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Olimpiadi senza identità: a Cortina il tricolore resta fuori dalla cucina

Tutto comincia con una narrazione rassicurante, quasi patriottica. Alla Fiera di Rho, nella primavera del 2025, il provider ufficiale dell’hospitality olimpica On Location presenta il suo progetto per Milano-Cortina 2026: 175 mila pasti “d’eccellenza”, un viaggio gastronomico attraverso i territori simbolo dell’Italia del Nord, con prodotti iconici e filiere certificate. A garantire qualità e radicamento c’è anche un nome preciso, quello dello chef piemontese Carlo Zarri.

In platea siedono addetti ai lavori e volti noti, tra cui Joe Bastianich. Il messaggio è chiaro: le Olimpiadi saranno una vetrina del Made in Italy, non solo nello sport ma anche nella cultura del cibo, che dell’Italia è uno dei marchi più forti e riconoscibili.

Il silenzio improvviso e l’uscita di scena

Poi, senza spiegazioni pubbliche, qualcosa si spezza. Il 4 dicembre 2025 Zarri annuncia che quello è il suo ultimo giorno di lavoro nel progetto olimpico. Dopo di allora, silenzio assoluto. Nessuna nota, nessuna conferenza, nessun chiarimento. Un vuoto comunicativo che, in operazioni di questa portata, non è mai casuale.

È qui che entra in scena il lavoro di cronaca pura di Edoardo Raspelli. Telefonate, mail, richieste all’ufficio stampa. Tutto rimbalza. Quando un sistema smette di rispondere, di solito è perché la risposta non è gradita.

Le domande scomode di Raspelli

Raspelli fa quello che ha sempre fatto: non si accontenta. Attinge alla rete di contatti dell’alta ristorazione italiana, un ambiente ristretto dove le voci circolano più velocemente dei comunicati ufficiali. Emergono conferme indirette: Casa Italia resta saldamente in mani italiane, come da tradizione e come sarebbe impensabile che non fosse. Ma il nodo centrale rimane irrisolto: chi prepara davvero i 175 mila pasti promessi per l’hospitality di lusso?

La risposta, inizialmente frammentaria, arriva con una forza dirompente. A Cortina, nelle venues più prestigiose, il catering non è italiano.

La rivelazione: il catering sloveno

La conferma ufficiale arriva da On Location: per alcune sedi chiave di Cortina d’Ampezzo viene coinvolta la società slovena Jezeršek, con quartier generale oltreconfine e operatività in tutta Europa. Non ovunque, certo. Ma proprio nei luoghi più simbolici: Tofane, pista “Eugenio Monti”, Curling Olympic Stadium.

Non parliamo di spazi marginali, ma del biglietto da visita delle Olimpiadi italiane, quelle immagini che finiranno nei servizi televisivi, nei racconti patinati, nei pacchetti hospitality venduti a migliaia di euro.

La difesa ufficiale e le sue crepe

La replica degli organizzatori è tutta giocata sul piano tecnico: prodotti italiani, chef italiani, personale locale. Si aggiunge che, dal punto di vista logistico, la Slovenia sarebbe più vicina a Cortina di molte realtà milanesi. Argomento che può funzionare su una mappa, ma che crolla sul piano culturale.

Perché l’hospitality olimpica non è solo nutrizione. È narrazione identitaria. E chi firma il servizio firma anche il racconto. Se la regia è straniera, l’esperienza non è più pienamente italiana, anche se gli ingredienti lo sono. Il Made in Italy non è una lista della spesa, è una visione.

Cortina, vetrina mondiale e paradosso identitario

Il paradosso diventa evidente se si considera il contesto. L’arco alpino italiano pullula di consorzi, imprese e cucine capaci di gestire grandi numeri senza rinunciare alla qualità. Davvero non esisteva un’alternativa italiana per Cortina? Oppure si è scelto il fornitore più “semplice”, più standardizzato, più allineato a logiche industriali e meno a quelle identitarie?

In Veneto, dove l’identità territoriale è spesso rivendicata anche politicamente, la questione non può lasciare indifferenti. Luca Zaia ha fatto della valorizzazione delle produzioni locali una bandiera. Eppure la località simbolo del Veneto olimpico viene raccontata gastronomicamente da un soggetto estero. Anche se “vicino”. Anche se “integrato”. Anche se “controllato”.

Oltre il cibo: una scelta politica e culturale

Il caso del catering di Milano-Cortina 2026 va ben oltre la polemica culinaria. È una cartina di tornasole di un problema più profondo: un’Italia che ama proclamare il valore delle proprie eccellenze, ma che quando conta davvero fatica a fidarsi fino in fondo di sé stessa.

Le Olimpiadi durano quindici giorni. Le scelte simboliche restano. E questa scelta racconta un Paese che rischia di trasformare il Made in Italy in uno slogan, buono per i depliant, ma sacrificabile nella pratica.

Alla fine, la domanda resta lì, semplice e imbarazzante: se non difendiamo la nostra identità nemmeno a casa nostra, su quale tavolo pensiamo di farla valere?

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Pubblicato inOlimpiadi

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