Gli Stati Uniti hanno appena colpito la rete del greggio iraniano parlando esplicitamente di “shadow fleet”, con sanzioni su entità, individui e navi coinvolti nel trasporto di petrolio e derivati. Teheran, dal canto suo, ha ribadito pubblicamente che sul programma missilistico “non si negozia”, proprio mentre Israele tenta di spingere Washington a pretendere un accordo “onnicomprensivo” (nucleare, missili, proxy).
E come se non bastasse, si è riacceso il nervo più scoperto: lo Stretto di Hormuz. In questi giorni Washington ha diffuso nuove indicazioni operative per le navi commerciali che transitano nell’area, richiamando il rischio di boarding, detenzioni e sequestri. È la classica spia rossa: quando gli avvisi ai mercantili si fanno insistenti, significa che qualcuno teme la scintilla.
La diplomazia con il dito sul grilletto
Il paradosso – sempre lo stesso – è che si parla per evitare la guerra e, nello stesso momento, ci si prepara come se la guerra fosse plausibile. Il “tavolo” (Oman, canali indiretti, mediatori) procede senza una svolta chiara e con un disaccordo di fondo: Teheran accetta l’idea di discutere restrizioni sul nucleare in cambio di allentamento delle sanzioni, ma considera intoccabili missili e deterrenza regionale; Washington vuole invece legare tutto, cioè trasformare il dossier nucleare in un pacchetto complessivo di contenimento.
A rendere il quadro più esplosivo c’è il fattore Israele. Teheran ha chiesto agli Stati Uniti di non farsi dettare la linea da Netanyahu, mentre a Washington si discute persino di rafforzare ulteriormente la presenza navale nella regione. Quando entrano in gioco portaerei e posture “muscolari”, la diplomazia non scompare: diventa, semplicemente, diplomazia sotto minaccia.
Come ci si è arrivati: il passato che non passa
Per capire perché oggi basta pochissimo per far saltare tutto, bisogna guardare il film al contrario.
2018: l’uscita dal JCPOA e il ritorno della “massima pressione”
Il punto di svolta moderno è il 2018, quando gli Stati Uniti escono dall’accordo sul nucleare (JCPOA) e tornano a una strategia di massima pressione economica. Da quel momento, la logica cambia: non più “limitazioni in cambio di benefici”, ma “sanzioni in cambio di concessioni più ampie”. Per Teheran, è la prova che l’Occidente può cambiare idea a ogni ciclo politico; per Washington, l’accordo era insufficiente perché lasciava fuori missili e influenza regionale.
Ed è qui che si incastra la dinamica che vediamo anche oggi: l’Iran accetta di parlare del nucleare, ma rifiuta di far entrare i missili; gli Usa insistono che senza missili non c’è “vera” sicurezza. Identico copione, solo più nervoso.
2020: l’uccisione di Soleimani e la stagione delle ritorsioni
Nel gennaio 2020 arriva l’evento-simbolo che cementa l’ostilità: l’uccisione del generale Qasem Soleimani vicino all’aeroporto di Baghdad, in un’operazione ordinata dagli Stati Uniti. Da allora il conflitto diventa sempre più “a strati”: non solo Stati, ma anche milizie, basi, intelligence, cyber, attacchi indiretti. In altre parole: il confronto si militarizza e la soglia psicologica della ritorsione si abbassa.
2023–2024: Gaza, i proxy e l’America di nuovo nel mirino
Lo scoppio della guerra tra Israele e Hamas nell’ottobre 2023 riaccende tutto il fronte regionale. Il risultato, nel tempo, è un aumento degli attacchi e delle pressioni da parte di forze “pro-Iran” (o comunque allineate) su obiettivi collegati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Il dossier Iran torna così a essere non solo nucleare, ma architettura di sicurezza regionale: Iraq e Siria, Libano, Yemen, rotte marittime.
È in questa fase che l’idea di “contenere l’Iran” smette di essere un capitolo e diventa l’indice del libro.
Giugno 2025: lo shock dello scontro aperto e la miccia che resta accesa
Poi arriva la frattura più recente: nel 2025, secondo ricostruzioni di stampa internazionale, si entra in una fase di scontro più diretto tra Israele e Iran e, soprattutto, si parla di attacchi e ritorsioni che coinvolgono anche asset e obiettivi legati agli Usa; in questo contesto vengono citati anche raid su siti nucleari iraniani e un successivo ritorno a canali negoziali per evitare un incendio totale. È un passaggio decisivo perché cambia la percezione: ciò che era “impensabile” diventa “possibile”, e quando una cosa diventa possibile, la deterrenza diventa più nervosa e meno stabile.
2026: petrolio, Hormuz, missili. Il triangolo della tensione
Ed eccoci a oggi. Washington colpisce le entrate dell’Iran, Teheran difende i missili come pilastro della propria sicurezza, e lo Stretto di Hormuz resta la leva potenziale per alzare i costi globali se l’assedio economico diventa insopportabile. Le notizie di questi giorni – sanzioni sulla “shadow fleet”, avvisi ai mercantili, talk in Oman senza svolta e retorica sempre più dura – descrivono la stessa verità: non c’è fiducia, c’è solo calcolo.
Il punto che nessuno dice ad alta voce
La guerra totale non conviene a nessuno, eppure la traiettoria è pericolosa perché ognuno è prigioniero della propria narrazione. Gli Stati Uniti non vogliono passare alla storia come quelli che hanno “lasciato correre” un Iran più vicino alla capacità nucleare e più aggressivo per interposta milizia; l’Iran non può permettersi di sembrare ricattabile, soprattutto dopo anni di sanzioni e di pressioni. In mezzo c’è il Medio Oriente, che ha una regola evangelicamente semplice: chi semina vento, prima o poi raccoglie tempesta. E quando il vento soffia nello Stretto di Hormuz, non lo senti solo a Teheran o a Washington: lo sente mezzo mondo.

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