C’è qualcosa di familiare, e insieme di inquietante, nel clima che si respira oggi in alcune piazze italiane. Non è più soltanto protesta, non è semplice conflitto sociale. È una tensione che ricorda, per certi tratti, un passato che credevamo sepolto, quello in cui lo Stato veniva percepito non come interlocutore ma come nemico da colpire.
E se un tempo la violenza politica aveva sigle chiare e obiettivi dichiarati, oggi si presenta in forme più sfuggenti, meno riconoscibili, ma non per questo meno pericolose.
Dalla protesta alla pressione sistematica
All’origine c’è sempre una rivendicazione. Territoriale, sociale, ideologica. È così che nascono movimenti come quello No Tav, inizialmente radicati in un dissenso concreto, legato a un’opera e a un territorio. Ma col tempo, in alcune frange, si è assistito a un passaggio graduale e significativo: dal dissenso alla delegittimazione, dalla contestazione all’azione diretta.
Non si tratta più soltanto di cortei o presidi. Si parla di blocchi organizzati, sabotaggi, scontri ripetuti con le forze dell’ordine. Episodi che non hanno più il carattere dell’eccezione, ma tendono a diventare parte di un repertorio consolidato. In questo senso, la protesta smette di essere un diritto esercitato e diventa uno strumento di pressione costruito sulla forza e sull’intimidazione.
È un salto di qualità che cambia completamente il quadro, perché modifica il rapporto tra cittadino e istituzione: non più confronto, ma contrapposizione permanente.
Torino e il caso Askatasuna
Se si vuole capire fino in fondo questa trasformazione, bisogna guardare a Torino. Non per caso. La città ha una lunga tradizione di conflitto sociale, ma negli ultimi decenni è diventata anche un laboratorio di pratiche antagoniste sempre più strutturate.
Askatasuna, in questo senso, è molto più di un centro sociale. È un punto di riferimento, un crocevia, un’organizzazione capace di aggregare, coordinare e mobilitare. Nel tempo ha costruito una presenza costante, radicata, quasi istituzionalizzata nella sua dimensione antagonista.
Il dato più interessante, e al tempo stesso più preoccupante, è proprio questo: la continuità. Non episodi sporadici, ma una lunga sequenza di iniziative, mobilitazioni, scontri. Una capacità di rigenerarsi e adattarsi che ricorda, per certi aspetti, le strutture militanti del passato.
E quando un’esperienza del genere resiste per decenni, evolvendosi e rafforzandosi, diventa inevitabile chiedersi se si sia ancora nel campo della semplice militanza o se non si sia già oltre.
Il peso dei simboli e dei richiami storici
Nel mondo dei movimenti radicali, i simboli non sono mai casuali. Sono segnali, riferimenti, dichiarazioni implicite. E il richiamo a certe esperienze del passato, anche quando non è esplicito, rimane evidente.
Il riferimento al mondo basco e all’ETA, per esempio, non è solo linguistico. È culturale. È un modo per collocarsi dentro una tradizione di lotta che ha avuto una sua storia, anche drammatica. Non significa replicarla, ma evocarla, richiamarla, farne un orizzonte simbolico.
Lo stesso vale per il recupero dell’immaginario delle Brigate Rosse. Non si tratta di una riedizione organizzativa, ma di qualcosa di più sottile: una rilegittimazione culturale. Attraverso musica, linguaggio, estetica, si costruisce una narrazione in cui la violenza politica torna a essere, se non giustificata, quantomeno comprensibile.
Ed è proprio questo slittamento che rappresenta il vero rischio. Perché prima ancora delle azioni, è il clima che cambia.
La galassia anarchica: una minaccia sfuggente
Se c’è un ambito in cui questa evoluzione appare evidente, è quello dell’anarchismo insurrezionalista. Qui non esistono strutture rigide, gerarchie definite, leadership riconoscibili. E proprio per questo il fenomeno è difficile da decifrare e ancora più difficile da contrastare.
Negli anni passati, questa area si è resa protagonista di azioni anche eclatanti. Oggi il quadro è diverso. Meno attentati spettacolari, più una diffusione capillare di pratiche conflittuali, spesso coordinate ma mai formalmente organizzate.
È una strategia che punta sulla frammentazione. Piccoli gruppi, cellule informali, iniziative autonome che però condividono un linguaggio, una visione, un obiettivo comune: mettere in discussione l’autorità dello Stato.
In questo senso, la minaccia non sta tanto nella singola azione, quanto nella pervasività del modello.
Il ruolo del contesto politico e culturale
Ogni fenomeno del genere non nasce nel vuoto. Cresce in un contesto, si alimenta di un clima, trova spazio in una certa tolleranza. Negli anni, non sono mancate letture che evidenziano una diversa intensità di queste dinamiche a seconda delle fasi politiche.
Senza cadere in semplificazioni, è però difficile non notare come alcune realtà abbiano beneficiato, se non di coperture, almeno di una certa indulgenza culturale. Un atteggiamento che tende a distinguere tra “violenza cattiva” e “violenza comprensibile”, a seconda delle cause che la motivano.
È qui che si gioca una partita decisiva. Perché quando la violenza viene relativizzata, quando viene inserita dentro una narrazione giustificativa, si crea inevitabilmente uno spazio di legittimazione.
E la storia insegna che da lì al salto successivo il passo può essere breve.
Dalle fabbriche ai social: la nuova propaganda
Se negli anni Settanta il terreno della radicalizzazione erano le fabbriche e le università, oggi il campo si è spostato altrove. I social, le piattaforme digitali, gli spazi culturali alternativi diventano luoghi di costruzione del consenso e dell’identità militante.
Qui si diffondono parole, immagini, simboli. Qui si costruisce il racconto del nemico, si alimenta il senso di appartenenza, si normalizza un certo tipo di linguaggio.
La band P38 rappresenta bene questo passaggio. Non è un’organizzazione clandestina, non è un gruppo armato. È qualcosa di diverso: un fenomeno culturale che riporta alla luce, in chiave provocatoria, un immaginario che credevamo superato.
E proprio per questo è efficace. Perché agisce sul piano simbolico, prepara il terreno, modifica la percezione.
Una linea sottile ma decisiva
A questo punto, la questione centrale diventa inevitabile. Dove finisce il dissenso e dove comincia l’eversione? È una linea sottile, ma fondamentale.
Il dissenso è parte della democrazia. L’eversione è la sua negazione. Il primo si esprime nel confronto, anche duro. La seconda si manifesta nella volontà di imporre, con la forza, una visione.
Confondere i due piani significa indebolire entrambi. Significa, da un lato, delegittimare il dissenso vero e, dall’altro, sottovalutare la pericolosità di certe derive.
Il tempo delle scelte
Non siamo negli anni di piombo, ed è giusto dirlo con chiarezza. Ma non siamo nemmeno in un contesto innocuo. Ci sono segnali, dinamiche, trasformazioni che meritano attenzione.
La storia italiana insegna che le crisi non esplodono all’improvviso. Crescono lentamente, si sedimentano, trovano spazio nelle ambiguità e nelle sottovalutazioni.
Per questo il nodo non è solo repressivo. È culturale, prima ancora che politico. Riguarda la capacità di riconoscere i fenomeni per quello che sono, senza indulgere in letture rassicuranti.
Perché quando la realtà cambia, ignorarla non la rende meno pericolosa. La rende solo più difficile da affrontare.

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