Ci sono notizie che, per un giorno, riescono a mettere in secondo piano polemiche, guerre, crisi politiche e cronache giudiziarie. Sono quelle storie che ricordano come la fede cristiana non sia un insieme di formule astratte, ma un incontro che cambia la vita anche quando il dolore sembra avere l’ultima parola. La vicenda di Pino Cannavò, ordinato diacono permanente nel reparto di terapia intensiva del Policlinico di Catania, appartiene a questa categoria.
La sua testimonianza, raccontata da Famiglia Cristiana e ripresa da numerose testate nazionali e locali, è destinata a lasciare un segno profondo perché mostra il volto più autentico del Vangelo: quello della speranza che non viene meno nemmeno davanti alla malattia.
Un’ordinazione fuori dall’ordinario
Le ordinazioni diaconali si celebrano normalmente in una cattedrale gremita di fedeli. Nel caso di Pino Cannavò, invece, la liturgia si è svolta tra i macchinari della terapia intensiva, con il rumore dei monitor a fare da sottofondo e con un numero ristretto di presenti.
L’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, ha raggiunto il suo letto d’ospedale per conferire il sacramento dell’Ordine al candidato, gravemente malato. Accanto a lui c’erano soltanto la moglie Maria Rita e i loro due figli, testimoni di un momento che difficilmente dimenticheranno.
Non è stata una scelta dettata dall’emozione del momento. Pino Cannavò aveva già completato tutto il percorso formativo necessario per diventare diacono permanente. La malattia, sopraggiunta improvvisamente, aveva impedito la celebrazione prevista. La Chiesa di Catania ha così deciso di non rinviare ulteriormente quell’appuntamento con la vocazione, raggiungendolo proprio nel luogo della sofferenza.
L’«Eccomi» pronunciato nel dolore
Nella Bibbia la parola «Eccomi» ritorna continuamente. È la risposta di Abramo, di Mosè, della Vergine Maria. È la disponibilità totale a fare la volontà di Dio.
Quel giorno, in terapia intensiva, anche Pino Cannavò ha pronunciato il suo “Eccomi”. Una parola preparata per anni, studiata, meditata e desiderata, che ha assunto un significato ancora più profondo perché pronunciata mentre il corpo era provato dalla malattia.
L’ordinazione non ha cancellato la sofferenza. Non ha guarito miracolosamente il nuovo diacono. Ma ha trasformato quel letto d’ospedale in un autentico altare della testimonianza cristiana.
Le parole dell’arcivescovo Renna
Durante la breve omelia, monsignor Luigi Renna ha richiamato il Vangelo secondo Giovanni: «Se uno mi vuole servire, mi segua; e dove sono io, là sarà anche il mio servitore.»
L’arcivescovo ha spiegato che oggi Pino Cannavò segue Cristo proprio nella prova della sofferenza, vivendo quella particolare conformazione al Signore che passa attraverso la croce.
Un’immagine particolarmente intensa è stata quella utilizzata dal presule quando ha definito il letto di terapia intensiva la croce sulla quale il nuovo diacono continua ad annunciare il Vangelo, non tanto con le parole quanto con l’abbandono fiducioso nelle mani di Dio.
Chi è il diacono permanente
Molti conoscono il diaconato soltanto come il passaggio immediatamente precedente al sacerdozio. In realtà, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha ripristinato anche il diaconato permanente, aperto pure agli uomini sposati.
Il diacono permanente proclama il Vangelo durante la Messa, può predicare l’omelia quando autorizzato, amministrare il Battesimo, assistere ai matrimoni, celebrare esequie e dedicarsi in modo particolare alle opere della carità. Non celebra però l’Eucaristia e non può amministrare il sacramento della Riconciliazione o l’Unzione degli infermi.
È un ministero che richiama direttamente il servizio, secondo il modello degli antichi sette diaconi scelti dagli Apostoli negli Atti.
Una lezione per il nostro tempo
Viviamo in una società che identifica spesso la dignità della persona con l’efficienza, la produttività e la salute. Quando queste vengono meno, si rischia di considerare la vita quasi “incompleta”.
La storia di Pino Cannavò va nella direzione opposta. Dimostra che una persona può continuare ad essere straordinariamente feconda anche nel momento della fragilità più estrema. Anzi, proprio la malattia può diventare occasione di evangelizzazione.
Non servono grandi palcoscenici. Non servono discorsi elaborati. Basta un uomo che continua a dire “sì” a Dio anche quando tutto sembra crollare.
Una testimonianza che parla a tutti
La vicenda del nuovo diacono siciliano non riguarda soltanto i credenti. Parla a chiunque abbia vissuto il dolore di una malattia, accompagnato un familiare in ospedale o sperimentato la paura del futuro.
In un tempo nel quale prevalgono il rumore, l’individualismo e la ricerca del successo personale, quel letto di terapia intensiva è diventato, paradossalmente, una delle cattedre più efficaci da cui è stato annunciato il Vangelo.
Perché il cristianesimo non promette una vita senza croce. Promette, piuttosto, che Cristo non lascia mai solo chi porta la propria croce con Lui.

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