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Camp Century, il fantasma atomico sotto i ghiacci della Groenlandia

La NASA cercava il fondo della calotta e ha ritrovato lo scheletro di una città militare americana. Nel 2026 quella vecchia base torna d’attualità mentre l’Artico è nuovamente al centro della competizione tra le grandi potenze

Sotto l’immensa distesa bianca della Groenlandia, dove in superficie non si vedono che neve, ghiaccio e un orizzonte apparentemente infinito, giace una città fantasma. Non una leggendaria Atlantide del Grande Nord, ma una vera installazione militare americana, costruita durante gli anni più cupi della Guerra fredda, alimentata per un periodo da un reattore nucleare e collegata a un progetto segreto che avrebbe dovuto trasformare parte della calotta groenlandese in un gigantesco nascondiglio per centinaia di missili nucleari puntati contro l’Unione Sovietica. Si chiama Camp Century.

La sua storia è tornata alla ribalta dopo che la NASA, nell’aprile 2024, durante alcuni voli scientifici sopra la Groenlandia, ne ha ottenuto immagini radar sorprendentemente dettagliate. Come raccontato nell’articolo di Geopop dedicato alla vicenda, il radar ha permesso di distinguere strutture della vecchia installazione che nelle precedenti rilevazioni apparivano soltanto come anomalie confuse tra gli strati del ghiaccio.

Una precisazione, tuttavia, è indispensabile: la NASA non ha scoperto nel 2024 l’esistenza di Camp Century. La posizione e la storia della base erano note da decenni e il sito era già stato osservato mediante radar penetranti. La vera scoperta consiste nella qualità delle nuove immagini, capaci di restituire una rappresentazione molto più nitida dello scheletro della vecchia città militare.

Ed è forse proprio questo particolare a rendere la vicenda ancora più affascinante: sapevamo che Camp Century era là sotto. Adesso possiamo quasi vederla.

La scoperta arrivata per caso

Nell’aprile 2024 lo scienziato della NASA Chad Greene si trovava a bordo di un Gulfstream III insieme a un gruppo di ingegneri. L’aereo stava sorvolando la parte settentrionale della Groenlandia, circa 240 chilometri a est della Pituffik Space Base, la vecchia base americana di Thule.

La missione non aveva nulla a che vedere con archeologia militare, bunker segreti o missili nucleari. Gli scienziati stavano studiando il ghiaccio.

Sotto la fusoliera dell’aereo era installato UAVSAR, acronimo di Uninhabited Aerial Vehicle Synthetic Aperture Radar, un sofisticato radar ad apertura sintetica. Lo scopo dei voli era verificare la capacità dello strumento di ricostruire gli strati interni della calotta e soprattutto il confine fra ghiaccio e terreno sottostante.

Ed ecco la sorpresa. Nel radar apparvero strutture che con la geologia avevano ben poco a che fare. Era Camp Century. «Stavamo cercando il letto della calotta glaciale e all’improvviso è saltato fuori Camp Century», ha spiegato Alex Gardner, scienziato del Jet Propulsion Laboratory della NASA.

I radar tradizionali utilizzati precedentemente inviavano il segnale principalmente verso il basso, restituendo sostanzialmente un profilo bidimensionale. UAVSAR osserva invece anche lateralmente e permette di ottenere una rappresentazione più articolata. Il risultato è impressionante: nelle immagini sono riconoscibili strutture parallele compatibili con la disposizione dei tunnel della vecchia base.

Sopra, apparentemente, non c’è nulla. Sotto, riposa lo scheletro di una piccola città atomica americana.

La città scavata nel ghiaccio

Bisogna tornare al 1959. La Guerra fredda era entrata in una delle sue fasi più pericolose. Stati Uniti e Unione Sovietica disponevano ormai di armi nucleari e ciascuno dei due blocchi cercava sistemi sempre più sofisticati per garantire la propria capacità di colpire l’avversario e, soprattutto, sopravvivere a un eventuale primo attacco.

La geografia rendeva la Groenlandia irresistibile. Guardandola su una normale carta geografica può sembrare una terra remota ai margini del mondo. Osservandola invece dalla prospettiva strategica dell’Artico, tutto cambia: attraverso il Polo Nord passa una delle rotte più brevi fra il Nord America e la Russia.

Nel 1959 l’U.S. Army Corps of Engineers iniziò così la costruzione di Camp Century, a circa 200 chilometri dalla base americana di Thule. La struttura venne realizzata scavando enormi trincee nella neve compatta e nel firn, lo strato intermedio fra neve e ghiaccio. Le trincee venivano successivamente coperte con strutture metalliche ad arco e al loro interno erano collocati edifici prefabbricati.

Ne nacque qualcosa di straordinario: una vera cittadina sotto il ghiaccio. C’erano dormitori, laboratori, cucine, mensa, servizi sanitari e tutte le infrastrutture necessarie per consentire a decine di uomini di vivere per lunghi periodi nel cuore della calotta. E soprattutto possedeva qualcosa che, per l’epoca, sembrava uscito direttamente da un romanzo di fantascienza. Un reattore nucleare.

Un reattore atomico nel Grande Nord

Il reattore portatile PM-2A venne installato per fornire l’energia necessaria alla base e rappresentava contemporaneamente una dimostrazione delle possibilità offerte dai piccoli impianti nucleari in località estremamente remote.

Camp Century veniva presentata pubblicamente soprattutto come laboratorio artico: un luogo dove sperimentare nuove tecniche di costruzione nel ghiaccio, studiare la calotta e verificare il funzionamento di infrastrutture in condizioni ambientali estreme. E questa parte della storia non era falsa.

A Camp Century vennero effettivamente condotte importanti ricerche scientifiche, compreso uno dei primi grandi carotaggi profondi della calotta groenlandese. Quei campioni, incredibilmente, sono studiati ancora oggi.

Ma dietro la facciata scientifica e ingegneristica esisteva un progetto enormemente più ambizioso. Il suo nome era Project Iceworm, Progetto Verme di Ghiaccio. Ed è qui che Camp Century smette di essere soltanto una curiosità tecnologica e diventa uno dei capitoli più incredibili della strategia nucleare della Guerra fredda.

Project Iceworm: 600 missili sotto il ghiaccio

L’idea dell’esercito americano era tanto grandiosa quanto inquietante. Utilizzare la calotta groenlandese per creare un’immensa rete sotterranea all’interno della quale collocare centinaia di missili balistici armati con testate nucleari, abbastanza vicini all’Unione Sovietica da rappresentare una formidabile forza di deterrenza.

Secondo i documenti successivamente resi pubblici e le ricostruzioni storiche, il progetto avrebbe potuto interessare circa 130-135 mila chilometri quadrati di territorio e ospitare fino a 600 missili nucleari. Una gigantesca rete sotterranea avrebbe consentito di spostarli periodicamente fra migliaia di possibili posizioni di lancio, rendendo estremamente difficile per Mosca stabilire dove fossero realmente.

L’intero sistema avrebbe potuto raggiungere dimensioni colossali: circa 4.000 chilometri di gallerie e linee sotterranee. Attenzione, però, a non confondere progetto e realtà. Camp Century non possedeva 4.000 chilometri di tunnel. Quella era la dimensione prevista per il futuro sistema di Project Iceworm, qualora fosse stato realizzato integralmente.

In pratica, sotto l’immensa distesa bianca della Groenlandia avrebbe dovuto nascere un arsenale nucleare mobile, disperso e quasi invisibile. I missili sarebbero stati continuamente spostati. I sovietici avrebbero saputo che esistevano, ma avrebbero avuto enormi difficoltà a sapere esattamente dove trovarli. Una gigantesca partita a nascondino atomica.

Quando il ghiaccio sconfisse il Pentagono

C’era però un avversario che gli strateghi americani avevano sottovalutato. Non portava la stella rossa. Non rispondeva agli ordini di Mosca. Era semplicemente il ghiaccio. La calotta groenlandese non è infatti una gigantesca lastra immobile. È una massa dinamica, sottoposta continuamente a pressioni, deformazioni e movimenti.

Gli ingegneri scoprirono rapidamente che mantenere stabile per decenni una rete di tunnel sarebbe stato enormemente più difficile del previsto. Le gallerie si deformavano. Il ghiaccio premeva sulle strutture. I costi di manutenzione aumentavano.

Quello che sulla carta sembrava un formidabile scacchiere nucleare sotterraneo rischiava letteralmente di essere schiacciato dal proprio tetto. Nel 1963 Project Iceworm venne accantonato. Le attività permanenti a Camp Century terminarono l’anno successivo, mentre alcune operazioni stagionali continuarono fino al 1967, quando la base venne definitivamente abbandonata.

Il gigantesco arsenale nucleare sotto la Groenlandia non venne mai costruito. Camp Century, invece, rimase là.

Abbandonata sotto la neve

Quando gli americani lasciarono la base, una parte delle apparecchiature venne rimossa, compresi componenti del reattore nucleare. Moltissimo altro, però, rimase sul posto. All’epoca si riteneva che l’accumulo continuo di neve avrebbe progressivamente ricoperto e imprigionato per sempre strutture e rifiuti. Il ghiaccio sarebbe diventato una sorta di gigantesco sarcofago naturale.

Gli studi successivi hanno permesso di stimare l’eredità lasciata nel sottosuolo: circa 200.000 litri di carburante diesel, materiali contenenti PCB, rifiuti biologici e liquidi e quantità non precisamente determinate di materiale radioattivo a basso livello associato al funzionamento dell’impianto nucleare.

Una cosa è certa: Camp Century non venne bonificata secondo i criteri che oggi verrebbero applicati a un’installazione militare contenente combustibili, sostanze chimiche e residui collegati a un reattore nucleare. Fu semplicemente lasciata al ghiaccio.

Il fantasma è ancora laggiù

Nei decenni successivi la neve ha continuato ad accumularsi. Oggi gran parte delle strutture associate alla base si trova a oltre trenta metri sotto la superficie. Le gallerie sono deformate, alcune sono probabilmente collassate, ma la loro impronta continua a essere leggibile attraverso le moderne tecnologie radar.

Ed è proprio questo che rende straordinarie le immagini ottenute dalla NASA nel 2024. Non mostrano una Pompei artica perfettamente conservata. Non dobbiamo immaginare corridoi pronti per essere percorsi, camerate ancora intatte o soldati congelati alla scrivania. Camp Century è ormai un insieme di tunnel deformati, strutture abbandonate e materiali intrappolati nel ghiaccio. Ma il suo scheletro è ancora là.

La storia non è finita: Camp Century torna nel 2026

Ed è proprio qui che la vicenda acquista un significato nuovo. Camp Century è tornata prepotentemente d’attualità nel 2026. Non perché la NASA abbia scoperto un’altra base e neppure perché — come alcune ricostruzioni fantasiose apparse sul web lasciano intendere — gli americani abbiano segretamente riattivato quella vecchia installazione. Non esiste al momento alcuna prova attendibile che Camp Century sia tornata operativa.

La ragione è un’altra. Nel corso del 2026 diverse ricostruzioni internazionali hanno riportato l’attenzione su Project Iceworm, inserendolo nel nuovo scenario geopolitico della Groenlandia.

Nel gennaio 2026 History ha ripercorso la storia del progetto, ricordando come Camp Century fosse contemporaneamente un vero centro di ricerca e il banco di prova di un piano molto più vasto destinato, nelle intenzioni dei militari americani, a ospitare fino a 600 missili nucleari.

Ma è soprattutto una ricostruzione pubblicata nel febbraio 2026 dal Los Angeles Times a riportare la vecchia città sotto il ghiaccio direttamente nel presente. Il giornale americano ha riletto Project Iceworm alla luce delle odierne tensioni intorno alla Groenlandia, ricordando quanto profonde siano le radici dell’interesse strategico di Washington per l’isola.

Camp Century, insomma, non è soltanto archeologia della Guerra fredda. È una pagina del passato che aiuta a capire il presente.

Groenlandia: settant’anni nel mirino di Washington

Per comprendere la questione bisogna tornare ancora più indietro. Già nel 1946, appena terminata la Seconda guerra mondiale, l’amministrazione del presidente Harry Truman propose alla Danimarca di acquistare la Groenlandia per 100 milioni di dollari in oro. Copenaghen rifiutò. Ma Washington non perse certamente interesse per l’isola.

La ragione è semplice: la Groenlandia occupa una delle posizioni strategiche più importanti dell’emisfero settentrionale. Durante la Guerra fredda rappresentava un avamposto naturale verso l’Unione Sovietica. Oggi si trova nuovamente al centro di uno spazio nel quale si incrociano interessi americani, russi, europei e, sempre più, cinesi.

Non è quindi un caso che la vecchia Thule Air Base, oggi ribattezzata Pituffik Space Base, continui a svolgere un ruolo importante nel sistema strategico americano. Camp Century dimostra dunque una cosa molto semplice: l’interesse statunitense per la Groenlandia non è una stravaganza politica degli ultimi anni. Ha almeno settant’anni di storia alle spalle. Cambiano i presidenti, cambiano le armi, cambiano le tecnologie. La geografia resta.

Dalla Guerra fredda alla nuova corsa per l’Artico

Ed è qui che il fantasma di Camp Century diventa sorprendentemente moderno. Durante la Guerra fredda il nemico era l’Unione Sovietica. Oggi la Russia continua a rappresentare una delle principali potenze artiche, con migliaia di chilometri di coste affacciate sull’Oceano Artico, infrastrutture militari, rompighiaccio e interessi economici enormi. A questo si aggiunge la Cina, che pur non essendo uno Stato artico ha mostrato crescente interesse economico e strategico verso la regione.

Lo scioglimento stagionale dei ghiacci, l’apertura potenziale di nuove rotte marittime, le risorse minerarie e la crescente importanza militare dell’estremo Nord stanno trasformando l’Artico in uno degli scacchieri più delicati del XXI secolo. E in mezzo a questo scacchiere c’è la Groenlandia. Per questo la storia di Project Iceworm assume oggi un valore particolare.

Sessant’anni fa gli Stati Uniti volevano utilizzare il ghiaccio groenlandese per avvicinare i propri missili all’URSS. Oggi l’isola continua a essere fondamentale per radar, sorveglianza spaziale, allerta missilistica e controllo dell’Artico. La tecnologia cambia. La logica strategica molto meno.

Il problema dei rifiuti sepolti

C’è poi una seconda ragione per cui Camp Century non appartiene completamente al passato. Sotto il ghiaccio rimangono ancora i materiali abbandonati dagli americani.

Uno studio scientifico pubblicato nel 2016 aveva ipotizzato che, secondo uno scenario climatico ad alte emissioni utilizzato dai ricercatori, l’area di Camp Century potesse passare da un bilancio netto di accumulo della neve a uno di ablazione intorno alla fine del secolo, con la possibilità nel lungo periodo di una rimobilizzazione di parte dei contaminanti.

Questo non significa che nel 2090 Camp Century spunterà improvvisamente dal ghiaccio come un sommergibile. Il fenomeno sarebbe molto più lento e complesso. L’acqua di fusione potrebbe raggiungere determinati materiali e trasportarne alcune componenti attraverso gli strati glaciali prima ancora che le strutture vengano fisicamente esposte.

Proprio per questo il sito continua a essere studiato attraverso il Camp Century Climate Monitoring Programme, promosso dalle autorità danesi e groenlandesi e coordinato dal Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS).

E qui arriva un’altra precisazione importante rispetto a certi titoli allarmistici apparsi in rete: non esistono al momento prove che la vecchia base stia per riaffiorare dal ghiaccio. Il problema esiste, ma riguarda prospettive di lungo periodo.

I campioni del 1966 parlano ancora

C’è infine un paradosso affascinante. Gli uomini che costruirono Camp Century volevano sperimentare la possibilità di vivere e operare militarmente sotto il ghiaccio. Durante quelle attività effettuarono però anche carotaggi profondissimi.

Nel 1966 vennero estratti sedimenti provenienti da sotto la calotta groenlandese. Quei campioni sono sopravvissuti alla base stessa. Oggi il progetto scientifico Camp Century: Below the Ice continua a studiare oltre tre metri di quei sedimenti congelati, alla ricerca di informazioni sull’antico ambiente della Groenlandia.

Sono una specie di macchina del tempo naturale. Contengono tracce di un passato remotissimo, quando quella parte della Groenlandia presentava condizioni ambientali molto diverse da quelle odierne. Il paradosso è notevole.

Gli americani scavarono Camp Century pensando soprattutto alla Guerra fredda e ai missili nucleari; sessant’anni dopo gli scienziati utilizzano ciò che venne estratto da quei tunnel per studiare la storia geologica della Terra.

Il segreto sotto il ghiaccio

Camp Century è dunque molto più di una base militare abbandonata. È contemporaneamente un reperto della Guerra fredda, un esperimento ingegneristico, un capitolo della corsa agli armamenti nucleari, un problema ambientale ancora sotto osservazione e una chiave per comprendere l’importanza geopolitica della Groenlandia di oggi. Soprattutto, racconta fino a che punto arrivò il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica.

L’idea di nascondere 600 missili atomici sotto migliaia di chilometri di gallerie scavate nel ghiaccio sembra la trama di un romanzo di fantapolitica. Invece il progetto esistette davvero. E a fermarlo non furono le proteste, la diplomazia o una decisione di Mosca. Fu il ghiaccio stesso.

Oggi un aereo della NASA sorvola quella stessa distesa bianca. Gli strumenti penetrano ciò che l’occhio umano non può vedere e sullo schermo riappaiono linee, strutture, tunnel. Il fantasma della Guerra fredda è ancora laggiù.

E proprio mentre la Groenlandia torna al centro della partita strategica per l’Artico, quella città sepolta assume un significato che va molto oltre la curiosità storica. Camp Century ci ricorda infatti una regola antica della geopolitica: i governi cambiano, le alleanze possono cambiare, perfino i nemici cambiano. La geografia quasi mai.

E la Groenlandia, ieri come oggi, rimane esattamente dove le grandi potenze vorrebbero che fosse: al centro del Grande Nord e della partita per il suo controllo.

Archivio fotografico Camp Century in alta risoluzione

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