C’è un filo sottile che divide la politica dalla predazione. E in queste settimane, osservando l’Unione europea alle prese con i beni russi congelati, quel filo sembra assottigliarsi sempre di più. Da un lato, Bruxelles ripete che si tratta di “misure eccezionali”, “risposte necessarie”, “strumenti di pressione”. Dall’altro, cresce l’impressione che l’Europa, incapace di trovare una via d’uscita diplomatica al conflitto ucraino, stia trasformando un patrimonio immobilizzato in una miniera da sfruttare, scollegandolo da ogni reale tutela giuridica. Ciò che nasce come sanzione temporanea rischia di diventare un precedente irreversibile, non solo contro la Russia ma contro l’intero impianto del diritto internazionale.
In apparenza è una questione contabile, un bilanciamento tra “ricostruzione”, “riparazioni” e “responsabilità”. In realtà, è un bivio storico. Perché se oggi si possono usare i beni di Mosca come garanzia per debiti immensi, domani lo stesso principio può essere applicato a chiunque sia considerato politicamente scomodo. E così l’Europa, che ama definirsi faro di legalità, rischia di spegnere da sola la luce che per decenni ha preteso di difendere.
Dai beni “congelati” al bancomat per Kiev
Li chiamano “immobilizzati”, “congelati”, “posti a garanzia”. Parole eleganti per coprire un’idea molto semplice: prendere soldi russi fermi in Europa e usarli, direttamente o indirettamente, per finanziare l’Ucraina. Prima si è cominciato con gli interessi, poi con prestiti “garantiti”, adesso si parla apertamente di prestito di “riparazione” e perfino di bloccare per sempre la restituzione del capitale.
La Commissione europea sta spingendo per un meccanismo che, con un gioco di prestigio giuridico, trasformi i beni russi congelati in un gigantesco fondo a sostegno di Kiev: un pacchetto da circa 90 miliardi di euro come primo step, con l’orizzonte di arrivare a usare fino a 140–210 miliardi in prestiti o “reparations loan”, cioè prestiti basati su qualcosa che non ti appartiene, garantiti da quelle risorse.
In pratica: i beni restano formalmente “di Mosca”, ma l’Europa li usa come base per indebitarsi massicciamente in nome dell’Ucraina. Se poi un giorno la Russia dovesse pagare i danni, quei soldi servirebbero a rimborsare i creditori. Intanto, però, l’Europa mette le mani su un patrimonio che non è suo, scivolando su un piano inclinato pericolosissimo per lo Stato di diritto e per la stessa credibilità dell’Unione.
Numeri veri: un tesoro da oltre 200 miliardi
Dietro i proclami moralistici, i numeri sono freddi e spietati. Secondo i documenti del Parlamento europeo, nell’UE sono immobilizzati circa 210 miliardi di euro di beni sovrani russi (risorse della Banca centrale) e circa 28 miliardi di beni privati, fra conti, titoli e partecipazioni.
Il cuore di questo tesoro è in Belgio: presso il sistema di compensazione Euroclear si concentrano tra 180 e 190 miliardi di asset russi, una cifra enorme che ha generato utili record. Solo nei primi nove mesi del 2023 Euroclear ha incassato circa 3 miliardi di profitti grazie ai titoli russi congelati, su cui il governo belga ha messo il carico di una tassazione straordinaria, promettendo che quelle entrate fiscali andranno a Kiev.
Nel frattempo, a livello G7, nell’ottobre 2024 è stato concordato un meccanismo per un prestito da 50 miliardi di dollari a Kiev, da ripagare con gli “extra-profitti” generati nel tempo da questi asset congelati. Non si tocca (per ora) il capitale, ma si ipoteca il flusso degli interessi futuri.
Quello che oggi Bruxelles propone è un ulteriore salto: spingersi oltre lo schema degli interessi, usando i beni stessi come collaterale per maxi-prestiti, invocando perfino poteri d’emergenza (articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, TFUE) per bypassare i veti dei Paesi dissenzienti, come l’Ungheria, e le forti resistenze del Belgio.
Il grande strappo allo Stato di diritto
Al netto della propaganda, la domanda è semplice: un’Unione che si vanta ogni giorno di “valori”, “regole”, “diritto internazionale” può permettersi di trasformare beni stranieri congelati in bancomat politico?
Giuristi, economisti e think tank tutt’altro che filo-russi avvertono da mesi che confiscare il capitale – non solo gli interessi – non ha una base chiara nel diritto internazionale e rischia di violare l’immunità dei beni sovrani. Non esiste un precedente consolidato in cui una potenza o un blocco regionale, senza una decisione dell’ONU e senza un trattato di pace, abbia trasformato beni di uno Stato sovrano in cassa di compensazione per un altro.
Non è un dettaglio tecnico. Se si sdogana questo principio, domani qualunque potenza potrà usare la stessa giustificazione per appropriarsi di beni altrui: basta accusare l’avversario di “aggressione”, dichiararsi giudice e parte, e il gioco è fatto.
E qui non si parla solo della Russia. Decine di Paesi – dalla Cina ai produttori del Golfo, dai fondi asiatici agli investitori africani – stanno guardando con grande attenzione a cosa fa l’Europa. Se passa l’idea che Bruxelles può trasformarsi in giudice, giuria e boia dei patrimoni altrui, quanta fiducia resterà nella piazza finanziaria europea?
Chi porta capitali in un posto dove, se domani sei “politicamente sgradito”, rischi di vederti portare via tutto?
Il Belgio con i nervi scoperti e la paura del boomerang
Non a caso il Belgio – che ospita la maggior parte di questi beni tramite Euroclear – sta facendo muro. Bruxelles (la città) e Bruxelles (la Commissione) oggi sono su fronti opposti. Da un lato, la presidente Ursula von der Leyen spinge per il “reparations loan”; dall’altro, il governo belga teme di ritrovarsi esposto a valanghe di cause legali, arbitrati internazionali e ritorsioni economiche se i beni russi venissero di fatto espropriati o usati in maniera aggressiva.
Gli analisti avvertono che, in caso di accordo di pace guidato dagli Stati Uniti, uno dei capitoli centrali potrebbe essere proprio la restituzione, totale o parziale, dei beni congelati a Mosca. Se l’Europa nel frattempo li avrà impegnati in prestiti e giochi di finanza creativa, chi si ritroverà in prima linea a pagare il conto? Proprio i Paesi dove gli asset sono custoditi, a partire dal Belgio.
E qui arriva il paradosso: per “punire” la Russia, rischiamo di trascinare l’Europa in una palude di contenziosi infiniti e di costringerla a indebitarsi per decenni, pur di coprire i buchi creati da decisioni politiche azzardate.
La linea rossa del “casus belli”
Dal fronte russo, la risposta è stata tutt’altro che morbida. Il ministero degli Esteri e vari esponenti del Cremlino hanno già definito qualsiasi sequestro dei beni russi come “furto” mascherato da giustizia e hanno promesso “la reazione più dura” contro l’Unione.
Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, è arrivato a dire chiaramente che la confisca dei beni potrebbe essere considerata un “casus belli”, una giustificazione per atti ostili contro l’UE. È propaganda? Certo. Ma anche i segnali politici contano.
Se tu, Unione europea, proclami che sei forza di pace, poi: congeli beni di uno Stato; li usi per finanziare armi, stipendi, bilanci e ricostruzioni di chi ti considera parte del conflitto e infine, senza trattato di pace né sentenza internazionale definitiva, inizi a costruirci sopra un edificio di debito e di prestiti a catena…
allora non sei più un arbitro, ma un giocatore in campo. E per di più un giocatore che usa il pallone dell’avversario come se fosse suo.
Il conto presentato ai cittadini europei
C’è poi un’altra ipocrisia gigantesca: si racconta che “pagherà la Russia”, ma in realtà il primo a pagare è il contribuente europeo.
Se l’UE emette prestiti giganteschi “garantiti” dai beni russi e qualcosa va storto – pace che non arriva, trattati che impongono restituzioni, cause perse nei tribunali internazionali – chi coprirà i buchi? Non certo Washington, che intanto spinge perché l’Europa si assuma più rischi, ma i bilanci degli Stati membri, quindi i cittadini.
Già oggi, esperti indipendenti calcolano che anche se la guerra finisse domani, l’Europa rischia di dover tirare fuori oltre 135 miliardi di euro nei prossimi due anni solo per tenere a galla l’Ucraina. Se in più l’UE si impicca da sola usando come garanzia un patrimonio giuridicamente esplosivo, il salto nel buio è totale.
È una scelta politica, non tecnica. Si è deciso che l’Ucraina va sostenuta “a qualsiasi costo”, ma questo “qualsiasi costo” non viene detto apertamente agli elettori. Si preferisce vendere l’illusione comoda: “faremo pagare a Putin il conto”.
Una questione anche morale: dal diritto alla vendetta
Al di là dei bilanci, il punto è anche morale. Nel linguaggio cristiano, c’è una differenza abissale tra giustizia e vendetta. La giustizia si fonda su regole condivise, tribunali, responsabilità personali. La vendetta collettiva colpisce il patrimonio di un intero popolo, indipendentemente da chi sia al potere e da cosa abbia fatto concretamente ciascun individuo.
Quando congeli beni di privati cittadini russi che non hanno bombardato nessuno, e mediti di usarli per riparare i danni della guerra, stai dicendo, in sostanza, che tutti i russi devono pagare per le decisioni del Cremlino. Quando metti mano al patrimonio della banca centrale, passi dal principio “lo Stato è responsabile” a qualcosa di più inquietante: “se sei nel mirino politico dell’Occidente, la tua ricchezza ovunque nel mondo non è più al sicuro”.
In un’ottica cristiana, questo è esattamente ciò che dovremmo evitare dopo due guerre mondiali e un secolo di ideologie totalitarie: trasformare interi popoli in capri espiatori, decidendo chi può essere spogliato in nome di una causa “superiore”.
Se salta il principio, nessuno è più al sicuro
Oggi tocca alla Russia, domani chi sarà il prossimo? Un Paese mediorientale non allineato? Un gigante asiatico che sfida il dollaro e l’euro? Una nazione che cambia alleanza geopolitica?
Se l’Europa apre la porta alla confisca creativa dei beni sovrani, manda un messaggio devastante a tutto il mondo non occidentale: i vostri asset qui non sono inviolabili, sono una leva politica a disposizione di Bruxelles e Washington.
Non stupiamoci, allora, se sempre più capitali si spostano verso altre piazze, altre valute, altri sistemi di pagamento. Non è solo geopolitica: è semplice istinto di sopravvivenza.
Invece di lavorare per una pace giusta, che attribuisca responsabilità, chieda risarcimenti sulla base di trattati e sentenze, e ricostruisca il diritto internazionale, l’UE sembra preferire scorciatoie finanziarie che fanno applaudire per qualche giorno ma minano le fondamenta del sistema per gli anni a venire.
Se l’Unione davvero crede di difendere la civiltà giuridica europea, dovrebbe ricordarsi che la proprietà altrui non si tocca, soprattutto quando il proprietario è un nemico. È proprio lì che si vede se credi davvero nel diritto o se ti limiti a invocarlo finché ti conviene.

Sii il primo a commentare