Per anni è stato ripetuto che, durante la pandemia, ogni scelta fosse inevitabile, ogni decisione assunta in buona fede e ogni critica irresponsabile. Chi poneva domande veniva spesso liquidato come complottista, negazionista o pericoloso diffusore di disinformazione. Oggi, però, il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid sta facendo emergere una serie di elementi che meritano attenzione e approfondimento pubblico. Alcuni riguardano la gestione degli appalti, altri i controlli, altri ancora il rapporto tra potere politico, struttura commissariale e interessi economici. Si tratta di aspetti che la Commissione sta esaminando e che potrebbero avere rilevanza politica e, se del caso, anche giudiziaria.
Dal governo dell’emergenza al governo dell’eccezione
L’Italia del 2020 fu un Paese sospeso.
Milioni di cittadini vennero confinati nelle proprie abitazioni attraverso una lunga serie di Dpcm, mentre intere categorie economiche venivano fermate, attività chiudevano, famiglie si impoverivano e diritti costituzionali subivano limitazioni mai sperimentate nella storia repubblicana.
Tutto veniva giustificato dall’emergenza.
L’emergenza, però, non riguardava soltanto la salute pubblica. Era diventata anche il presupposto per concentrare nelle mani del Commissario straordinario Domenico Arcuri poteri eccezionali, con procedure accelerate e deroghe ai normali controlli amministrativi. È proprio su quella stagione che oggi la Commissione sta concentrando gran parte delle proprie audizioni.
Gli appalti delle mascherine: il cuore delle contestazioni
Uno dei filoni più delicati riguarda le forniture di dispositivi di protezione individuale.
Secondo quanto emerso durante le audizioni parlamentari e richiamato nell’intervento pubblicato dal Secolo d’Italia a firma della deputata Alice Buonguerrieri, la struttura commissariale avrebbe affidato una delle più imponenti commesse pubbliche della storia italiana a consorzi cinesi privi, secondo le ricostruzioni riportate, delle caratteristiche di affidabilità che altri organismi ritenevano necessarie.
La Commissione sta inoltre approfondendo: le mascherine ritenute in diversi casi non conformi; i prezzi di acquisto significativamente superiori rispetto ad altre offerte disponibili; l’esclusione di imprese italiane che avevano presentato proposte economicamente più vantaggiose; il ruolo degli intermediari che avrebbero percepito compensi milionari.
Naturalmente, su questi aspetti saranno eventuali approfondimenti giudiziari e gli esiti definitivi dei lavori della Commissione a chiarire responsabilità e conseguenze.
Le consulenze milionarie e il nome di Giuseppe Conte
Tra gli aspetti politicamente più esplosivi figurano le dichiarazioni raccolte dalla Commissione relative ad alcuni professionisti vicini all’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Nel corso delle audizioni sono stati richiamati episodi riguardanti richieste di consulenze di importo molto elevato collegate, secondo le testimonianze riportate, all’ottenimento di forniture pubbliche durante l’emergenza. Lo stesso Conte ha respinto le accuse e ha manifestato la disponibilità a essere ascoltato dalla Commissione, sostenendo la necessità di fare piena chiarezza.
È importante distinguere ciò che è stato dichiarato in sede parlamentare dalle eventuali responsabilità personali, che richiedono sempre accertamenti fondati e il rispetto del principio di presunzione d’innocenza.
Le Procure dov’erano?
È forse questo il punto più delicato.
Secondo quanto sostenuto dai componenti della maggioranza della Commissione, sarebbero emersi elementi tali da giustificare approfondimenti investigativi che, a loro giudizio, non risultano ancora avviati. Da qui la decisione annunciata di trasmettere la relazione conclusiva anche alle Procure competenti.
La domanda, inevitabilmente, sorge spontanea. Se le circostanze oggi oggetto delle audizioni erano già conoscibili anni fa, per quale motivo non sono state approfondite prima? È un interrogativo che riguarda non soltanto la politica, ma il rapporto tra istituzioni, magistratura e opinione pubblica.
Il silenzio di molti media
Colpisce anche un altro elemento.
Vicende che, se confermate, riguarderebbero miliardi di euro di denaro pubblico sembrano ricevere una copertura mediatica molto inferiore rispetto ad altri scandali politici del passato. Durante la pandemia ogni voce critica veniva rilanciata, verificata e spesso contestata nel giro di poche ore.
Oggi, invece, sulle audizioni della Commissione Covid il dibattito appare decisamente più contenuto, nonostante la rilevanza politica degli argomenti affrontati. Naturalmente ogni redazione sceglie autonomamente le proprie priorità editoriali. Resta però difficile non notare la differenza di attenzione.
La pandemia come occasione di affari?
Il quadro che emerge dalle audizioni restituisce l’immagine di un sistema emergenziale nel quale, accanto alla drammatica gestione sanitaria, si sarebbero sviluppati anche enormi interessi economici.
Mascherine. Banchi a rotelle. App Immuni. Centri vaccinali. Milioni di dosi acquistate. Consulenze. Intermediazioni.
Secondo quanto sostenuto dalla maggioranza della Commissione, l’emergenza avrebbe favorito procedure straordinarie che meritano oggi una verifica rigorosa. Saranno i lavori parlamentari e gli eventuali sviluppi giudiziari a stabilire se e in quale misura vi siano state irregolarità o responsabilità individuali.
La verità è un dovere, non una vendetta
La Commissione Covid non può restituire le vite perdute. Non può cancellare le chiusure. Non può restituire il lavoro a chi lo ha perso. Non può ridare agli italiani gli anni trascorsi tra limitazioni, paura e tensioni sociali.
Può però svolgere un compito essenziale: ricostruire i fatti con la massima trasparenza possibile. Se dagli atti dovessero emergere responsabilità politiche o amministrative, sarebbe doveroso accertarle; se invece alcune accuse non trovassero conferma, sarebbe altrettanto importante chiarirlo.
Una democrazia matura non teme la verità. La cerca. Sempre.

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