo, in particolare sulla sua residenza svizzera e sul mancato pagamento delle imposte di successione dovute in Italia.
Secondo quanto emerge dagli atti, la Guardia di Finanza e i pm torinesi portano alla luce una massa ereditaria di circa 1 miliardo di euro non sottoposta a tassazione e redditi non dichiarati per altri 248,5 milioni, riconducibili a Marella. Vengono ipotizzate evasioni tra i 300 e i 400 milioni di euro.
Nel 2024 scatta anche un sequestro di circa 75 milioni di euro in capo agli Elkann, a garanzia delle somme ritenute dovute al Fisco. La vicenda diventa così un vero caso giudiziario nazionale: Report e varie testate ricostruiscono nei dettagli i passaggi dei capitali, i trust, i cambi di residenza e l’architettura complessa che ha accompagnato la successione di Marella.
L’accordo col Fisco: 175 (poi 183) milioni per chiudere il conto
Nel luglio 2025 arriva il primo colpo di scena: John, Lapo e Ginevra Elkann raggiungono un accordo con l’Agenzia delle Entrate. Pagano almeno 175 milioni di euro – cifra poi indicata intorno ai 183 milioni – per chiudere ogni pendenza tributaria presente e futura legata all’eredità della nonna Marella. Nessuna ammissione di colpa, ma un patto per “voltare pagina” dal punto di vista fiscale.
L’intesa con il Fisco italiano fa da base anche alla trattativa con la Procura di Torino: i pm riconoscono che il versamento di 183 milioni estingue sul piano tributario il debito con lo Stato. Resta però in piedi il capitolo penale.
La “messa alla prova” di John Elkann e l’uscita di scena dei fratelli
A settembre 2025 la procura propone per John Elkann la “messa alla prova”: un istituto che, se omologato dal giudice, prevede attività di utilità sociale per un certo periodo in cambio dell’estinzione del reato senza condanna. Le ricostruzioni parlano di una possibile decina di mesi di servizi sociali, magari in strutture per anziani o persone in difficoltà, oltre al maxi-pagamento al Fisco.
Per Lapo e Ginevra, invece, la procura chiede l’archiviazione: la posizione penale dei due viene alleggerita, mentre tutta l’attenzione mediatica resta concentrata sulla figura di John, erede di fiducia dell’Avvocato e oggi presidente di Exor, Ferrari e Stellantis.
Se la messa alla prova verrà concessa e portata a termine, per John si chiuderà il fronte penale torinese. Ma il danno d’immagine – un capo dinastia che accetta servizi sociali e una “mega-multa” per controversie fiscali legate all’eredità – resterà come macchia nella storia della famiglia.
Il colpo di scena: il “nuovo testamento” dell’Avvocato
Come se non bastasse, nel 2025 spunta anche l’ombra di un “nuovo testamento” di Gianni Agnelli. Secondo la ricostruzione di alcuni media, un documento emerso in seguito alle perquisizioni della Guardia di Finanza indicherebbe disposizioni patrimoniali diverse da quelle finora considerate alla base dell’attuale assetto di potere.
I legali di Margherita sostengono che questo testamento sarebbe stato tenuto nascosto per anni e che, se ritenuto valido, potrebbe smentire l’intera architettura successoria che ha consegnato il controllo del gruppo a John, passando per Marella. In alcune cause, inoltre, si discute della quota spettante al figlio Edoardo (morto nel 2000): alcune valutazioni parlano di diritti teorici paritari a quelli di John, aprendo un altro fronte delicatissimo nella ricostruzione delle quote ereditarie.
Siamo, per ora, nel terreno delle ipotesi e delle strategie processuali, ma il messaggio è chiaro: niente è definitivamente archiviato. Ogni carta nuova può diventare un’arma nella guerra giudiziaria.
Exor, Ferrari, Stellantis: la cassaforte va, il “caso di famiglia” resta
Mentre tribunali e Fisco fanno il loro lavoro, sul piano industriale la macchina continua a correre.
Sotto la guida di John Elkann, in questi anni Exor si è trasformata: meno Italia manifatturiera classica, più holding finanziaria con testa legale in Olanda, diversificata tra auto, lusso, media, salute e investimento finanziario puro.
La famiglia ha venduto storici pezzi di industria (Magneti Marelli, Iveco, Comau) e ha puntato forte su Ferrari, che in Borsa vale ormai più volte Stellantis, oltre che su un portafoglio di partecipazioni internazionali gestite anche attraverso la piattaforma Lingotto Investment Management, oggi in espansione a New York.
Sul fronte Juventus, dopo gli scossoni dell’era Andrea Agnelli, Elkann ha confermato pubblicamente che la famiglia non intende cedere la società, nonostante l’ingresso di un nuovo azionista forte come Tether, che ha superato il 10% e pretende voce in capitolo nel consiglio di amministrazione. Segno che, almeno lì, la bandiera di famiglia non si ammaina.
Insomma, dal punto di vista patrimoniale gli Agnelli-Elkann restano una delle dinastie più potenti d’Europa, con miliardi investiti a Wall Street e negli asset globali. Ma dietro i numeri, il “romanzo di famiglia” mostra tutte le sue crepe.
Una dinastia tra mito e logoramento
La parabola degli Agnelli è quella di molte grandi famiglie europee: mito, tragedia, successo industriale, cadute fragorose. Dall’Avvocato che incarnava il potere torinese e italiano del Novecento a un erede, John, che parla il linguaggio delle holding olandesi, dei buyback miliardari e dei fondi globali, il salto è enorme.
E tuttavia, sotto la vernice della modernità, resta la dinamica più antica del mondo: una madre contro i figli, fratelli divisi, testamenti contestati, patrimoni discussi fino all’ultimo centesimo. Dove un tempo si decidevano destini industriali, oggi si litiga su trust, residenze fiscali e clausole di patto successorio.
La verità, al netto degli avvocati, è che la saga Agnelli non parla solo di soldi, ma di un passaggio d’epoca: dal capitalismo “di famiglia” al capitalismo delle holding globali, dove anche il cognome più pesante d’Italia deve fare i conti con giudici, ispettori del Fisco e opinione pubblica.
E una cosa è già certa: la saga non è finita. Finché ci saranno udienze a Thun, Ginevra, Torino, e finché spunteranno testamenti, accordi e conti all’estero, la dinastia più famosa di Italia resterà, suo malgrado, un romanzo a puntate.

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