C’è qualcosa di profondamente inquietante nella decisione del Nicaragua di Daniel Ortega di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Italia pur di non mettere in discussione la protezione garantita ad Alessio Casimirri, uno degli ex brigatisti condannati per il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.
La rottura diplomatica è arrivata dopo che il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo a Madrid, aveva ribadito una richiesta che dovrebbe apparire persino ovvia in uno Stato di diritto: consegnare alla giustizia italiana un uomo condannato in via definitiva a sei ergastoli. Invece, la risposta di Managua non è stata quella di aprire un confronto giuridico, bensì di chiudere ogni rapporto diplomatico con Roma.
Prendendo spunto dalla nota pubblicata su Nicolaporro.it, “Che vergogna! Arriva il no all’estradizione del brigatista di Moro“, emerge una vicenda che rappresenta non soltanto una ferita ancora aperta nella storia italiana, ma anche un clamoroso caso di giustizia negata.
Chi è Alessio Casimirri
Nato a Roma il 2 agosto 1951, oggi 74enne, Alessio Casimirri proviene da una famiglia tutt’altro che marginale. Suo padre, Luciano Casimirri, fu responsabile della Sala Stampa Vaticana e dirigente de L’Osservatore Romano, mentre la madre era cittadina vaticana.
Negli anni Settanta aderì dapprima a Potere Operaio, per poi entrare nel 1977 nelle Brigate Rosse, assumendo il nome di battaglia “Camillo”. In brevissimo tempo divenne uno dei militanti più fidati dell’organizzazione terroristica.
Il ruolo nel rapimento Moro
Il 16 marzo 1978, in via Fani, Roma visse una delle pagine più drammatiche della sua storia repubblicana.
Il commando delle Brigate Rosse tese un agguato all’auto del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, assassinando i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi
Secondo le sentenze definitive, Casimirri partecipò all’operazione, svolgendo un ruolo determinante di copertura. A bordo di una Fiat 128 bianca, insieme ad Alvaro Lojacono, bloccò posteriormente le vetture di Moro impedendo qualsiasi via di fuga e controllando che nessuno interferisse con l’azione terroristica.
Dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio 1978, il corpo di Aldo Moro venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani.
Per quei fatti Casimirri è stato condannato in via definitiva a sei ergastoli.
La sua attività nelle Brigate Rosse non si limitò però al caso Moro. Partecipò anche all’omicidio del magistrato Girolamo Tartaglione e ad altri attentati armati, risultando uno degli elementi più pericolosi della colonna romana dell’organizzazione terroristica.
La fuga all’estero
Con il progressivo smantellamento delle Brigate Rosse, Casimirri riuscì a sottrarsi alla cattura.
Dopo essere transitato, secondo diverse ricostruzioni, tra Libia e Cuba, approdò definitivamente in Nicaragua nei primi anni Ottanta, nel pieno della rivoluzione sandinista.
Qui trovò un ambiente politicamente favorevole. Collaborò con il regime rivoluzionario, ottenne la cittadinanza nicaraguense nel 1989, sposò una cittadina locale e costruì una nuova esistenza lontano dall’Italia.
Una nuova vita tra ristoranti e protezioni politiche
Da decenni Casimirri conduce una vita praticamente normale.
Prima aprì il ristorante Magica Roma, poi il locale La Cueva del Buzo, a Managua, diventando un imprenditore conosciuto nella capitale.
Nel frattempo, in Italia, restava un latitante condannato per alcuni dei più gravi delitti della storia repubblicana.
È un contrasto difficile da accettare. Da una parte le famiglie delle vittime che attendono ancora giustizia. Dall’altra un ex terrorista che da oltre quarant’anni vive serenamente, protetto dallo Stato che lo ospita.
Perché il Nicaragua non lo consegna
La questione è giuridica ma anche profondamente politica.
Managua sostiene che Casimirri è cittadino nicaraguense e che la Costituzione vieta l’estradizione dei propri cittadini. Inoltre, tra Italia e Nicaragua non esiste un trattato bilaterale di estradizione. In passato il governo tentò persino di revocargli la cittadinanza, ma la Corte Suprema nicaraguense stabilì che tale revoca non era valida nelle modalità adottate.
Queste sono le motivazioni formali. Quelle politiche raccontano invece un’altra storia. Casimirri arrivò in Nicaragua durante il governo sandinista, contribuì alla causa rivoluzionaria e instaurò rapporti con uomini dell’apparato politico e militare.
Per il regime guidato oggi da Daniel Ortega e Rosario Murillo, la sua presenza è diventata negli anni quasi un simbolo identitario, al punto da preferire uno scontro diplomatico con un Paese europeo piuttosto che metterne in discussione la permanenza.
Una decisione che pesa più della diplomazia
Le parole di Antonio Tajani sono state nette. L’Italia continua a chiedere che Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana, ricordando che il Parlamento europeo ha già invitato il Nicaragua a collaborare su questo caso.
La risposta di Managua è stata sorprendente nella sua durezza: interrompere i rapporti diplomatici con Roma accusando il governo italiano di ingerenza. È una reazione che appare sproporzionata.
Nessuno ha chiesto al Nicaragua di rinunciare alla propria sovranità. L’Italia ha semplicemente ribadito un principio elementare: chi è stato condannato definitivamente per terrorismo e omicidio deve scontare la propria pena.
Una ferita ancora aperta
Il caso Casimirri dimostra quanto gli Anni di piombo continuino ancora oggi a proiettare la loro ombra sulla Repubblica.
Mentre molti brigatisti hanno affrontato processi, carcere e responsabilità, uno dei protagonisti dell’agguato di via Fani continua a vivere indisturbato a migliaia di chilometri dall’Italia.
Il comportamento del Nicaragua non cancella le sentenze italiane, ma contribuisce a trasformare una vicenda giudiziaria in un caso politico internazionale.
La sensazione è amara. Non tanto perché Roma non riesca ancora a ottenere l’estradizione di un terrorista dopo quasi mezzo secolo, quanto perché uno Stato abbia scelto di sacrificare i rapporti con un Paese amico pur di continuare a garantire protezione a un uomo condannato per uno dei più efferati delitti della storia italiana.
La memoria di Aldo Moro, dei cinque uomini della sua scorta e delle vittime del terrorismo meriterebbe ben altro rispetto.

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