C’è un paradosso antico quanto il Medio Oriente, ma che ogni volta riesce a stupire: l’eterna, fragorosa “solidarietà araba e musulmana” verso i palestinesi. Una solidarietà che riempie conferenze, forum patinati e comunicati stampa infiocchettati… ma che, quando si tratta di aprire davvero le porte, diventa più rara di un’oasi nel deserto. E così, mentre la Striscia di Gaza brucia e centinaia di migliaia di civili fuggono dalle macerie, otto Paesi islamici riuniti attorno al tavolo di una dichiarazione congiunta alzano il dito e annunciano con voce tonante il loro “completo rifiuto” all’idea che qualcuno – soprattutto Israele – possa trasferire i palestinesi fuori da Gaza. Una posizione nobile, si direbbe. Finché non ci si accorge che quel rifiuto vale per tutti… tranne che per loro stessi. E i “Fratelli musulmani” sono serviti.
La porta di Rafah, simbolo della chiusura
Da mesi la porta di Rafah è il simbolo della contraddizione. Da un lato gli slogan: “Gaza è parte di noi”, “i fratelli palestinesi non saranno mai soli”. Dall’altro i fatti: il confine resta chiuso, sigillato, blindato. Nessuno entra, nessuno esce. Un presepe rovesciato, verrebbe da dire, dove al posto dell’ospitalità si erge un muro. Perché la verità, per quanto scomoda, è sempre la stessa: nessun Paese arabo o musulmano vuole davvero accogliere masse di palestinesi, anche temporaneamente. Il motivo? Non lo confessano mai, ma lo si intuisce. Timore di destabilizzazioni, paura di infiltrazioni di Hamas, precari equilibri interni… e soprattutto il rischio che chi entra poi non esca più. È l’eterno rimpallo della responsabilità, che però ha una vittima fissa: il popolo palestinese.
Le diplomazie dei buoni sentimenti
Eppure nei comunicati ufficiali, come quello firmato da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Pakistan e Indonesia, la musica suona diversa. Una melodia zuccherina, tutta dedita a ribadire “preoccupazione”, “vicinanza”, “aiuti umanitari senza restrizioni”. Parole che scorrono come acque fresche, pure, rassicuranti. Ma appena si scava un dito più in profondità emerge il solito schema: aiutare sì, purché restino lì. Purché Gaza rimanga una gabbia a cielo aperto, purché il problema resti confinato all’interno dei suoi 365 chilometri quadrati. Una compassione condizionata, geometrica, che non intende sporcarsi le mani con l’accoglienza concreta.
Il Qatar e il gioco delle parti
A Doha, nel salotto ovattato del Forum sulla “Mediazione nell’era della frammentazione”, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani parla con tono grave. Dice che la situazione è “critica”, che il cessate il fuoco è necessario, che servirà il ritiro israeliano, che i mediatori stanno lavorando alla “fase successiva”. Tutto vero. Tutto impeccabile. Ma c’è una domanda che aleggia nell’aria, più tagliente di un’arietta del deserto: perché nessuno, tra questi paladini della causa palestinese, offre una soluzione immediata, semplice, concreta? Perché nessuno dice: “Aprite Rafah, li accogliamo noi, li proteggiamo noi finché non potranno tornare a casa”?
Silenzio. Sempre silenzio. Le mani sollevate non servono a raccogliere, ma a tenere a distanza.
Quando la causa palestinese serve solo a metà
Si parla tanto di responsabilità internazionale, di diritti, di doveri morali. Ma se c’è un tratto che emerge con chiarezza, è la memoria a intermittenza dei governi che sventolano la causa palestinese. Quando fa comodo, diventa un vessillo politico, uno strumento di pressione, una bandiera da esibire nei consessi internazionali. Quando invece richiede sacrificio vero – aprire un confine, accogliere chi fugge, condividere peso e rischi – quella memoria si spegne all’istante. Restano solo calcoli, confini e interessi nazionali.
Che poi, detto fuori dai denti: quante volte, nella storia recente, i “fratelli musulmani” si sono realmente presi cura dei loro fratelli palestinesi? Non nelle parole, ma nei fatti. Non nei corridoi dei forum internazionali, ma nelle strade, nei quartieri, nelle città? La risposta resta un filo che si spezza subito. Perché la solidarietà senza sacrificio è solo teatro. E in questo teatro, ahimè, la platea è sempre piena di palestinesi che aspettano un aiuto che non arriva mai.
La verità scomoda che nessuno vuole dire
La verità, quella che nessun comunicato riceverà mai l’onore di ospitare, è che gli Stati islamici temono l’ingresso di migliaia di profughi palestinesi più di quanto temano le condanne internazionali. E allora si rifugiano dietro un paravento nobile: “Non vogliamo facilitare la pulizia etnica”. Ma se davvero il problema fosse quello, basterebbe dire: “Li accogliamo noi, fino al ritorno”. Invece no. L’accoglienza resta un tabù. Il timore che quei profughi possano radicarsi, cambiare gli equilibri, diventare una presenza duratura spaventa più di tutto il resto. E così, mentre i governi recitano la parte dei custodi dei diritti, a Gaza si continua a vivere – e morire – nella gabbia.
La solidarietà è solo una parola vuota
La solidarietà, se non si traduce in ospitalità, in apertura, in condivisione, è solo una parola vuota. E oggi, davanti al dramma di Gaza, molti Paesi del mondo islamico preferiscono un vocabolario ricco di parole e povero di fatti. Parlano di fratellanza, ma la porta resta chiusa. Parlano di aiuti, ma i confini restano blindati. Parlano di unità, ma ognuno pensa soltanto ai propri equilibri interni. È un copione vecchio, purtroppo. E come sempre, il prezzo lo pagano i più deboli.

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