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Sudafrica, dighe piene, rubinetti a secco: il paradosso che scuote la nazione

In Sudafrica l’acqua c’è. Ma non arriva. È questo il cortocircuito che ha trasformato una crisi cronica in emergenza nazionale dichiarata. Le dighe sono piene, i bacini non segnalano livelli drammatici – salvo l’eccezione del Capo Occidentale – eppure milioni di cittadini aprono il rubinetto e non esce nulla.

La scena si ripete soprattutto nella provincia del Gauteng, il cuore economico del Paese. A Johannesburg, nella vasta area metropolitana di Tshwane che include Pretoria, e a Ekurhuleni, interi quartieri sono rimasti senz’acqua per giorni, talvolta settimane. Non è un problema “periferico”: colpisce zone benestanti e township, centri direzionali e baraccopoli. Quando l’acqua manca, livella tutti.

Il paradosso delle dighe piene

Il Sudafrica non sta vivendo ovunque una siccità strutturale. In molte regioni le riserve sono sufficienti. Il punto è un altro: le infrastrutture non reggono più.

Tubature vecchie di mezzo secolo, stazioni di pompaggio ferme per mancanza di elettricità, depuratori fuori uso. In alcune città si perde fino al 30% dell’acqua immessa in rete. È come riempire una botte bucata.

A complicare il quadro c’è la crisi energetica. La compagnia elettrica statale Eskom, alle prese da anni con debiti, blackout e gestione discutibile, non garantisce continuità di corrente. E senza elettricità, le pompe si fermano. L’acqua resta nei bacini, ma non sale nei quartieri alti, non scorre nei tubi, non raggiunge le case.

Gauteng: l’epicentro

Il Gauteng concentra oltre 15 milioni di persone e produce una quota decisiva del Pil nazionale. È qui che il sistema scricchiola di più. A Johannesburg, il sindaco Dada Morero ha stimato che solo per sostituire circa 150 chilometri di tubature nel centro città servirebbero tra i 150 e i 250 milioni di euro.

Il finanziamento, però, secondo fonti della stampa locale, era stato già stanziato. Poi i fondi sarebbero stati dirottati per coprire spese legate all’organizzazione del vertice del G20 ospitato a Johannesburg nel novembre 2025. Se confermato, sarebbe l’ennesimo schiaffo a una popolazione che fa la fila alle autocisterne.

Non va meglio altrove. Nelle province del Capo Orientale, del Nord Ovest e del Limpopo, intere comunità dipendono da camion cisterna per settimane, a causa di impianti di depurazione inadeguati o inattivi. Qui il problema non è solo quantitativo ma sanitario: acqua non trattata significa rischio epidemie.

L’eccezione di Città del Capo

A Città del Capo la situazione è diversa. Qui la scarsità è legata alla prolungata siccità che già nel 2018 aveva portato la città a un passo dal “Day Zero”, il giorno in cui l’acqua sarebbe stata razionata drasticamente. Le autorità locali hanno chiesto lo stato di disastro naturale. È l’unica grande area urbana dove il clima, più che la gestione, pesa in modo determinante.

La dichiarazione di emergenza

Nel suo discorso sullo stato della nazione del 12 febbraio, il presidente Cyril Ramaphosa ha proclamato la crisi idrica “disastro nazionale”. Ha annunciato la creazione di un Comitato nazionale per la crisi dell’acqua, presieduto da lui stesso, con l’obiettivo di coordinare interventi finora frammentati.

Ramaphosa ha puntato il dito contro 56 comuni accusati di violare il Water Services Act, la legge quadro sulla gestione idrica. Secondo il presidente, molte amministrazioni usano le entrate derivanti dall’acqua per coprire altre spese, trascurando manutenzione e investimenti. Un’ammissione pesante: il problema non è solo tecnico, è politico e amministrativo.

Il governo ha promesso circa 8 miliardi di euro in tre anni per infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, finanziati anche attraverso il primo bond nazionale dedicato al settore. Una cifra significativa, se verrà spesa davvero per sostituire tubi, modernizzare impianti e garantire controlli.

I grandi progetti: speranza o illusione?

Tra le opere strategiche citate dal presidente figurano il Lesotho Highlands Water Project, che dovrebbe assicurare approvvigionamento al Gauteng attingendo alle risorse del Lesotho, e la diga di Ntabelanga nel Capo Orientale.

Sulla carta, questi progetti promettono acqua potabile per milioni di persone. Ma il Sudafrica ha già conosciuto piani ambiziosi rimasti incompiuti o rallentati da ritardi, appalti opachi, costi lievitati.

Il nodo è la fiducia. Negli anni, alle dichiarazioni solenni sono spesso seguiti risultati modesti. Il Paese ha già vissuto emergenze nell’energia, nei trasporti, nella sicurezza. L’acqua, però, tocca un nervo scoperto: senza corrente si vive male, senza acqua non si vive.

Corruzione e responsabilità

La parola che ricorre più spesso nei report indipendenti è “corruzione”. Appalti gonfiati, manutenzioni fantasma, dirigenti incompetenti nominati per appartenenza politica più che per merito. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una rete idrica che perde quasi un terzo del suo contenuto prima di arrivare agli utenti.

Non è solo una questione di efficienza, ma di equità. Le famiglie più povere, già alle prese con disoccupazione elevatissima e servizi carenti, sono le più colpite. Quando l’acqua arriva con le autobotti, spesso bisogna pagare. E chi non può, resta indietro.

Una prova per lo Stato

La crisi dell’acqua in Sudafrica è diventata una cartina di tornasole della capacità dello Stato di garantire servizi essenziali. Il paradosso delle dighe piene e dei rubinetti asciutti racconta di un Paese che non soffre tanto per mancanza di risorse naturali, quanto per carenza di gestione.

Se gli 8 miliardi promessi verranno investiti con rigore, se le responsabilità verranno accertate, se i dirigenti inefficienti saranno davvero perseguiti, l’emergenza potrà trasformarsi in occasione di riforma. In caso contrario, il rischio è che tra qualche anno si torni a parlare di “nuova crisi”, con le stesse promesse e le stesse file davanti alle cisterne.

Il Sudafrica ha acqua a sufficienza per dissetare i suoi cittadini. Deve solo riuscire a farla scorrere.

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