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Cascina Spiotta, la verità che non si spegne

Cinquant’anni dopo, la polvere non ha coperto il sangue. Alla Cascina Spiotta, nelle campagne tra Acqui e Canelli, nel giugno del 1975 si consumò uno dei capitoli più drammatici della stagione brigatista. Nel Tribunale di Alessandria quella storia torna a battere, parola dopo parola, disegno dopo disegno. Non è archeologia giudiziaria: è la ricerca di una verità rimasta incompleta. E al centro c’è la morte dell’appuntato dei Carabinieri Giovanni D’Alfonso, caduto durante il conflitto a fuoco che portò alla liberazione dell’industriale piemontese Vittorio Vallarino Gancia.

Il memoriale che riapre tutto

La nuova istruttoria nasce da sei fogli dattiloscritti e da alcuni disegni, definiti in aula “piuttosto infantili” ma dettagliatissimi, redatti all’epoca da Lauro Azzolini. Quei fogli vennero sequestrati nel 1976 nel covo milanese di via Maderno, quando i Carabinieri arrestarono Renato Curcio. Il documento, rimasto per anni agli atti, è diventato oggi il perno di una ricostruzione giudiziaria che mira a chiarire responsabilità e dinamica della sparatoria.

QUI la registrazione integrale dell’udienza

In aula, un colonnello del Ros dei Carabinieri ha illustrato quei disegni come se fossero una mappa. Le posizioni dei brigatisti, l’arrivo della pattuglia della tenenza di Canelli, il movimento di Mara Cagol, moglie di Curcio e figura apicale delle Brigate Rosse, caduta anch’ella nello scontro. E poi l’istante fatale in cui venne colpito D’Alfonso. L’udienza ha incrociato il memoriale con le testimonianze dei militari presenti quel giorno, molte delle quali ormai consegnate alla memoria scritta perché i protagonisti non ci sono più.

La sparatoria del 5 giugno 1975

La mattina del 5 giugno 1975, i Carabinieri individuarono il casolare dove era tenuto prigioniero Vallarino Gancia. L’operazione, condotta da uomini della tenenza di Canelli, degenerò in uno scontro a fuoco. A perdere la vita furono Mara Cagol e l’appuntato Giovanni D’Alfonso. Rimase gravemente ferito il generale Umberto Rocca, che perse un braccio e un occhio a causa di una bomba a mano lanciata dai brigatisti.

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Il memoriale di Azzolini, secondo l’accusa, consentirebbe di chiarire chi sparò e in quale sequenza. Una questione che non è solo tecnica, ma sostanziale: stabilire se vi furono concorsi, coperture o responsabilità rimaste nell’ombra. Per questo oggi sono imputati, oltre ad Azzolini, anche Mario Moretti e lo stesso Renato Curcio, in qualità di vertici dell’organizzazione.

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Le intercettazioni di oggi sui fatti di ieri

Il processo non guarda solo al 1975. Gli inquirenti hanno intercettato conversazioni recenti tra gli ex capi brigatisti, utilizzando cimici ambientali nelle auto e trojan informatici nei cellulari. Parte di queste intercettazioni è stata dichiarata inutilizzabile, ma in aula è emerso un dato significativo: un confronto costante tra gli ex militanti per “stabilire una strategia condivisa, trovare una linea comune”.

Curcio avrebbe parlato con la moglie di Azzolini, anche lei ex brigatista, mentre Moretti, ancora ignaro di essere indagato, avrebbe riallacciato contatti con vecchi compagni. Non è reato parlare del passato, ma il contesto – sostengono i Carabinieri – suggerisce la volontà di armonizzare le versioni in vista dell’inchiesta.

Una ferita ancora aperta

Il processo di Alessandria è l’ultima udienza dedicata ai testimoni dell’accusa. La difesa contesta l’impianto accusatorio, sostenendo che la ricostruzione non possa fondarsi su un memoriale scritto in clandestinità e su intercettazioni parzialmente espunte. L’accusa replica che proprio quei fogli, rimasti per mezzo secolo in un archivio, rappresentano la chiave per sciogliere un nodo storico.

La morte di Giovanni D’Alfonso non è una nota a piè di pagina degli anni di piombo. È il simbolo di uno Stato colpito mentre tentava di liberare un ostaggio. La figura di Mara Cagol, caduta nello stesso scontro, resta quella di una leader armata che scelse la lotta clandestina e lo scontro frontale con le istituzioni.

Oggi, tra faldoni ingialliti e tecnologie digitali, la giustizia tenta di rimettere ordine in una giornata di fuoco. Non per riscrivere la storia, ma per completarla. Perché finché resta un dubbio su come e perché morì un servitore dello Stato, quella pagina non è chiusa. E la Cascina Spiotta continua a interrogare il presente.

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Pubblicato inTerrorismo

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