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L’imam di Torino e la lunga ombra del 7 ottobre

La vicenda di Mohamed Shahin, imam di San Salvario, è la fotografia di un caso che si è gonfiato giorno dopo giorno fino a diventare un nodo politico, giudiziario e sociale. Un caso che ha acceso la città, spaccato le interpretazioni e messo a nudo tutte le contraddizioni del rapporto tra sicurezza, libertà di parola e integrazione.

Un imam “moderato” diventato improvvisamente un caso nazionale

Per anni Mohamed Shahin è stato considerato una figura dialogante dell’islam torinese. Arrivato dall’Egitto oltre vent’anni fa, stabilitosi con la famiglia, in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo, insegnante d’arabo in contesti laici e perfino presso istituzioni militari, protagonista di iniziative culturali e interreligiose. La moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo, che lo ha scelto come guida religiosa secondo il consueto processo interno alle comunità islamiche, lo ha spesso presentato come un ponte tra mondi diversi, capace di tenere insieme i fedeli e la Torino multietnica di cui San Salvario è vetrina e laboratorio.

Questo è il contesto da cui si parte. Poi arriva il 7 ottobre 2023, con la strage di Hamas in Israele, e soprattutto arriva il 9 ottobre di quest’anno, quando Shahin interviene a una manifestazione pro Palestina. È quel discorso, pesantissimo nei toni, a cambiare tutto. L’imam sostiene che quanto accaduto il 7 ottobre “non è una violenza” e che personalmente è “d’accordo” con ciò che è accaduto. Parole che, per chi conosce l’impatto del massacro – 1.200 civili uccisi, 250 rapiti – suonano come una legittimazione, se non una celebrazione.

La Digos segnala il discorso alla Procura di Torino. I magistrati aprono un fascicolo, lo analizzano e decidono di archiviare: niente apologia di terrorismo, niente istigazione all’odio, solo “espressione di pensiero”, per quanto discutibile. La giustizia penale chiude la porta.

Ma la vicenda, invece di finire, esplode.

Il Viminale interviene: espulsione per motivi di sicurezza

Davanti a quelle frasi, per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi la questione non è chiusa. Anzi, è solo all’inizio. Il Viminale firma un decreto di espulsione per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato, affermando che l’imam rappresenta una minaccia attuale e concreta. Con quel decreto arrivano anche la revoca del permesso di soggiorno e il trasferimento nel Cpr di Caltanissetta, dove Shahin viene portato il 24 novembre, mentre accompagna i figli a scuola.

Il provvedimento fa riferimento non solo al discorso del 9 ottobre, ma a un presunto “percorso di radicalizzazione religiosa” e a “contatti con soggetti violenti” dell’estremismo islamico. Accuse pesanti, che però si basano su un fascicolo classificato “riservato”. È un dettaglio non secondario: la giudice Maria Cristina Pagano, chiamata a pronunciarsi sulla convalida del trattenimento al Cpr, nota che una parte degli atti del Viminale non è accessibile alla difesa. Lo stesso decreto inizialmente insinuava l’esistenza di due procedimenti penali a carico dell’imam, ma l’unica pendenza concreta riguarda un blocco stradale durante un corteo pro Gaza. Tutto il resto, sul piano penale, è archiviato.

Siamo quindi davanti a una tensione crescente: la Procura dice “non c’è reato”, il Viminale dice “è pericoloso”. E nel mezzo, i giudici civili, che devono valutare il trattenimento non sulla base di un codice penale, ma sulla valutazione del rischio per la sicurezza pubblica.

La città si incendia: cortei, solidarietà e un assalto che peggiora tutto

Appena scatta l’espulsione, parte una catena di reazioni. Manifestazioni, appelli, prese di posizione di associazioni, sindacati, esponenti di sinistra, gruppi pro Palestina, comunità religiose cristiane (la FCEI chiede apertamente l’annullamento del provvedimento). Si moltiplicano fiaccolate e presìdi davanti alla moschea di via Saluzzo.

Il clou arriva il 28 novembre, quando un corteo pro Gaza – che chiede anche la liberazione di Shahin – genera uno spezzone più radicale che devia e assalta la sede del quotidiano “La Stampa”. Letame lanciato nel cortile, cancelli scavalcati, porte danneggiate, slogan contro i giornalisti. Le scritte “Free Shahin” e i cori che lo invocano rendono chiaro il collegamento. L’imam, dal Cpr, condanna l’azione e dice di essere “contro ogni violenza”. Ma ormai l’immagine è fatta: il suo caso diventa un simbolo nelle mani della frangia più antagonista della protesta.

Questo episodio complica ulteriormente il quadro. Per il Viminale è la dimostrazione del potenziale rischio sociale. Per la difesa, è un fraintendimento che nulla ha a che vedere con Shahin. Per la città, è un campanello che suona nel peggior modo possibile.

Le aule dei tribunali: tre giurisdizioni, tre risposte diverse

La vicenda dell’imam di San Salvario, al di là dell’impatto mediatico, è anche un caso di scuola sul piano giuridico. Perché tre istituzioni dello Stato stanno parlando, ma non stanno dicendo la stessa cosa.

La Procura di Torino ha archiviato: penalmente, le frasi non integrano reato. Fanno parte della libertà di opinione, per quanto moralmente aberranti.

Il Ministero dell’Interno sostiene che quelle stesse frasi, pronunciate da una figura carismatica in un contesto internazionale incandescente, hanno valore diverso: contribuiscono a creare un clima ostile e possono alimentare tensioni. Da qui l’espulsione per sicurezza dello Stato.

Il tribunale civile di Torino e la Corte d’Appello confermano il trattenimento al Cpr: non perché Shahin abbia commesso reati, ma perché il suo comportamento pubblico può ragionevolmente creare un rischio di disordine.

La differenza tra diritto penale e diritto amministrativo, spesso invisibile al grande pubblico, qui diventa una faglia a cielo aperto: non serve un reato per essere espulsi per motivi di sicurezza. Basta che lo Stato ritenga il soggetto potenzialmente pericoloso. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Che cosa succede adesso: i passaggi decisivi

La domanda più frequente è: quando arriverà la decisione finale sull’espulsione?

Ad oggi, la risposta è semplice: non c’è una data precisa, ma il calendario è già tracciato.

La prossima settimana il Tar del Lazio si pronuncerà sul ricorso contro il decreto di espulsione. È il primo grande test: se il Tar dovesse sospendere il provvedimento, tutto si congelerebbe; se invece lo confermerà, la strada verso il rimpatrio si accorcerebbe.

Il Tar del Piemonte tornerà sul caso il 14 gennaio 2026, per decidere nel merito sulla revoca del permesso di soggiorno. Un altro passaggio fondamentale: senza permesso, il rimpatrio diventerebbe quasi inevitabile.

Parallelamente, il tribunale di Siracusa dovrà valutare la richiesta di protezione internazionale. I legali sostengono che in Egitto Shahin rischierebbe tortura o persecuzione. È un argomento forte, soprattutto perché il diritto italiano vieta di rimpatriare qualcuno verso un Paese dove potrebbe subire trattamenti disumani.

Infine c’è un ricorso in Cassazione contro il trattenimento al Cpr. E la Procura di Torino ha già dato il nulla osta all’espulsione, non avendo più pendenze che richiedano la sua presenza.

Con questo mosaico di procedimenti, è chiaro che la parola “definitiva” non può arrivare prima dei primi mesi del 2026.

Un caso che dice molto più di quanto sembra

La storia dell’imam Mohamed Shahin non è solo la cronaca di una frase infelice o di una procedura di espulsione. È uno specchio del nostro tempo.

Racconta l’ambiguità di certe leadership religiose, che predicano dialogo finché conviene e poi scivolano in giudizi che legittimano la violenza.

Racconta l’inadeguatezza dello Stato, che per anni presenta l’imam come simbolo di integrazione e poi improvvisamente scopre “contatti pericolosi” e “radicalizzazioni” che non aveva mai voluto vedere.

Racconta la fragilità della nostra democrazia, divisa tra chi difende la libertà di parola anche quando diventa un megafono di odio e chi usa la sicurezza come grimaldello politico.

E racconta soprattutto un clima in cui basta una miccia – un corteo, un comizio, un assalto a un giornale – per trasformare Torino in una polveriera.

Nel merito, ognuno giudichi da solo. Ma un dato resta innegabile: un imam che dice di essere “d’accordo” con il massacro del 7 ottobre non è un semplice cittadino che esprime un’opinione; è una guida religiosa che parla a una comunità, e le parole di un leader hanno un peso specifico che non si può ignorare.

Al tempo stesso, però, uno Stato che interviene con decreti segreti, fascicoli riservati e provvedimenti discutibili crea un terreno scivoloso in cui la sicurezza rischia di sembrare arbitrio.

È qui, nel punto di incontro fra libertà e responsabilità, che si giocherà il destino di questa vicenda. E, forse, anche un pezzo della credibilità delle istituzioni.

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