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La trappola del food delivery

C’è un equivoco che continua a reggere il racconto pubblico del food delivery: l’idea che sia un lavoro leggero, flessibile, quasi accessorio. L’inchiesta nazionale promossa da Nidil Cgil, basata su circa cinquecento questionari raccolti in tutta Italia e in quattro lingue, dimostra invece che siamo davanti a un lavoro pieno, continuativo e strutturalmente povero, tenuto in piedi da un meccanismo preciso: trasferire tempi, costi, rischi e incertezza interamente sul rider, mentre la piattaforma resta leggera, intangibile, protetta. Il cuore di questo sistema non è solo il contratto – o la sua assenza – ma l’algoritmo, il vero regista invisibile di tutto.

Chi sono i rider: adulti, uomini e in larga parte migranti

I dati anagrafici smontano subito la favola del “lavoretto”. Oltre il 91 per cento dei rider è uomo e quasi il 63,4 per cento ha tra i 21 e i 39 anni. È lavoro da adulti, non da studenti di passaggio. Ma il dato che più pesa è quello delle provenienze. Circa un terzo dei rider è cittadino extra-Ue e la concentrazione di alcune nazionalità è netta. I lavoratori di origine pakistana rappresentano il 25,1 per cento dell’intero campione. Seguono Afghanistan, Bangladesh, India e Iran. A questo si aggiunge una presenza africana complessiva attorno al 5 per cento, con rider provenienti da Marocco, Tunisia, Nigeria, Senegal, Gambia, Mali, Camerun, Somalia e Burundi, oltre a quote più ridotte dall’Europa orientale, in particolare Romania, Albania e Georgia.

Questa mappa non è casuale. Racconta un settore che attinge sistematicamente a bacini di manodopera più fragile, dove il bisogno di reddito immediato riduce la possibilità di rifiutare condizioni penalizzanti. Il food delivery non è inclusione: è assorbimento di vulnerabilità.

Falsa autonomia e multilavoro permanente

L’autonomia è il grande slogan delle piattaforme. La realtà è un’altra. Il 55 per cento dei rider lavora per più app contemporaneamente, perché una sola non garantisce continuità. Il lavoro autonomo è dominato da Glovo e Deliveroo, mentre Just Eat adotta il lavoro subordinato, spesso affiancato come secondo impiego. Il rider passa da un’app all’altra, inseguendo gli ordini come si inseguono le onde, senza mai poter programmare davvero.

Questa pluralità non aumenta la libertà. La consuma. Perché ogni app ha il suo algoritmo, le sue priorità, le sue penalizzazioni. Il rider è formalmente indipendente, ma operativamente dipendente da più sistemi di comando contemporaneamente.

Il compenso: cottimo digitale e tempo svalutato

Il dato economico è brutale. Il 56,3 per cento dei rider guadagna tra i 2 e i 4 euro lordi a consegna. Dentro questa cifra c’è tutto: tempo di viaggio, attese al ristorante, carburante, usura del mezzo, rientri a vuoto. Non esistono indennità automatiche. Se il traffico rallenta o il locale è in ritardo, il valore orario del lavoro crolla. È per questo che oltre il 55 per cento dei rider rifiuta consegne troppo basse, pur sapendo che il rifiuto può avere conseguenze.

Il prezzo, inoltre, è opaco. Solo il 12,9 per cento dichiara di capire davvero come viene calcolato il compenso. Ed è qui che entra in gioco il vero datore di lavoro: l’algoritmo.

L’algoritmo: il capo che non parla ma decide

Nel food delivery non c’è un responsabile umano che assegna gli ordini. C’è un sistema automatico che incrocia dati in tempo reale: distanza dal ristorante, tempi stimati, traffico, domanda, ma anche comportamento del rider. Conta quante consegne accetti, quante ne rifiuti, quanto sei veloce, quanto sei presente nelle fasce serali e nei giorni festivi. Formalmente sei libero di rifiutare. In pratica, ogni rifiuto lascia una traccia.

L’algoritmo non punisce apertamente, ma orienta. Chi accetta sempre viene premiato con più ordini e orari migliori. Chi rifiuta o rallenta scivola indietro, riceve consegne peggiori o attende di più. È una disciplina silenziosa, senza sanzioni scritte ma con effetti concreti sul reddito.

Anche il compenso nasce qui. L’algoritmo combina variabili che il rider non può verificare né contestare. Se il tempo reale è maggiore di quello stimato dall’app, la perdita è tutta del lavoratore. Le attese al ristorante, i rientri a vuoto, i chilometri extra non sono automaticamente riconosciuti. Il tempo, per il sistema, vale solo quando produce una consegna. Tutto il resto è tempo invisibile, ma pagato dal rider.

Mezzi propri, chilometri reali e costi che erodono il reddito

Il lavoro si svolge quasi sempre con mezzi di proprietà del rider. Il 92,5 per cento utilizza un mezzo proprio, prevalentemente bici o scooter, ma il 23,4 per cento usa l’auto, soprattutto nelle periferie e nelle ore notturne. Il 66 per cento percorre oltre 40 chilometri al giorno. I costi mensili per carburante, manutenzione e telefono superano i 200 euro per circa il 31 per cento dei rider.

A questo si aggiunge un rischio concreto: il 35,5 per cento ha subito il furto del mezzo, il 12,3 per cento un tentato furto. Quando il mezzo sparisce, sparisce anche il lavoro. Nessuna rete di protezione, nessuna responsabilità condivisa.

Dotazioni e sicurezza: il punto più fragile

Oltre un rider su quattro, il 28,2 per cento, non riceve alcun dispositivo di protezione individuale. Quando le dotazioni arrivano, sono minime: giubbotti nel 57,4 per cento dei casi, caschi nel 43,7 per cento, senza garanzie su qualità, sostituzione o adeguamento. Le protezioni decisive restano marginali. La visibilità notturna è garantita solo a una minoranza. La protezione climatica è quasi assente: borracce al 25,2 per cento, cappelli all’11,2, crema solare al 5,6.

La formazione sulla sicurezza, prevalentemente online, spesso inferiore alle due ore e quasi sempre in italiano, non compensa queste carenze, soprattutto in un settore a forte presenza straniera. Anche qui, l’adempimento è formale, il rischio è reale.

Glovo nell’occhio del ciclone

La Procura di Milano ha disposto un controllo giudiziario d’urgenza sulla società italiana di Glovo, Foodinho srl, con accuse di caporalato e sfruttamento sistematico di circa 40mila rider in tutta Italia. Secondo il pubblico ministero Paolo Storari, i compensi corrisposti sarebbero in molti casi fino al 76-80 % inferiori rispetto alla soglia di povertà e ai minimi contrattuali previsti, costringendo i lavoratori a vivere con paghe che non garantiscono un’esistenza dignitosa.

Questa disposizione di controllo giudiziario, da valutare entro pochi giorni da un gip, prevede la nomina di un amministratore giudiziario che dovrà vigilare sulle condizioni e tentare di ricondurre il rapporto di lavoro alla legalità.

Il quadro finale

Mettendo insieme tutti i capitoli, il disegno è chiaro. Il food delivery in Italia è un sistema di lavoro povero, sostenuto da manodopera giovane e in larga parte migrante, organizzato a cottimo digitale e governato da un algoritmo che decide senza spiegare. I costi, i tempi morti, i rischi e perfino la sicurezza vengono scaricati sul singolo. Non è una distorsione occasionale. È il funzionamento normale del modello. Finché resterà invisibile, la consegna arriverà puntuale. Ma il prezzo, quello vero, continuerà a pagarlo chi corre per strada.

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Pubblicato inLavoro

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