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Giù le mani dal presepe!

Ogni anno, quando l’Avvento spalanca le porte al Natale, l’Italia dovrebbe raccogliersi attorno ai suoi simboli più antichi e più veri. E invece no: puntualmente, come un riflesso condizionato, scatta la polemica contro il presepe. È un paradosso tutto contemporaneo: si difendono con devozione quasi religiosa le tradizioni altrui, anche quelle più lontane dalla nostra cultura, mentre si attaccano proprio quelle che ci hanno generati. Quelle che hanno illuminato secoli di storia, sostenuto famiglie, ispirato santi, artisti, poeti. Quelle che ci ricordano chi siamo davanti a Dio.

Il presepe, oggi, non è solo un simbolo sotto attacco. È diventato una cartina di tornasole: dice quanto la nostra società abbia smarrito la capacità di riconoscere la propria radice cristiana.

E proprio per questo bisogna difenderlo. Senza timidezze. Senza imbarazzi. Senza chiedere permesso a nessuno.

La tradizione sotto attacco

Il caso più eclatante è esploso a Genova, all’istituto comprensivo Quezzi, dove la dirigente Chiara De Faveri ha cancellato il presepe vivente per “evitare divisioni”. Ma come può dividere un Bambino appena nato? Chi si sente minacciato da una Natività non ha un problema con l’inclusione: ha un problema con la sua identità ferita, o forse con la Presenza che quel presepe annuncia.

La reazione di genitori, insegnanti, cittadini e del sindaco Marco Bucci ha mostrato, paradossalmente, la verità delle cose: non è il presepe a creare fratture. È la sua rimozione. È la censura di ciò che ci appartiene. È la vergogna delle nostre radici che ci divide, non la loro luce.

Lo stesso copione si è ripetuto a Bolzano, dove il preside Renato Masarotto ha temuto che il presepe all’ingresso “potesse offendere qualcuno”. Ma chi? Da anni gli stessi rappresentanti delle comunità musulmane dichiarano apertamente che la Natività non li disturba affatto. Anzi: la rispettano come segno della terra che li accoglie. È evidente che l’offesa non riguarda loro, ma una parte della società italiana che non sopporta più il richiamo al sacro, forse perché lo percepisce come una domanda ancora aperta.

Laicità non è amnesia, perché Dio non è un intruso

Ed è qui che affonda il coltello la distorsione più grande: quella della laicità. Una parola usata come clava per colpire tutto ciò che profuma di cristiano.

La laicità vera non cancella Dio dallo spazio pubblico: lo riconosce come parte della storia e della coscienza del popolo. Non chiede al cittadino di rinunciare alla fede, ma allo Stato di non trasformarla in legge. È un equilibrio nobilissimo, che però oggi viene interpretato in chiave ideologica: non più libertà, ma rimozione; non più pluralismo, ma silenzio; non più rispetto, ma desertificazione simbolica.

Una scuola senza presepe non diventa più laica. Diventa più povera. Perché rinuncia a mostrare ai bambini la scena che da secoli racconta l’umiltà di Dio che si fa carne, l’amore che si abbassa, la tenerezza che salva. Senza il presepe, il Natale diventa un teatro senza copione: solo luci finte, consumo, rumore.

Dire che “il presepe esclude” significa tradire il senso profondo della nostra storia. Perché se c’è un simbolo che non esclude è proprio questo: Dio che sceglie gli ultimi, non i potenti; una grotta, non un palazzo; i pastori, non i re; Maria e Giuseppe che accolgono, non rifiutano. E la notte di Betlemme diventa così la vera scuola dell’inclusione: quella che nasce dalla carità, non dalla cancellazione.

Il presepe non impone: invita all’incontro con Dio

È questa la differenza che molti ignorano – o fingono di ignorare. Il presepe non obbliga nessuno. Non è un editto, non è un catechismo recitato per forza. È un annuncio muto, discreto, ma potentissimo. È il cristianesimo narrato nella sua forma più semplice: un Dio che si consegna all’uomo senza difese, senza pretese, senza violenza.

Chi ha paura del presepe ha paura di questa domanda: E se Dio fosse davvero entrato nella storia?
E se quel Bambino parlasse davvero alla mia vita?

È questo che inquieta. Non l’inclusione.

La dichiarazione di Silvia Salis: specchio di un’Italia smarrita

In questo clima, sono arrivate anche le parole di Silvia Salis, vicepresidente vicaria del CONI, che ha affermato che «il presepe è un simbolo identitario che rischia di escludere».

Una frase che rivela più del previsto. Perché se un simbolo identitario “esclude”, allora esclude anche la famiglia, il matrimonio, il tricolore, i santi patroni, i dialetti, le feste popolari. Tutto. Ma il cristianesimo – lo si voglia o no – è la matrice dell’Italia. Rimuoverlo non significa proteggere qualcuno. Significa amputare noi stessi.

Chi arriva da lontano non ci chiede di nascondere ciò che siamo. Ci chiede di essere accolto. E l’accoglienza nasce solo da una identità solida, luminosa, riconoscibile. Non dal vuoto.

Senza simboli cristiani l’Italia diventa un involucro

Una società che rinuncia ai suoi simboli cristiani rinuncia anche ai valori che da essi scaturiscono: la dignità della persona, la famiglia come comunità naturale, la difesa dei piccoli e dei fragili, la compassione, la carità, la speranza. Il presepe non è un ornamento. È una catechesi incarnata nella nostra cultura. È la nostra storia che si fa immagine.

Toglierlo significa educare alla dimenticanza. Ed educare alla dimenticanza significa preparare un popolo che non sa più da dove viene e, quindi, non sa più dove andare.

Il presepe resta, perché Cristo resta

Alla fine, tutto si riduce a questo: il presepe resta perché Cristo resta. Rimane nella fede di chi lo espone, nel cuore dei bambini che lo guardano, nel silenzio delle chiese, nei balconi delle case di montagna, nei cortili delle scuole che non hanno paura della verità. Rimane perché non è propaganda: è salvezza.

E chi ha paura della luce del presepe forse teme che quella luce possa illuminare anche le sue zone d’ombra.

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Pubblicato inReligione

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