C’era una volta l’orgoglio. Adesso c’è anche il budget. Perché i diritti saranno pure universali, l’inclusione non avrà prezzo e l’arcobaleno abbraccerà idealmente l’intera umanità, ma quando bisogna montare palchi, organizzare spettacoli, conferenze, manifestazioni e nove giorni di eventi, persino l’ideologia deve fare i conti con una prosaicissima realtà: servono soldi. E parecchi.
Lo racconta Giorgio Gandola nell’articolo «La galassia Lgbt di Torino a caccia di sponsor per l’Europride del 2027», pubblicato su La Verità. Secondo il quotidiano, gli organizzatori puntano a raccogliere almeno un milione di euro e intendono rivolgersi anche alle aziende private, mentre il Comune di Torino ha già previsto un contributo complessivo di 150 mila euro nell’ambito della convenzione triennale con il Coordinamento Torino Pride. Benvenuti dunque nell’epoca del Pride con il piano industriale.
Il Comune ha già aperto il portafoglio
Partiamo dai numeri, perché prima della polemica vengono i fatti.
Nel maggio 2025 la giunta torinese ha approvato una convenzione triennale con il Coordinamento Torino Pride APS per accompagnare la città verso l’EuroPride. La convenzione riguarda il periodo 2025-2027 e prevede un contributo comunale complessivo di 150.000 euro. Per il 2026, gli atti di trasparenza del Comune registrano un impegno di spesa di 30.000 euro.
Naturalmente la giunta guidata dal sindaco Stefano Lo Russo presenta l’operazione come un investimento nei diritti civili. L’assessore Jacopo Rosatelli ha spiegato che Torino intende rafforzare il proprio ruolo di città «inclusiva e solidale» e sostenere la comunità LGBTQIA+ a livello locale e internazionale.
Legittimo. Altrettanto legittimo, però, è che il contribuente domandi: perché devo pagare io? È una domanda semplicissima, che non riguarda l’orientamento sessuale di nessuno. Riguarda la differenza, ormai sempre più confusa, tra il riconoscimento di diritti individuali e il finanziamento pubblico dell’attivismo politico e culturale.
Una persona omosessuale deve godere della medesima dignità di qualunque altra persona. Punto. Questo appartiene persino alla più elementare concezione cristiana dell’uomo: la dignità della persona non dipende dalle sue condizioni, inclinazioni o fragilità.
Ma da questo principio non discende automaticamente che un Comune debba finanziare cortei, palchi, spettacoli, campagne e manifestazioni ideologicamente caratterizzate. Sono due questioni completamente diverse.
Un milione per cominciare
Secondo quanto ricostruito da La Verità, la macchina organizzativa punta adesso a reperire almeno un milione di euro, cercando contributi non soltanto presso soggetti pubblici e fondazioni, ma soprattutto attraverso le sponsorizzazioni aziendali. Alessandro Battaglia, presidente del comitato organizzatore, ha spiegato la necessità di trovare partner economici per realizzare il programma previsto.
E qui la faccenda diventa interessante. Per anni abbiamo assistito al fenomeno del rainbow marketing. Arrivava giugno e improvvisamente sembrava che amministratori delegati, uffici marketing, banche, multinazionali e produttori di merendine avessero trascorso gli undici mesi precedenti meditando sui diritti civili. Logo arcobaleno. Confezione arcobaleno. Post arcobaleno. Hashtag arcobaleno. Poi arrivava il primo luglio e, come per magia, tornava tutto normale.
Persino nel mondo LGBTQIA+ questo fenomeno viene criticato e definito rainbow washing, cioè l’utilizzazione commerciale delle battaglie identitarie da parte delle aziende per ottenere reputazione e consenso. E nel 2026 diverse analisi hanno segnalato un arretramento dei grandi marchi dalle campagne Pride rispetto agli anni precedenti. (Gay.it)
Adesso Torino potrebbe diventare un interessante laboratorio della fase successiva: non più soltanto le aziende che cercano il Pride, ma il Pride che cerca le aziende. Il capitalismo inclusivo, insomma, completa il giro.
Sponsor sì, ma preventivamente purificati
La parte più divertente arriva leggendo il Codice etico per partner e sponsor dell’EuroPride torinese. Il Coordinamento Torino Pride chiarisce infatti di apprezzare le aziende capaci di fornire «supporto, risorse e finanze essenziali», ma precisa contemporaneamente che i partner devono risultare compatibili con i valori dell’organizzazione.
Tradotto dal linguaggio burocratico-inclusivo: i soldi ci servono, ma prima controlliamo chi ce li dà. È magnifico. Una specie di confessionale finanziario: accomodatevi, mostrate il bilancio, dichiarate i vostri peccati e vediamo se siete degni di staccare l’assegno.
La vecchia pubblicità chiedeva allo sponsor se avesse i soldi. Quella nuova deve evidentemente chiedergli anche se abbia raggiunto un adeguato livello di illuminazione culturale.
Naturalmente un’associazione privata ha tutto il diritto di scegliersi gli sponsor che preferisce. Ma il paradosso resta irresistibile: si invoca l’apertura universale mentre si stabiliscono criteri ideologici per decidere quali aziende possano entrare nel recinto dell’inclusione.
Nove giorni di orgoglio
L’EuroPride si svolgerà a Torino dal 18 al 26 giugno 2027. Il programma attualmente pubblicato prevede cerimonie di apertura e chiusura, la grande marcia conclusiva e una Human Rights Conference articolata su tre giornate, con incontri, tavole rotonde e workshop che affronteranno non soltanto questioni strettamente LGBTQIA+, ma anche temi politici più generali.
Ed è proprio questo uno dei punti che meritano attenzione. Il Pride contemporaneo non è più soltanto una manifestazione contro le discriminazioni nei confronti degli omosessuali. Nel corso degli anni si è trasformato in un contenitore politico molto più vasto, nel quale confluiscono questioni identitarie, teorie sul genere, rivendicazioni familiari, battaglie culturali e altre campagne politiche.
È perfettamente legittimo che un movimento abbia una propria visione del mondo. Ma proprio perché quella visione è politica e culturale, diventa altrettanto legittimo chiedersi perché debba essere sostenuta con denaro pubblico quasi fosse una posizione neutrale condivisa dall’intera cittadinanza. Non lo è.
Esistono cittadini favorevoli al matrimonio tra persone dello stesso sesso ed esistono cittadini contrari. Esistono persone favorevoli alla maternità surrogata ed altre che la considerano una mercificazione intollerabile della donna e del bambino. Esistono concezioni radicalmente differenti della famiglia, della sessualità, dell’educazione e della differenza tra uomo e donna.
Questa si chiama democrazia. Il pluralismo non consiste nel proclamare una posizione come ufficialmente virtuosa e classificare tutte le altre secondo una scala progressiva che va da “arretrato” a “fascista”.
Arriveranno 250 mila persone. Forse
Gli organizzatori puntano molto anche sulla ricaduta economica. Secondo uno studio presentato nel giugno scorso, l’EuroPride potrebbe attirare circa 250.000 partecipanti, almeno 40.000 dei quali provenienti dall’estero. Le stime diffuse parlano di una spesa diretta tra 15 e 25 milioni di euro e di un impatto economico complessivo potenziale tra 30 e 50 milioni. L’ANSA ha riportato una valutazione dell’indotto turistico compresa tra 15 e 25 milioni, mentre altre presentazioni dell’evento hanno indicato scenari ancora superiori.
Sono stime, naturalmente, non denaro già incassato. E questa distinzione dovrebbe essere scolpita sulla porta di ogni assessorato italiano. Perché prima degli eventi abbiamo sempre l’«indotto previsto», le «presenze attese», la «ricaduta stimata», il «ritorno sul territorio». Dopo, curiosamente, confrontare previsioni e risultati diventa assai meno appassionante.
Se davvero arriveranno centinaia di migliaia di visitatori e decine di milioni di euro, benissimo. Alberghi, ristoranti, bar, negozi e tassisti ne beneficeranno. Ma proprio qui nasce una domanda ancora più semplice: se l’evento è economicamente tanto redditizio, perché deve essere il contribuente a finanziarlo?
Se rappresenta un affare straordinario, dovrebbe esserci la fila degli investitori privati. Se invece occorrono contributi pubblici per renderlo sostenibile, allora forse l’operazione economica non è così automaticamente prodigiosa. Delle due, l’una.
Il contribuente non è uno sponsor obbligatorio
Ed eccoci al punto. Non si tratta di impedire l’EuroPride. Non si tratta di vietare manifestazioni. Non si tratta di discriminare nessuno. Si tratta semplicemente di stabilire dove finiscano i diritti e dove cominci il finanziamento dell’ideologia.
Chi vuole organizzare una grande manifestazione politica, culturale o identitaria deve essere libero di farlo nel rispetto della legge. Chi condivide quella battaglia deve essere altrettanto libero di finanziarla.
Il problema nasce quando il portafoglio diventa quello pubblico. Perché il contribuente cattolico, conservatore o semplicemente estraneo all’universo Pride non vale meno del militante LGBTQIA+. Anche lui possiede convinzioni, valori e una sensibilità che un’amministrazione dovrebbe rispettare.
Il denaro pubblico dovrebbe servire anzitutto a ciò che accomuna i cittadini, soprattutto quando le risorse non sono infinite: trasporti, manutenzione, sicurezza, assistenza, scuole, servizi sociali, periferie, anziani, famiglie in difficoltà. Poi vengono le grandi kermesse.
E adesso tocca alla Regione
Secondo La Verità, gli organizzatori guarderebbero anche alla Regione Piemonte, mentre a settembre dovrebbe intensificarsi la ricerca degli sponsor aziendali. Qui la questione diventa inevitabilmente politica.
Il Piemonte è governato dal centrodestra. Sarebbe quantomeno curioso che una maggioranza eletta anche da un vastissimo mondo moderato e conservatore decidesse di finanziare senza discussione un evento portatore di una precisa agenda culturale.
La Regione può naturalmente collaborare per quanto riguarda sicurezza, trasporti, ordine pubblico, turismo e servizi connessi alla presenza di centinaia di migliaia di persone. Altra cosa è trasformarsi nello sponsor politico della manifestazione. La distinzione è fondamentale.
Together we can. Purché qualcuno paghi
Lo slogan scelto per l’EuroPride torinese è «Together we can». Insieme possiamo. Bellissimo. Resta soltanto da stabilire chi sia compreso in quel «noi» e, soprattutto, chi debba pagare il conto.
Perché alla fine persino la rivoluzione permanente scopre il bonifico bancario. Dopo decenni trascorsi a contestare il capitalismo, una certa sinistra culturale sembra avere trovato la quadratura del cerchio: il capitalismo diventa improvvisamente accettabile quando sponsorizza le cause giuste.
E se lo sponsor privato non basta, resta sempre il pubblico. Un tempo si passava con il cappello. Oggi si passa con il codice etico, la conferenza sui diritti umani, il patrocinio istituzionale e l’IBAN. Il progresso, evidentemente, consiste anche in questo.
L’EuroPride si faccia, se gli organizzatori lo desiderano e se migliaia di persone intendono parteciparvi. Ma chi condivide quella battaglia metta mano al proprio portafoglio. La libertà è anche questa. Anzi, soprattutto questa: poter manifestare per ciò in cui si crede senza pretendere che chi non ci crede sia obbligato a fare da sponsor.

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