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Polonia ’70: arruolati per rinnegare Cristo

Per comprendere fino in fondo la storia della Chiesa cattolica in Polonia durante il regime comunista non basta ricordare le persecuzioni contro i vescovi, gli arresti dei sacerdoti o il controllo esercitato dalla polizia politica. Esiste una pagina meno conosciuta, ma altrettanto emblematica, che racconta il tentativo sistematico del potere di soffocare le vocazioni sacerdotali attraverso… la leva militare.

Cinquant’anni dopo quegli avvenimenti, un gruppo di sacerdoti polacchi è tornato a Roma in pellegrinaggio per ringraziare Dio di aver conservato la fede e la propria vocazione nonostante le pressioni del regime. La loro storia è stata raccontata da ACI Stampa nell’articolo Da soldati a sacerdoti: 50 anni dopo, pellegrinaggio a Roma e rappresenta una delle testimonianze più significative della resistenza spirituale al comunismo.

La guerra del regime contro i seminari

Negli anni Settanta la Repubblica Popolare di Polonia era ancora saldamente nelle mani del regime comunista. Sebbene esistesse un accordo tra Stato e Chiesa che prevedeva il rinvio del servizio militare per gli studenti dei seminari, le autorità decisero unilateralmente di cancellare quella garanzia.

L’obiettivo non era rafforzare l’esercito. Era indebolire la Chiesa.

Il generale Wojciech Jaruzelski, destinato pochi anni dopo a diventare il volto della legge marziale in Polonia, considerava l’arruolamento dei seminaristi una vera e propria misura repressiva. Il servizio militare diventò così uno strumento politico finalizzato a interrompere il cammino verso il sacerdozio, isolare i futuri preti e convincerli ad abbandonare definitivamente il seminario.

Le tre unità speciali

Per realizzare questo progetto il regime istituì tre particolari reparti militari destinati quasi esclusivamente ai seminaristi. Le caserme si trovavano a Bartoszyce, Brzeg e Stettino-Podjuchy.

Non erano semplici unità dell’esercito. Erano, di fatto, laboratori di rieducazione ideologica, dove la disciplina militare si intrecciava con un intenso programma di propaganda marxista-leninista.

I giovani venivano separati dal loro ambiente ecclesiale e sottoposti quotidianamente a lezioni sull’ateismo di Stato, alla proiezione di film di propaganda sovietica e a continui tentativi di convincerli che la religione fosse un residuo del passato destinato a scomparire.

La pressione psicologica

La repressione non passava soltanto attraverso gli ordini militari. I seminaristi venivano scoraggiati dal pregare, ostacolati nella partecipazione alle funzioni religiose e privati della possibilità di leggere testi spirituali.

Accanto alla pressione ideologica esisteva quella morale. Nel tempo libero venivano organizzate feste, serate danzanti, consumo di alcol e incontri con ragazze nella speranza di indurre quei giovani ad abbandonare il progetto del sacerdozio. A chi avesse lasciato il seminario venivano prospettate carriere più semplici e privilegi all’interno della società socialista.

Il messaggio era chiaro: rinuncia a Cristo e il regime ti ricompenserà. (ACI Stampa)

La straordinaria storia di Bartoszyce

Tra tutte le vicende, quella della caserma di Bartoszyce è probabilmente la più significativa.

Nell’autunno del 1976 vi arrivarono 64 seminaristi. Due cedettero alle pressioni e lasciarono il seminario. Gli altri 62 terminarono il servizio militare rimanendo fedeli alla propria vocazione.

Negli anni successivi 46 di loro diventarono sacerdoti, dimostrando come il progetto del regime si fosse trasformato in un clamoroso fallimento.

Tra quei giovani figurava anche don Tadeusz Rozmus, oggi parroco della parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo, uno dei protagonisti del recente pellegrinaggio romano.

L’elezione di Giovanni Paolo II

Esiste poi una coincidenza che molti dei protagonisti leggono come un segno della Provvidenza.

I seminaristi conclusero il servizio militare proprio nell’autunno del 1978. Pochi giorni dopo il conclave elesse Papa il cardinale di Cracovia, Karol Wojtyła, divenuto San Giovanni Paolo II.

Per quei giovani sacerdoti l’elezione di un Pontefice polacco rappresentò molto più di una semplice notizia. Fu la conferma che la fedeltà alla propria vocazione aveva avuto un senso e che il comunismo non sarebbe riuscito a vincere la sua battaglia contro la Chiesa.

Per questo motivo, durante il recente pellegrinaggio, celebrare la Santa Messa presso la tomba di San Giovanni Paolo II ha assunto un valore profondamente simbolico.

Una persecuzione spesso dimenticata

La vicenda delle unità militari per seminaristi costituisce uno degli aspetti meno conosciuti della repressione religiosa nei Paesi del blocco sovietico.

In tutta l’Europa orientale il comunismo cercò di limitare la presenza pubblica della Chiesa attraverso controlli, infiltrazioni, propaganda ateistica e discriminazioni. In Polonia, tuttavia, la fede popolare era così radicata da impedire al regime di ottenere i risultati sperati.

Anzi, proprio quelle persecuzioni contribuirono a rafforzare il legame tra il popolo polacco e la Chiesa cattolica, preparando il terreno alla straordinaria stagione di Solidarność, alla leadership morale di Giovanni Paolo II e, infine, al progressivo crollo del sistema comunista.

Una lezione che attraversa il tempo

Il pellegrinaggio compiuto oggi da quei sacerdoti non è soltanto un ricordo nostalgico. È il ringraziamento di uomini che hanno sperimentato sulla propria pelle come una vocazione possa essere messa alla prova perfino dalla macchina repressiva di uno Stato totalitario.

Le caserme di Bartoszyce, Brzeg e Stettino-Podjuchy, nate per distruggere le vocazioni, finirono invece per forgiare sacerdoti ancora più determinati.

È uno di quei paradossi della storia che i regimi totalitari non riescono mai a comprendere: la fede può essere perseguitata, ma difficilmente può essere estirpata quando affonda le proprie radici nella libertà della coscienza e nella fedeltà a Cristo.

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Pubblicato inReligione

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